What We Become. C’è del Romero in Danimarca


Una piccola città in quarantena, presidiata da soldati col volto coperto dalle maschere a gas, che hanno l’ordine di sparare a chiunque tenti di scappare. I media raccontano bugie, i cittadini hanno paura, i militari diventano sempre più violenti. C’è un virus in città, le case vengono isolate con enormi teli di plastica manco fossero tanti corpi di Laura Palmer, il cibo e l’acqua distribuiti dall’esercito porta a porta. E’ la fine della democrazia prima che del mondo, tutti i diritti sospesi, il volto del potere è feroce quanto quello degli infetti che si aggirano nel quartiere, che vengono abbattuti e portati via da ambulanze che si dirigono verso chissà dove. Vi ricorda qualcosa? Qualcuno ha detto La città verrà distrutta all’alba? Esatto, questo piccolo film danese è proprio un suo figlioletto, duro e puro, schierato e senza fronzoli.

 

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What We Become sta al cinema di zombi come Lasciami Entrare sta al cinema di vampiri. Quasi. La differenza sta nelle pagine di John Ajvide Lindqvist, del suo romanzo capolavoro dal quale Tomas Alfredson realizzò un adattamento cinematografico coi controfiocchi. La storia della baby-vampira Eli resterà in eterno sul podio della lunga tradizione di film sui succhiasangue, e destino probabilmente simile avrà – se mai vedrà la luce – il film tratto da L’estate dei morti viventi, altro romanzo imprescindibile dello svedese, nel quale gli zombi vogliono solo tornare a casa, nonostante i tessuti marcescenti e il tanfo che si portano dietro. Intanto, nella vicina Danimarca, l’esordiente Bo Mikkelsen firma quello che non è un capolavoro, e nemmeno un punto di vista rivoluzionario sulla tematica zombesca: What We Become è soltanto un ottimo film, che si prende dannatamente sul serio – fa benissimo – e che permette per una volta di usare il nome di sua maesta George A. Romero non a sproposito.

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Sorgenfri è un sobborgo residenziale qualche chilometro a nord di Copenaghen, e la traduzione del suo nome suona più o meno come “spensierato” o “libero dalle preoccupazioni”. Qualcosa come la versione danese di “stai senza pensier'”, insomma. Tranquillità, casette con giardino, strade poco trafficate, rapporti di vicinato perfetti, picnic, passeggiate in riva al fiume. E una famiglia apparentemente modello: papà (un po’ codardo), mamma (il capofamiglia), figlia piccola e figlio adolescente che si comporta esattamente come ogni altro adolescente occidentale, e sembra essere proprio quello il più grosso problema da affrontare per la bella famigliola. Sembra.

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Quando inizia quel che tutti sappiamo, Mikkelsen si concentra su due cose: la paura dei membri della famigliola – e dei loro vicini –  e la violenza dell’autorità, piazzandole sotto i riflettori e tenendo ostinatamente off-screen i morti viventi, che si fanno prepotentemente strada solo nell’ottimo finale, abbattendo lo spazio circoscritto (a noi così familiare) della casa, le porte sbarrate con assi di legno, il fragile sistema nervoso degli adulti, lacerando a morsi i rapporti affettivi e invadendo ogni angolo del nostro campo visivo. Questo è cinema serio, ed è cinema indie ma di matrice nord europea, che in un ipotetico scontro con l’estetica indie statunitense ridurrebbe a brandelli tutta la tradizione del Sundance e dei suoi derivati. Sempre sia lodato.

 

 

 

 

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