E’solo la fine del mondo, di Xavier Dolan.


Lo abbiamo conosciuto tempo fa, è stato un incontro fortunato. Un incontro clandestino all’inizio, non ci vergogniamo a dirlo, ognuno guarda quello che può e che vuole, poi siamo passati alle vie ufficiali, il grande schermo, le sale più o meno comode, la cacofonia del doppiaggio in italiano. Dal primo momento è stato stupore e istinto, la sensazione di trovarsi davanti a qualcosa di travolgente, dove tra gli occhi e il cuore non c’era la mediazione del cervello. Visioni come fossero un’ideologia da seguire e divulgare, da qui una rassegna, anch’essa clandestina, in una parte di città liberata dalle servitù militari e riorganizzata da collettivi giovanili, entusiasti, esuberanti. Per quella rassegna il contributo libero, a copertura spese di organizzazione, fu di 2 euro, che per uno strano gioco della sorte è il prezzo che abbiamo pagato ieri l’altro, a Roma, al cinema Cinque Fontane, che sono le quattro ordinarie dell’omonima via più noi, intenti a versare lacrime copiose ininterrotte. E’solo la fine del mondo, di Xavier Dolan.

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Faremmo torto a Dolan e al cinema tutto se parlassimo del suo film, in positivo certo, invocando ragioni come attenuanti generiche: è un regista giovanissimo, ha vissuto quasi tutto quello che inscena, è autentico, è naif. No. Dolan è un autore con una chiara idea di cinema, apparecchia consapevolmente visioni e le scaglia addosso agli spettatori. Con impertinenza, audacia, esuberanza certo, lui è fatto così. Dolan, il Dolan del presente, fa cinema volgare, nel senso di cinema pop-olare, prende dei drammoni intimisti e ne fa una questione di vita e di morte, microcosmi che deflagrano ed esplodono come supernove, al suono di una musica sovversiva, che sovverte cioè il comune senso del pudore cinematografico, si tratti di Bocelli, o di Dragostea, o di Eiffel 65. Pop goes my heart, come cantava Hugh Grant in un seminefasto film di qualche anno fa, che nessuno si indigni, pensate ad Harmony Korine ed al suo uso impunito di Britney Spears, come un maglio sui sensi di chi guarda, in Spring Breakers. Dolan prende il minimalismo del piano piano, sottovoce e ne fa una questione di eccessi, di estremi, tanto che i suoi nemici – che spesso sono di secondo grado, cioè nemici dei suoi fan e non nemici suoi diretti – dicono che i suoi film sono gente che si guarda negli occhi e urla. C’è del vero, ma questa gente urla per comunicare sentimenti e pulsioni quindi suscita picchi di reazioni, che nella scala da 1 a 10 puntano sull’1 o sul 10, non sul 5. Dolan è il minimalismo degli eccessi.

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E’solo la fine del mondo, dicevamo, che è il lavoro tratto dalla piece di Jean-Luc Lagarce, dato intenzionalmente ed ignominiosamente eliso dai poster italiani, comincia che pare di trovarsi davanti ad un Almo-dolan, con un clan femminile sull’orlo di una crisi di nervi, intento ad agghindarsi per il ritorno del figliuol prodigo. Pare, ma così non è, differentemente da Pedro Xavier ci mette poco a partire con i suoi piùcheprimissimi piani, personaggi di soli occhi naso e bocche, esplorati, scandagliati, violati nelle loro espressioni come fossero paesaggio orografici.  La storia sceneggiata è ai confini dell’emotainment, c’è una famiglia spezzata che si riunisce perché c’è qualcosa di importante, ed esiziale, da dire, ma quando una famiglia si riunisce sono le pulsioni a prevalere sui fiumi di parole che pur vengono sparsi. E’solo la fine del mondo è altro rispetto alla carneficina, intendo il Carnage di Polanski e altri straordinari affini, lo scontro dei ruoli e delle classi non gli appartiene, nemmeno l’ipocrisia è contemplata: è invece il focolare domestico inteso come custode del tempo, il fattore umano, il capitale umano, tempo perduto, da ritrovare, da guadagnare, da sprecare, tempo che non tiene il passo con i sentimenti e le emozioni di tutti, con le motivazioni d un abbandono precipitoso e di un ritorno (s)gradito, tempo che fa a pugni con il logos di ciascuno. Dolan ama guardare e far guardare la nudità miserabile e grandiosa dell’essere umani, si diverte tantissimo a sguazzare in sproloqui ai limiti di Tourette, c’è addirittura un dialogo, in un’estemporanea sortita  fuori del fano domestico, che sembra tarantinoide per quanto è dicotomico, fra uno che tenta di blandire con la retorica ruffiana e l’altro che risponde con il più lacerante e sofferto pragmatismo. Occorre significativamente affermare che questo, paradossalmente, è un film di azione,di attesa dell’azione, dell’intenzione che diventa rivelazione, e la congestione auspicata, apicale, del tutti contro tutti che però è un tutti-con-tutti strappa ogni pregiudzio, scatena la catarsi, cambia l’ideologia, il modo che ogni spettatore ha di vedere sapere e conoscere la propria famiglia.

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Ogni attimo, ogni fotogramma, tutti gli infiniti primi piani stordiscono e tolgono il fiato con una violenza emotiva sugli occhi intollerabile, cioè che non si può sopportare ma che deve essere condivisa, o rifiutata, come la violenza fisica di The Raid. E il duello più sanguinoso è quello del protagonista con/contro sua cognata, quella che dovrebbe essere l’estranea e che è l’unica a costringerlo alla rivelazione: il loro scontro è uno scambio di occhiate mortali, potenti come fendenti di spade che arrivano all’essenza, al cuore, alla verità. Louis si arrende a lei, lei capisce tutto, lui conferma. Senza dire una parola. Sia lodato Xavier Dolan, sia lodato il Dio del cinema.

 

 

 

 

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