The Neon Fetish – Guida al feticismo cinematografico – Parte I


Tutti ai vostri posti, allacciate le cinture. Allacciate anche le corde, le manette, le catene. Lucidate le borchie, saggiate le guarnizioni, sterilizzate i giocattoloni. Last but not least, verificate le vostre riserve di lubrificante, e tenete le tute in lattice a portata di mano, questo dossier è una questione delicata. Una questione di fetish. Vi confesso che l’argomento presenta per me delle difficoltà, che non sono indotte dal pudore o da particolari pruderie, ma dall’esigenza di circoscrivere una materia così eterogenea al campo filmico. Impresa davvero ardua, perché il fetish è espressione di un gusto personale, particolare in quanto soggettivo, nella vulgata è spesso associato alla perversione, e qui la faccenda si complica, il termine perversione implica un giudizio morale, e noi che siamo cinefili, quindi guardoni per antonomasia, quindi feticisti, non abbiamo voglia né facoltà di tirare la prima pietra. Facciamo così allora, diciamo che ci interessa tutto ciò che è fetish ma non è parafilìa, tutto ciò che comporta esibizione di una pratica sociale, un gioco di ruolo e dei ruoli, e come è stato rappresentato sul grande schermo.

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I primi addestramenti alla frusta

Le prime tracce sporcaccione risalgono agli inizi del 900, nella lasciva Parigi. I fratelli Biederer, ebrei cecoslovacchi, avevano messo su uno studio di fotografia omonimo, specializzato in raffigurazioni di soft punishment (frustate, sculacciate, pestate con i tacchi) condite da abbondanti dosi di ironia. Fu Jacques, il più smaliziato dei Biederer, a cedere al fascino della celluloide ed a fondare la casa di produzione Ostra Studio, cui si deve Dressage Au Fouet (Addestramento alla Frusta), un corto di circa 3 minuti, anno 1912: due modelle in biancheria intima giocano di lingua con tacchi a spillo e frusta, trattenendo a stento l’imbarazzo tra risatine e goffaggini varie. E’ il primo film fetish della storia, almeno il primo ad essere uscito indenne dal corso degli eventi: al tempo dell’occupazione nazista, lo Studio Biederer fu chiuso, la Ostra chiusa, i materiali distrutti ed i fratelli deportati ad Auschwitz, dove morirono. E’ tuttavia tra le due guerre che il cinema si consolida come edonismo del guardare e sprigiona la forza evocativa del feticismo. Pensiamo a Un Chien Andalou, il capolavoro surrealista di Luis Bunuel (1929): nel film ricorrono ossessivamente immagini di mani rattrappite, mutilate, ferite, brulicanti di formiche, un trionfo di hand fetish. Linda Williams, dell’Università della California, osserva: “La ripetizione di mani in Un chien andalou è, per dirla semplicemente, un simbolo di feticismo: che cosa possono fare le mani e come possono generare sia intenso piacere che dolore intollerabile. La funzione del feticcio nasce dalla paura della castrazione, che può essere esorcizzata solo elevando il fallo a feticcio. La ripetizione di mani ferite e mozzate nel film rappresenta un fallo disincarnato. Questo è enfatizzato quando ci rendiamo conto che tutte le mani, sia ferite che ricoperte di formiche, sono di sesso maschile.” Che si parli di oggetti, o di parti del corpo, tutto fa fetish, il cinema si adegua, sono i registi ad apparecchiare le visioni erotiche (ed eretiche), veicolandole attraverso il corpo degli attori.

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Attori feticcio e registi feticisti

Gli stessi attori, usati come mezzo, quindi reificati, diventano un feticcio: è il caso di Marlene Dietrich, l’angelo azzurro del fetish, e della sua collaborazione con Josef von Sternberg (Morocco su tutti i titoli). Sternberg usa la Dietrich in funzione della sua ideologia, il cinema come piacere dello sguardo indipendentemente dalla storia raccontata. Laddove Hitchcock si concentra sugli aspetti analitici del voyeurismo, Sternberg sublima il feticismo della visione, nei suoi film “la visione prevalente del protagonista maschile (caratteristica del film narrativo tradizionale) è rotta in favore dell’immagine della donna, in rapporto erotico diretto con lo spettatore. La bellezza della donna come oggetto e lo spazio dello schermo si fondono; (…) lei è un prodotto perfetto, il cui corpo, stilizzato e frammentato dai primi piani in tante parti anatomiche, è il contenuto del film, il destinatario diretto dello sguardo dello spettatore”.(Laura Mulvey, critica cinematografica britannica, femminista). Marlene Dietrich brilla di luce e guepiere proprie, ma un’altra, prima di lei, ha dato forme e stile all’immaginario filmico fetish. Penso a Theda Bara, la prima dark lady del cinema, ai suoi formidabili costumi di scena in Cleopatra del 1917, un nude look tra veli e acciaio sul tema dell’aspide, che secondo alcuni è progenitore del latex e del punk a venire. Penso anche alla Vampira (1915) dove le sete nere ed i motivi mortuari facevano di Theda una donna esiziale prima ancora che fatale, icona efficacissima di feticismi assortiti quali la necrofilia, il vampirismo, la sottomissione. E’ che il divismo è intrinsecamente feticismo, e la genesi del mito delle star del cinema porta con sé fenomeni di adorazione – fans, diminutivo di fanatics –  di chiara matrice religiosa: ricerca e conservazione di reliquie quali peli e capelli, brandelli di vestito, effetti personali disparati.

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Spesso poi il mito esorbitava dallo schermo e la star feticcio si trasformava in feticista a tempo pieno: è il caso del controverso e polisessualmente adorato Rodolfo Valentino, il quale, secondo i bene informati, soffriva di feticismo mammario:  “In pratica, quando girava un film, per contratto e ovviamente pagata molto bene, doveva esserci per due volte la settimana una graziosa balia che Valentino spiava attraverso il buco della serratura mentre sbottonava la camicia e apriva il corsetto. Scodellate le mammelle, la donna lasciava Rudy succhiarne il latte.” (testimonianze raccolte nel libro Amours et Scandales a Hollywood, Joe van Cotton, 1985). Evitando la psicoanalisi di accatto, bisogna notare che le strade del feticismo sono infinite, e anche piuttosto spassose. E’ nota ad esempio la passione morbosa che Ed Wood, il peggiore regista del mondo, nutriva per i golfini d’angora, la morbidezza della lana invece dell’anodino latex, meno noto invece è Glen or Glenda (1954), dello stesso Wood. Il film, di stampo autobiografico, doveva parlare di omosessualità ma in corso d’opera – artigianale – finì con il parlare con il travestitismo; la cosa curiosa è che fu montato e rimontato dopo la precipitosa uscita in sala, con l’inserimento di spezzoni softcore e bondage, come si apprende 366weirdmovies.com: “Avendo bisogno di più sesso nel film, il produttore George Weiss decise di inserire i footage di uno spogliarello di donne in abito da sposa, di una ragazza in abito da cocktail nero frustata da un uomo a torso nudo, di due signore imbavagliate intente ad un gioco bondage, e altre clip fetish tratte da filmini della sua collezione privata”.

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Glen or Glenda divenne così un pasticcio sexy, postmoderno ante litteram, ed aprì la strada al trionfo del fetish nella cultura (o non cultura, o sotto cultura) pop, suggellato dall’affermarsi di un’unica, vera dominatrice: Bettie Page. Nata come pin-up (niente è più fetish dell’usare puntine per inchiodare alla parete la foto di una donna), Bettie cavalcò dal basso la rivoluzione sessuale, diventando un corpo simbolo, un catalizzatore naturale di desiderio in un’epoca funestata dalla paranoia anticomunista e dall’oscurantismo dei costumi. Come lei stessa ha dichiarato nel documentario Bettie Reveals All (2012), parecchi fotografi con i quali lavorava le chiedevano di fasciarsi il petto con il nastro adesivo per enfatizzare il solco tra i seni (cleavage fetish), ma fu Irving Klaw a farne icona giuliva del fetish, dapprima per cataloghi di foto da spedire per corrispondenza, poi per film in 16 mm quali Teaserama, in cui Bettie alterna frustini a pose submissive insieme a Tempest Storm, regina del burlesque. Bettie era la donna della porta accanto che gioca a fare la dominatrix (“agli uomini piace vedere donne che si sculacciano, o donne legate in balia di un bruto, non so perché”), nel suo sterminato catalogo fotografico alterna cuoio a guaine e frustini che gli stessi acquirenti inviavano: Bettie Page era il bondage on demand e senza peccato (“La richiesta più folle che mi hanno fatto? Un ragazzo voleva che posassi con un costume da pony, in cuoio, prona a 4 zampe come un cavallino, la testa completamente coperta da una maschera”). Il processo per condotta pornografica, che subì insieme a Klaw, non riuscì ad oscurarne la luce, Bettie Page è il lato splendente del fetish ad uso e consumo di grandi e piccini. Grazie a lei si sviluppò una genìa di dominatrici sul grande schermo: in The Balcony, (J.Strick, 1963) Ruby Dee, sceneggiatrice di colore, attrice e attivista dei diritti civili, è una prostituta che si traveste da ladra in body, reggicalze e tacchi a spillo, per mettere in scena un gioco di ruolo con l’infoiato giudice suo cliente. Un anno dopo, Audrey Campbell è la mistress sadica che tormenta un gruppo di schiave bianche nella trilogia di Olga (White Slaves in Chinatown, Olga’s Girls, Olga’s House of Shame. 1964).

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Fetish Vintage

Non solo sexploitation, il fetish conquista il cinema d’autore in Francia (il foot fetish di Brigitte Bardot e di Truffaut, poi Maitresse di B.Schroeder) e arriva in Italia, con Venere in Pelliccia di Massimo Dallamano, che contiene l’ossessione per la scopofilia (guardare dal buco della serratura) propria della commedia anni 70, più o meno pecoreccia, comunque nazional popolare. Da Ayzad.com apprendiamo che In Germania, nel 1973, il campione di incassi al box office fu Liebesgrusse aud der Lederhosen, una commedia erotica che suggellò il gradimento per il “porno yodel”, scene di sesso softcore e hardcore con attori in costumi tipici tirolesi e bavaresi, pantaloni corti e bretelle in primis, e profluvio di wurstel. Un fetish di montagna, grezzo come i crucchi, i cui ambienti e costumi ritornano in un feticismo successivo molto più estremo, la serie di video Heydy Perverse (body modification, mica guinzagli e museruole). E’ però Liliana Cavani, con Il Portiere di Notte (1973), a sdoganare il fetish più sovversivo, quello in cui il cuoio, le fruste e gli stivali sono resi più morbosi dai protagonisti con la svastica al braccio e l’uniforme nazi. La stessa Cavani viene sorpassata 2 anni dopo da Salò o le 120 giornate di Sodoma, con il quale Pasolini mostra il lato mortuario e turpe del fashism-fetiscism, dichiarando che “la lotta progressista per la democratizzazione espressiva e per la liberalizzazione sessuale è stata brutalmente superata e vanificata dalla decisione del potere consumistico di concedere una vasta – quanto falsa – tolleranza”.

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Dalla metà degli anni 70 in poi diventa impossibile tracciare una linea, schegge di fetish arrivano dal cinema di tutto il mondo, assumendo sembianze sempre nuove, weirdissime, mentre tacchi, cuoio e latex, in quanto moda, sono esposti a fluttuazioni cicliche di gradimento e oblio. Il nome di Stanley Kubrick, ad esempio, in tema di fetish evoca spontaneamente i volti mascherati e le ammucchiate di Eyes Wide Shut, ben pochi sanno invece della fascinazione del regista per le stanze da bagno – i cessi – , teatro di scene chiave in cinque dei suoi film: Private Pyle si suicida sparandosi sulla tazza (Full Metal Jacket), seguendo le orme del predecessore Jack Ripper (Dr.Strangelove); Alex si fa il bagno nella vasca della donna stuprata dalla sua gang (Arancia Meccanica); Jack Torrance riceve la prima visita del fantasma nell’orinatoio dell’Overlook (Shining); David Bowman, catapultato in un strano bianchissimo appartamento, si mette a ispezionare in primis il bagno (2001: A Space Odissey). Questo feticismo così sublimato ha da contraltare il feticismo ridotto a cosplay, anche a causa della millanta pop singer che ripropongono in loop diuturno il look a la Bettie Page (Madonna, Lady Gaga, Gwen Stephani, Rihanna, Kathy Perry). I festival di cinema fetish proliferano (Kiel, Roma, Tokyo, Copenaghen) e ingabbiano la trasgressione nella trimurti latex-leather-lube (cuoio, lattice, lubrificanti), degradando il gioco di ruolo, quintessenza del fetish, a pratica onanistica. Meglio abbandonare la ribalta e rifugiarsi a giocare in cantina: In the Basement, di Ulrich Seidl, è uno dei titoli più fetish degli ultimi anni, l’esibizione di un sottobosco di freak svelati nei loro piaceri più intimi. Questo è quasi tutto, gente, ora mettetevi in ginocchio e godetevi questo dossier, noi, invece, tagliamo la corda.

[Anche Su Nocturno num.169, in edicola da Gennaio 2017]

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