Snowden, di Oliver Stone. Whistleblowing in the wind


Se è vero che Hollywood è una sorta di parco giochi del governo americano, un eventuale Oscar a Snowden non sarebbe una sorpresa. Perchè proprio nell’anno uno dell’era Trump, un premio ad un film così necessariamente schierato è proprio quello che serve alla Hollywood liberal per mettere le mani avanti e far passare il messaggio “noi siamo liberi ed indipendenti, non c’entriamo nulla con Trump, quindi continuate a idolatrarci perchè noi continueremo a combattere il governo”. La storia la conosciamo più o meno tutti, Edward Snowden è un piccolo grande uomo che dopo aver lavorato per CIA, NSA ed FBI ufficialmente come “tecnico informatico”, decide di liberarsi del peso tremendo dei suoi segreti, ovvero i dettagli reali di quella che è spacciata come guerra tecnologica al terrorismo e che invece era (è?) una incredibile rete di spionaggio totale su milioni di cittadini americani e non, senza limiti e regole, che egli stesso aveva contribuito a creare. Snowden, di Oliver Stone, è distribuito dalla Open Road, che ha già vinto un Oscar per Spotlight.

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La realizzazione di questo film è stata un’esperienza orribile, dice Oliver Stone. Non esagera, una volta tanto. Con il produttore Moritz Borman ha sfiorato la paranoia, cercando di proteggere lo script (ribattezzato “Sasha”) e i dettagli di produzione da occhi indiscreti – la NSA – evitando di parlarne per telefono o e-mail, comunicando solo con i pizzini o durante lunghe passeggiate nel parco. La sceneggiatura è stata custodita in computer privi di connessione internet, e quando c’è stata la necessità di inviarla per posta è stato utilizzato un complicato sistema di divisione in quattro parti, rimescolate e spedite con quattro corrieri a quattro diversi indirizzi. Il regista e Borman hanno fatto bonificare i loro uffici di Los Angeles più di una volta, per il timore di trovare cimici nascoste. Stress su stress, durante la lavorazione è morta la mamma di Oliver Stone, che non ha lasciato il set in Germania, mancando quindi al funerale, per non perdere preziose giornate lavorative. E poi c’è lui, Anatoly Kucherena: l’avvocato russo di Snowden, probabilmente vicino al Cremlino, sicuramente vicinissimo ai dollari e al loro fascino. Una figura ambigua sulla quale Oliver Stone, se fosse più giovane e meno stanco, penserebbe di costruirci un altro film. Un avvocato che fornisce (leggi vende) foto esclusive del suo cliente ai giornali, e che scrive un libro su Snowden, senza autorizzazione, vendendone poi i diritti a Stone per un milione di dollari: in pratica una sorta di tangente per permettere al regista di incontrare e filmare il suo cliente.

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Il terzo personaggio chiave è Laura Poitras, giornalista e documentarista, che ha diretto Citizenfour, un’operazione dirompente, rivoluzionaria e senza precedenti nella storia del documentario, capace non di raccontare la storia di Edward Snowden, ma piuttosto di collegare i nostri occhi e le nostre orecchie direttamente ad Edward Snowden, live, di raggiungerlo nella stanza di un albergo di Hong Kong insieme alla Poitras, al giornalista del Guardian Glenn Greenwald e al reporter Ewen MacAskill, convocati allo scopo di affidare loro i suoi segreti e abbattere il muro occulto ed illegale sul quale la NSA fonda(va) gran parte della sua ragione di esistere. Citizenfour è uscito nel 2014, e poco prima della sua distribuzione Oliver Stone ha incontrato Laura Poitras, per convincerla a ritardare l’uscita del suo film, per lanciare i due lavori in contemporanea o quasi, facendo leva sull’effetto megafono che indubbiamente Snowden avrebbe avuto su Citizenfour, e certamente preoccupato che il documentario potesse diminuire l’effetto-bomba del film. Ovviamente la Poitras ha rifiutato sdegnata, e ricorda l’incontro con Stone come niente affatto piacevole. Ma Oliver Stone, che è certo populista, americanissimo, caciarone, scemo non è. Decide quindi di costruire il suo film partendo proprio dall’ambientazione di Citizenfour, ovvero la stanza d’albergo di Hong Kong. E’ in quella stanza che pulsa il cuore di Snowden, come se si trattasse di un dietro le quinte, uno spiegone provvidenziale, un approfondimento necessario ad amplificare il discorso di Citizenfour (che hanno visto in pochi, troppo pochi, e per merito del bistrattato Oliver saranno tanti altri a cercarlo e vederlo).

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Forse il miglior Stone dell’ultimo ventennio, e forse proprio a causa del carattere orribile di questa esperienza, della scarsa voglia di realizzare l’ennesimo film politico, della stanchezza e sfiducia per gli ultimi progetti abortiti. Due ore e un quarto nelle quali prevalgono i sussurri e non le grida, certo a causa della vicenda – che non ha bisogno di sensazionalismi per appassionare il grande pubblico, ed è raccontata per quello che in fondo è: una spy story coi fiocchi, d’impianto classico hollywoodiano – ma anche per merito delle scelte di Stone, che a sorpresa predilige l’understatement – tranne in alcuni frangenti, chè è pur sempre il populista caciarone che conosciamo – e come di consueto lavora molto sui dialoghi, mai così essenziali e rivelatori. E a proposito di scelte e di piccoli grandi uomini, quella di affidare il ruolo di Edward Snowden a Joseph Gordon-Levitt è forse quella più azzeccata.

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Intanto Snowden vive in Russia da più di tre anni, e il prossimo agosto scadrà il suo permesso di soggiorno. Le sue critiche al regime di Putin sono senza se e senza ma, ma inevitabilmente finiscono per favorire l’immagine democratica (ahahahah!) della Russia: “Vive qui, ma questo non significa che gli venga imposto qualcosa”. Per i complottisti, ullallà,  le critiche a Putin sono una copertura e Snowden collabora con l’intelligence russa, chevelodicoafare.

E l’amicizia tra Trump (che vorrebbe giustiziarlo, ma non è che Barack Obama e Hillary Clinton si siano mai pronunciati in suo favore) e Putin cosa provocherà nell’immediato futuro? Fossi al suo posto, cercherei di raggiungere clandestinamente il Sudamerica. E se la vita fosse un romanzo, Chelsea Manning dovrebbe evadere dal carcere e raggiungerlo sulla spiaggia. Basterebbe ad entrambi l’aiuto di Carrie Mathison.

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