Paterson, un film di Wes Anderson. Ah no, è Jim Jarmusch


Si chiamava Nellie, era un bulldog inglese. Nel nuovo film di Jim Jarmusch ha recitato nel ruolo di Marvin, il cane che vive con la coppia di protagonisti. E’ stata probabilmente l’interpretazione migliore di tutto il cast. Nellie è morto poco dopo la fine delle riprese, e qualche piccolo sospetto sulla causa del decesso è più che legittimo. I sospetti diventano poi enormi dopo la visione del film.

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Nelle mani giuste sarebbe stata forse una buona graphic novel nei primi anni novanta. Invece è un film impalpabile nato nel 2016 che si chiama come il suo protagonista, e anche come la cittadina del New Jersey dove è ambientato: Paterson. Strutturato come fosse anch’esso una poesia, diviso in scene cicliche come versi (Pattern-son), con tutti i temi ricorrenti nei film di Jarmusch (pochi e immutabili da qualche decennio) e i soliti poster, le copertine dei libri di Foster Wallace inquadrate, il bianco e nero, gli aneddoti su Gaetano Bresci e Hurricane, il cameo (stavolta tocca a Method Man, rapper del Wu-Tang Clan): tutti elementi che hanno una sola ragion d’essere, provocare riflessi pavloviani nelle recensioni dei critici.

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Durante i titoli di testa apprendiamo che Jim Jarmusch ha espressamente richiesto grande cura per l’edizione italiana del suo film, e a pensarci bene questo avrebbe potuto benissimo essere proprio un film italiano, un prodotto “d’autore” di quelli che, quando ci inciampiamo sopra, ci fanno venire l’orticaria. Tutte le poesie “scritte” dal protagonista scorrono in sovrimpressione, mentre la grande cura richiesta si traduce in una recitazione in italiano proveniente da una voice-over insopportabile, a mio parere più adatta a sonorizzare le vecchie videocassette che contenevano i corsi di lingue per principianti, nelle quali la voce scandiva ogni frase con lentezza mortuaria, e assoluta mancanza di qualsiasi tono (due caratteristiche comuni a molti personaggi di Jarmusch, ora che ci penso). La particolare cura, poi, ha prodotto anche un vistoso errore di traduzione: mentre sullo schermo appariva la parola “daylight” la voce l’ha tradotta con… ok, confesso che ho dimenticato con cosa l’ha tradotto, come presto dimenticherò tutto il film.

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Il tono generale sarebbe quello di una commedia leggera leggera,  con l’aggravante di un personaggio femminile irritante come pochi – la compagna di Paterson – che avrebbe dovuto generare cortei di femministe incazzate in marcia verso la casa di Jarmusch: una ragazza così idiota, casalinga ma nemmeno disperata, tanto ma tanto dolce e svampita, che però riesce a far bene qualsiasi cosa le passi in quella testa vuota: prepara dolci e riesce a venderli tutti ad un mercato; dipinge ogni superficie della casa e non c’è una sbavatura che sia una, con uno stile impeccabile e inattaccabile; decide di imparare a suonare la chitarra e lo fa subito in maniera più che decente. Da ghigliottina, insomma.

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La colonna sonora è ancora il drone-rock degli Squrl, la band di Jarmusch, che in Only Lovers Left Alive suonava perfetta e in Paterson sembra voler iniettare nel film profondità e tensione, ma ha l’unico merito di sottolineare la provenienza dalla luna del suo protagonista. Insomma, dopo i vampiri Jarmusch resta nel fantasy, popolando il suo tredicesimo film di personaggi da fumetto che  non fanno ridere, non divertono, non  appassionano e non hanno niente da raccontare. Ed è il terzo film di fila realizzato da Jarmusch a risultare così inutile, solo che stavolta mi veniva in mente, durante la visione, il nome di Wes Anderson. E questa è una cosa terrificante.

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