Christine, di Antonio Campos. Sempre sia lodato


Buongiorno a tutti,  sebbene in ritardo auguriamo a tutti un buon anno nuovo, che il 2017 sia foriero di aspettative e prodigo di buone nuove visioni! Se il buongiorno si vede dal mattino, avendo il mattino l’oro in bocca con o senza neve al seguito, allora  possiamo affermare di aver cominciato alla grande, ci siamo imbattuti in un film per il quale possiamo sprecare gli aggettivi in entusiastico accrescitivo. Christine, di Antonio Campos.

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Si comincia da dove non si era mai terminato, dal caro Ballard e dalla sua Mostra delle Atrocità, opera evangelica letta abbastanza ma mai troppo. Si comincia, pertanto, dal famigerato filmato Zapruder, visto anche da chi non sa di Ballard, dalla morte di JFK in diretta televisiva, con Jackie impegnata a raccoglierne le cervella sparse sul cofano dell’auto presidenziale. Il filmato Zapruder, scomponibile in n fotogrammi, avvolgibile riavvolgibile, arrestabile  riprogrammabile, è la metempsicosi del corpo in immagine, John Kennedy in realtà – realtà? – non è mai morto, essendo eternato in un itinerario visivo di pochi minuti destinato a ripetersi per sempre. Zapruder segna il vero inizio dell’epoca attuale, ciò che vediamo è ciò che pensiamo è ciò che siamo, indipendentemente dal come, cioè dal mezzo. La morte di JFK è la madre di tutti gli snuff movie, esorbitante ogni ideologia pregiudizio o visto di censura.

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Agli antipodi di questa visibilità così eviscerata ci sarebbe un’altra morte in diretta, qui forse potremmo fermarci perché raccontare la storia equivale a fare spoiler, ma anche no, perché se ognuno è ciò che vede può avere l’illusione di influenzare il suo essere attraverso lo sguardo, di determinare e alterare in corsa le visioni. C’è che nel 1974 tale Christine Chubbuck, giornalista di una remota insignificante tv della provincia americana, si sparò in diretta durante il tg del pomeriggio, in aperta quanto definitiva polemica con la nuova policy del network, improntata ad un primitivo emotainment, al sensazionalismo minimalista, alla truculenza della cronaca (non) vera. Il 1974, l’anno di Nixon, con il Wategate che segnò uno stadio evolutivo dell’era Zapruder, ossia la trasfigurazione del giornalista in somma entità mediatica e medianica, giudice giustiziere, latore di verità per parole ed immagini. Esiste un video, un footage, di Christine Chubbuck che fa fuoco contro se stessa, il video fu trasmesso in diretta e ritrasmesso come un mantra dalle televisioni americane e mondiali, quindi oggi ci si aspetterebbe che questo video sia tra i più visti di sempre su Youtube, tra i più condivisi su qualunque piattaforma. Invece no. Il footage è introvabile, è addirittura tra i 10 video invisibili di cui tutti parlano, si narra che solo i parenti più stretti siano in possesso del girato originale e delle copie. Fuor di leggenda, le immagini di Christine, per quanto intenzionalmente così esibite, così coerenti al Verbo Zapruder, non sono fruibili, nessuno può appropriarsene e ciò ha precipitato Christine nell’oblio, agli antipodi dell’immortalità, la ha riportata alla preistoria del racconto, quando non erano le immagini ma era il logos.

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Ci ha pensato Antonio Campos, regista indipendente, produttore indipendente, a mettere le cose a posto, raccontando per immagini filmiche, vero-simili, la storia di Christine. Che era una telegiornalista, quindi un tramite, un messaggero, un connettore tra l’interno del video e l’esterno del video, ed in questa dimensione viveva tutta la sua vita che bipolare è dir poco, tra depressione, esaurimenti nervosi mai realmente guariti, una madre a carico fricchettona e cannata, relazioni umane e sociali allo sbando. La Christine di Campos (interpretata da Rebecca Hall, una comprimaria che ascende a vette di interpretazione inusitate) e soffre di un probabile tumore all’utero, come se la tensione tra l’interno e l’esterno del monitor si appropriasse catodicamente del suo stesso corpo, del suo grembo probabilmente non fertile. C’è un contesto, la provincia americana di Sarasota, che fa sganasciare dal ridere per quanto è redneck e alienata, ci sono i gruppi di ascolto in stile alcolisti anonimi, i barbecue e le feste in piscina per il 4 luglio, un produttore tv che ama notizie relative ad allevamenti avicoli ed ai problemi del traffico, un meccanico che ha un arsenale da guerra nello sgabuzzino. Costui apre le porte della percezione a Christine ed  agli spetattori tutti, spiega con rozza semplicità che possedere un’arma da fuoco, e tenerla seco, altera in modo definitivo e proattivo (!) il rapporto tra realtà e coscienza, in uno stato di allucinazione permanente dalla logica inoppugnabile, la logica yankee.

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Sarasota è una prigione, anzi no, è un acquario troppo stretto per Christine, che vive per il grande reportage, ambisce alla visibilità dei grandi network a Chicago, New York, ma poi non è capace nemmeno di controllare le manifestazioni in pubblico (le trasmissioni?) dei suoi eccessi, le sue raezioni – uterine, ca va sans dire, le sue fragilità. In altre sedi ci è capitato di individuare, come tratto peculiare del cinema indie, l’eccentricità dei personaggi protagonisti, collocati sovente ai confini della realtà, siano essi giocosamente snob o dolentemenete freak, disturbati e perturbati. Spesso inoltre tali protagonisti sono femminili ed è un ben guardare, al cospetto delle produzioni mainstream  tradizionalmente misogine e classiste. Campos poi, con gli accoliti Sean Durkin (Martha Macy May Marlene) e Josh Mond, è fondatore della Borderline Films, una casa di produzione indipendente che predilige le opere crossgender, lui stesso fa di Christine prima un angelo vendicatore, che trasuda ribrezzo e sarcasmo sullo squallore di Sarasota come Mavis, la Young Adult di Jason Reitman, per poi trasformarla e terminarla in sacrificale vittima di se stessa, allorchè implode, povero cigno nero aronofskiano, nelle sue stesse psicosi. O meglio, sembrano psicosi, in realtà è un cortocircuito mediatico terminale, quando cioè il telegiornalista, il latore di notizie si fece esso stesso notizia di cronaca nera, di cronaca (non) vera.Il mondo, come lo vediamo noi, come siamo noi.

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Christine, di Antonio Campos. Sia lodato il Dio del cinema, sempre sia lodato.

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