La Mia Vita da Zucchina, di Claude Barras.


Era il 2001, il mondo era agli sgoccioli, mancavano pochi giorni ai fatti di Genova, i tragici fatti di Genova, mancava qualche in giorno più all’11 settembre. Manu Chao suonava musica velleitaria, pareva ribelle, era consolatoria, voleva essere l’annunciazione di un’Europa clandestina in un mondo no global, finì per essere un de profundis, la cronaca di un aborto forse indotto, forse spontaneo. Era ancora il 2001 quando i Noir Desìr ci entrarono dentro con Le Vent Nous Porterà, con Manu Chao alla chitarra, una canzone, un’altra ancora, che sembrava purificatrice come la malinconia, invece era lugubre come la morte, e Bertrand Cantat era un mostro, non un profeta. Questa è storia vera, chiunque usi quelle note in un film deve essere consapevole del pozzo artesiano che si portano dietro. Ma Vie de Courgette, di Claude Barras.

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Che è il caso cinematografico dell’anno, miete premi e conquista di slancio una meritata, seppur parziale, visibilità nelle nostre sale. L’Europa si inchina a questa straordinaria prova di animazione in stop motion, pupazzetti tenerissimi, tutti testa e occhioni, che si oppongono loro malgrado ai giganti virtuali Pixar e Dreamworks. Per intenderci, non è che il computer sia un disvalore assoluto e la plastilina il migliore dei mondi possibili, è che costruire un mondo reale, tattile, fotogramma per fotogramma, profuma meravigliosamente di antico, di tradizionale, di luddista mi viene da dire. La stop motion è nostalgia, la nostalgia è una vox media, può significare azione o restaurazione. In questo caso c’è Celine Sciamma alla sceneggiatura, una bella voce del cinema francese, una che ha parlato dell’infanzia come del più complesso dei mondi possibili, quindi l’aspettativa è di avere una visione differente di una generazione differente.

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Questa è l’intenzione di Barras, palese e dichiarato fan del Tim Burton before Christmas, padre putativo  di 7 pupazzetti in cerca di amore, un gruppo di cuccioli feriti in una casa famiglia. E’, questa casa famiglia, un rifugio sicuro, ove riparare gli abomini subiti da papà orco e mamma orca, ove condividere traumi per superarli. Un riparo inclusivo, cosmopolita come vuole essere, o come voleva essere, la Francia migliore di inizio secolo XXI. Dentro il guscio solo buoni, una direttrice silente ma benigna, maestro e maestra pazienti e innamorati, fuori (e qui non in vista) il disagio, l’alcolismo, la deportazione dei profughi, le stragi familiari, lo spaccio, il carcere. A fare da tramite tra i due universi c’è un poliziotto cuore d’oro, il lato paterno della legge, un angelo in uniforme, la speranza che un altro futuro sia possibile. Solo che non è ben chiaro se si tratti di un futuro semplice, al più anteriore, o di un passato prossimo, o peggio, remoto. Regista e sceneggiatrice raccontano di bambini per parlare agli adulti, oltrepassano la teleologia della violenza che genera violenza per plasmare scenari di solidarietà, tuttavia la visione che ne risulta sembra troppo dicotomica, stilizzata pur essendo nella pienezza della plastilina in 3D.

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Pare di assistere ad un’opera che inscena la rimozione, anziché la comprensione del dolore per il suo pieno superamento: i bambini dai grandi occhi sono meravigliosi, splendida è la loro leggerezza nell’intrecciare relazioni, ma la superficialità è dietro l’angolo e finisce con l’affiorare in certi dialoghi, politicamente corretti ai confini del moralismo, e certi percorsi intrapresi senza compimento. Alcuni frammenti di visione, ad esempio quando i bambini ballano nella baita-discoteca con il maestro improvvisato DJ, sono davvero apicali, l’idea del meteo umorale dei bambini, seppur derivativa, è destinata a vivere per sempre, ma è la scrittura a sembrare pesante e tendenziosa, a togliere sincerità ed immediatezza a questo megaminimondo, tanto da perdersi più del dovuto in un gioco di metafore e battute sul sesso visto dai piccini, che è francamente tedioso, e pure gratuito. Non giova, inoltre, la breve durata dell’opera, dovuta certo allo iato tra gli esigui mezzi a disposizione ed il titanismo di tanto pregevole artigianato. Alla fine, dopo un’ora o poco più, si resta così, in lacrime – perché non piangere guardando questo film è impossibile – e con uno strano sapore in bocca, non salato ma amaro. La Mia Vita da Zucchina è un’opera tronca come il passato della mia generazione, la stessa di Barras, come l’abbandono dei grandi ideali, un abbandono perpetrato e non subito. Siamo stati effimeri, siamo dei sognatori infranti. Le Vent Nous Porterà.

 

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