American Honey. Ci meritiamo Andrea Arnold.


Finisce l’anno, ricchi premi e cotillons, ancora un film grandissimo in un dicembre tutto da ricordare. Avevamo lasciato Andrea Arnold qualche anno fa con Cime Tempestose e prima ancora con Fish Tank, che avrebbe dovuto intitolarsi Fish Punk, teenager sedotte e abbandonate e borghesi infoiati barely legal, una visione straordinaria della suburbia britannica, culminante in home invasion con minzione dissacrante, lei, povera ragazzina abbindolata, che libera la vescica sulla moquette del di lui trendyssimo soggiorno. La mia amica Arnold era già grande, ora è grandissima, che film ragazzi, che film. American Honey.

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Sugli Stati Uniti abbiamo tantissime domande, pochissime risposte. È dai tempi di Fight Club che non ci perviene una via ribelle alla sovversione, che sia realisticamente percorribile e socialmente praticabile. Una via all’autodistruzione, intendiamo. Se però Palahniuk e Fincher deviavano verso l’iperbole ed il parossismo, con la tabula rasa esplosa che tende allo zero cosmico quindi all’annullamento di tutte le costruzioni narrative, Andrea Arnold lavora di sottrazione, si mette ai bordi della società e delle storie e disegna la sua personale rivoluzione dei freak. Essi, come di consueto, sono ragazzini sbattuti e spauriti, cresciuti in famiglie depravate, deprivate e corrotte, sono drogati, alcolizzati, violati. Tutti mostrano sofferenza e cinismo, inquieta il dubbio se questo cinismo sia innato nella generazione dei millenial (poor) kids, oppure se sia indotto dal marcescente ambiente esterno. Sono monadi alla disperata ricerca non di un autore ma di una storia, uno storytelling cui aggrapparsi, e l’unica narrazione possibile sembra provenire dalla musicaccia che ascoltano, un hip hop di campionamenti, sincopi e bassi, una sorta di emo hip hop, mortuario, lapidario, in cui ovvimante riccorrono i comandamenti del martirio: “bitch” si canta, “make money” si canta, “lick pussy”si canta, “suck my dick” si canta. Tutte insieme articolatamente, sempre le stesse parole, lo stesso mantra con poche irrilevanti variazioni. Il faro di questa non cultura della sottomissione è Rihanna, Nostra Signora delle Barbados, che si atteggia a virago, è invece un sex toy solo più carino e costoso degli altri, feticcio di un riscatto sociale scaricabile in mp3. Miseria, degrado, no future.

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C’è però una sexy lady che pare una delle spring breaker di Korine, questa ha in testa un’idea meravigliosa, manageriale indi quintessenzialmente criminale, raccatta sti canisciolti su e giù per l’America, li rifocilla di cibo droga alcool e qualche coccola e li manda a vendere improponibili riviste, porta a porta per suo conto. Sistemi di vendita e prodotti obsoleti, tecniche di vendita gitane che si adattano al censo ed allo status delle città visitate (Kansas City in primis)  e fanno leva sui sensi di colpa, sulla compassione pelosa della upper class timorata di dio e di mammona. Una comitiva di misfits gestita da una mantide matriarca, che raccatta spiccioli e vive on the road: la loro storia è la nostra attraverso la diciottenne Star, bellissima, durissima, sguaiatissima, lei segue il reclutatore – uno Shia Labeouf maiuscolo, as usual – come fosse Lucignolo e ci fa sesso forse perchè se ne innamora, o forse perché il sesso è la forma più intima di relazione sociale che conosce. Lei è più freak degli altri, è competitiva, spregiudicata, insolente, vuole tutto per sé, invano chiaramente. La matriarca governa in modo inflessibile, chi vende poco viene punito, i due peggiori venditori del mese devono affrontarsi in una lotta a mani e corpi nudi, esposti al pubblico ludibrio: sembra pseudo Fight Club, invece è una critica ferocissima al crepuscolo che stiamo vivendo, una rappresentazione grottesca di mostri che sono fuori dal capitalismo ma che ne inscenano le dinamiche più feroci, con risultati straordinari.

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L’America percorsa e solcata dal Caravan of No Love è tristemente nota, ci sono i miliardari texani tutto vizio barbecue e mescal, i working class heroes che lavorano alla trivellazione dei pozzi e vanno a mignotte, i camionisti che ascoltano Springsteen come il sogno perduto di un’Arcadia utopistica. Musica, tantissima musica, parte integrante della narrazione per esplicito volontà della Arnold, teste che seguono il ritmo, cuori che accorciano il battito. La carovana di Miss  Krystal fa sussistenza e sopravvivenza, il futuro non è Wall Street ma un’altra città da attraversare, un altro sordido motel in cui soggiornare, maschi e femmine pudicamente divisi come da regolamento. Loro guadano tutti a domani, non al domani, e questa è la lezione più spietata per noi che guardiamo e ci perdiamo in illusioni sogni e prospettive ad alzo zero. Una combriccola di venditori senza causa, al soldo di una ragazzina spregiudicata: non c’è speranza ma nemmeno cupa disperazione, la loro in fondo è una comune post hippie, vivono a spese della società sfruttandone i pregiudizi, costruiscono una famiglia allargata archetipica in cui trovano spazio simulacri di affetti, distorti da alcool, meth e umori vaginali, eppure realissimi.

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La fine, allora, la fine, non è la morte, la distruzione o l’autodistruzione, la fine è come un battesimo, come un rito purificatorio in un qualunque fiume del Profondo Sud, ci si lava la pelle per pulire il corpo, l’unica proprietà di cui davvero si può godere, in un nuovo panteismo con una natura popolata da farfalle, falene, vermi, formiche brulicanti, in uno stato di (dis)grazia simile ad un paradiso panteista nichilista. Ci si immerge, poi si ritorna in gruppo con gli altri, a ballare come bambini, come primitivi, che è quello che tutti siamo, in questo presente che è preistoria, antistoria, e durerà per sempre, o forse no. Sia lodato il Dio del cinema, ancora.

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