Pet. Horror flop per gli altri, Horror top per noi


Amore, amore, amore. L’amore può essere possesso, sottomissione, dipendenza. Paura della solitudine, insicurezza, tendenza irrimediabile a diventare donatore a senso unico. La/lo amo perchè mi salva o perchè devo salvarla/o. L’amore come una gabbia. L’amore come sacrificio. E bla, bla, bla. Psicologia spicciola, chiacchiericcio da pomeriggi in tivvù. Eppure, partendo da questi concetti sempliciotti e trasformandoli in carne e sangue, ossa e ferro, può nascere una sceneggiatura efficace e ambiziosa per un film inaspettato e benvenuto. Un film che non ha incassato praticamente niente nelle poche, pochissime sale in cui è stato proiettato dopo l’anteprima mondiale al South by Southwest. Pet, di Carles Torrens.

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Le premesse sulla carta non sono incoraggianti: Seth è il classico ragazzo solitario, tutto casa e lavoro (assistente in un canile, pagato poco e affezionato troppo ai cani rinchiusi, è l’unico a ricordare a memoria tutti i loro nomi e a soffrire quando vengono abbattuti) che sul bus riconosce Holly, la strafiga del liceo. Comincia il suo corteggiamento maldestro e inquietante, che diventa subito doloroso fallimento. Ed ecco che Seth si trasforma nel solito maniaco sessuale e psicopatico, rapisce Holly e la rinchiude in una gabbia, nel solito basement. Questo è, in breve, il primo terzo del film: nonostante sia tutto visto e rivisto, e gli sviluppi da torture porn e woman in cage ampiamente prevedibili, non si sbadiglia. Le cause sono principalmente tre: Dominic Monaghan (aveva letto e amato lo script già dieci anni fa), che dona a Seth il corpo perfetto; Ksenia Solo, splendida nel ruolo di Holly, anzi splendida a prescindere (prima di Pet, aveva rifiutato di partecipare a parecchi thriller e horror perchè riteneva i ruoli troppo convenzionali. Non dimentichiamo che Ksenia è stata la rivale di Natalie Portman in Black Swan); Carles Torrens, un regista bravo a sfruttare al massimo le poche risorse, anzi le due risorse, ovvero i due protagonisti.

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Gli sviluppi prevedibili, dicevamo. A questo punto ci si attendeva il consueto campionario di torture e violenze. E invece. Invece questa è una storia d’amore, e non sto spoilerando, è scritto anche nella locandina promozionale. Amore malato, amore tossico, amore morboso. Comunque amore.

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La sceneggiatura di Jeremy Slater (che evidentemente è guarito dai Fantastici Quattro, visto che ha scritto anche la serie L’Esorcista) è l’ulteriore risorsa a disposizione di Torres, e Pet sterza di brutto abbandonando la strada principale che conosciamo tutti: i twist si susseguono senza remore, e la sensazione è che Torres se ne sia giustamente sbattuto di preoccuparsi della credibilità e del realismo a tutti i costi, chè lui è un regista e il suo è cinema. La seconda e terza parte del film vanno in crescendo, col risultato di non annoiare mai. Aumenta il sangue, la violenza fisica e psicologica, il gore, ma ogni spargimento di sangue, ogni mignolo amputato serve a dire qualcosa, a definire un personaggio, a modellare un carattere. Se inizialmente è Monaghan a impressionare, tocca a Ksenia Solo l’onore dei riflettori fino alla fine.

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Strano a dirsi per un film di genere, di serie b, low cost, chiamatelo come volete: certi sguardi di entrambi i protagonisti non li dimenticherò tanto presto.

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Sempre sia lodato.

 

 

 

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