Split, di M.N. Shyamalan. Sempre sia lodato.


Mai sottovalutare l’avversario, specie se il suo incedere è scandito da squilli di tromba, anzi, di trombone. Alcuni mesi fa un critico importante, di quelli multidisciplinari, di quelli pagati per scrivere recensioni, uno che per cognome ha un bisillabo mutuato dal giargianese, ebbe a scrivere qualcosa di molto originale su Inside Out della Pixar, affermò che la teoria delle molteplici personalità sottese ad un individuo sarebbe fuorviante, oltreché precristiana e premonoteista, come se questo fosse un difetto. Questa teoria, a suo insindacabile avviso, sferrerebbe una mazzata letale alla definizione di persona come noi la conosciamo, un unicum, un uno che vale uno – e minerebbe il concetto stesso di volontà, in quanto l’atto volitivo buono e cattivo sarebbe scomponibile e determinabile da forze contingenti, siano sentimenti o pulsioni, demoni o alieni, altre rispetto alle intenzioni delle agente. Lessi con difficoltà le sue parole, troppi erano gli sghignazzi davanti ai suoi contorcimenti cerebrali, eppure mi prese un’inquietudine, come un sesto senso, sentivo che Fofi aveva aperto una strada, opposta a quella che avrebbe voluto chiudere. Split, del mio amico Shyamalan.

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Che è un film con tanti padri e nobilissimi, tutti dichiarati in sequenze che non lasciano spazio al dubbio. Palese ad esempi è la presenza di Hitchcock su tutti, nelle trombe delle scale inquadrate a mo’ di vortici onirici, nella lucida follia di un pazzo psicopatico, nell’importanza semantica degli oggetti che travalicano la loro funzione d’uso – un gancio non è, semplicemente, un gancio – per diventare ingranaggi di un formidabile meccanismo di suspense. Onore e merito all’eredità di Sir Alfred, ma qui si va oltre, e siccome Split è una storia di personalità disturbate e moltiplicate, allora diventa lampante che il padre di Shyamalan è Shyamalan stesso, lui si autocita, si auto omaggia, è auto derivativo. Penso a Signs in particolare, all’alieno chiuso nello stanzino e Mel che lo guarda da sotto la porta, quindi metto a fuoco che dove c’è Shyamalan c’è un occhio, una porta, una visione perturbata ed un mostro fuori.

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Outdoor, come nel caso di The Village o Lady in the Water, indoor, come nel caso di The Visit o di questo Split, con 3 ragazzine barely legal segregate da un pazzoide in stanze bunker di un sotterraneo, tra tubi e condotti di areazione, un ambiente claustrofobico, tetro, aggrovigliato come un cervello da dipanare. L’idea dell’autore, o degli infiniti autori dentro la sua testa, è di dare fisicità e solidità spaziale a quello che prima di Split succedeva solo nella mente del serial killer, o nella mente del killer in fieri. Il trauma infantile, il motore classico del genere thriller, muta in Split le sue caratteristiche salienti, non più o non solo la causa di tutti i mali del mondo, ma il principio demiurgico di un universo – un pantheon, un bestiario – di personaggi, tutti pregni, tutti con il loro significante storytelling, che sono la mutevole persona – dal latino, nel significato di maschera – del folle.

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C’è un attore solo ad interpretarli tutti, James McAvoy cambia volto cambia avventura, e la sua, ovviamente, è la performance, o sono le performance, di una vita, ma Split non è solo One (to Many) Man Show, è un film di relazioni sociali e di giochi di ruolo che si intrecciano e si evolvono. Le ragazzine rapite sono tre, in gerarchia cangiante dalla fighetta alla lolita alla sfigata, sollecitano meccanismi di empatia e cinismo, stuzzicano appetiti inconfessabili quando si espongono al voyeurismo malato del proteiforme aguzzino, agiscono e reagiscono al male come sanno e possono, con sorte differente. Sono ingranaggi anch’esse, eppure alimentano l’illusione che non tutto sia scritto, che gli eventi in corsa siano mutabili, perché il labirinto e la storia tutta parrebbe uno scenario di precrimine invece che di crimine, uno scenario di suspence allo stato più puro. Tra vittime e carnefice/i cè una psicologa, vestale dell’abisso, aedo ottuagenario, che traghetta il film dal thriller all’horror, che consente con il suo sacrificio l’approdo al soprannaturale, quando arriva davvero la bestia, la nuova carne, il Babadook, il mostro da dietro la porrta, ed allora le cose vanno così come devono andare, nel determinismo più bieco dei mostri e delle final girl, o forse no, non c’è una fine, c’è un nuovo inizio, il sacrificio e la pena non comportano riscatto e redenzione. Forse non basta credere per salvarsi, come in Signs, forse il male vince, demone sotto la pelle, beffa diabolica di Manoj Night, che sa cogliere il lato tragico e dannato dell’infanzia violata come pochi, il pensiero corre ad una storia eterogenea, quella di Stoker di Park Chan Wook – anche lì Hitchcock, e ragazzine sensuali, ed un fucile -, chissà per quale oscura intrinseca affinità elettiva.

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Sono stato criptico, forse troppo, ho scritto di getto spinto dal mio ego più compulsivo, ora sento che sta venendo alla luce il mio Io più accidioso, quindi la smetto qui. Un’ultima cosa: Split è un prodotto della premiata Factory Blumhouse, quindi è grande intrattenimento con poche lire e risultati, consentitemi, imperituri. Sia lodato Jason Blum, Sia lodato Shyamalan, sia lodato il Dio del cinema.

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