The Neon Fetish – Guida al feticismo cinematografico – Parte II – Tarantino, il regista piedofilo


Cominciamo dalle sequenze finali di The Hateful Eight, l’impiccagione da camera che non ha precedenti, e non avrà seguenti, nella storia del cinema. Guardiamo Daisy Domergue negli ultimi spasmi di vita, guardiamo le contrazioni raccapriccianti dei piedi costretti nelle scarpe di vernice, con appeso il moncherino di John Ruth, fino al sopraggiungere della morte. Feticismo estremo. Arti mozzatI, scarpe, corde, camera da letto, questo è Quentin Tarantino, non il postmoderno, ma l’archeologico, il filologico Tarantino. La scena è ispirata, forse, al Kiss Me Deadly di R. Aldrich, anche lì l’impiccagione era una danza macabra di piedi femminili, piedi nudi appesi, piedi nudi che corrono sull’asfalto in una notte buia. Il foot fetish è una questione autoriale, e Quentin Tarantino dichiara pubblicamente la sua santissima trinità in materia: Bunuel, Hitchcock, Fuller.

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Si potrebbe giocare a trovare i riferimenti in ognuno dei classici citati, ma ci interessa di più notare che la passione estrema per le estremità cela un’insaziabile voglia di sperimentare, di trovare uno sguardo, un punto di vista differente. Dice Quentin: “chi non si diverte ad inquadrare piedi e scarpe, non ha le idee chiare su dove posizionare la macchina da presa”. Questione di tecnica quindi, travestita da divertimento morboso. A ben guardare, il fermento seminale arriva direttamente dalla Nouvelle Vague di cui Quentin è figlio bastardo: tutta la filmografia di Truffaut è un trionfo di gambe e piedi femminili (L’Uomo che Amava Le Donne, per esempio), e prima ancora l’intero universo maschile giaceva ai piedi di Brigitte Bardot, la dea, ne E Dio Creò la Donna di Vadim. Quentin, invece, è ai piedi di Uma Thurman, la sua attrice feticcio. I nostri occhi indugiano sulle dita affusolate dei piedi di Beatrix (a proposito, come si chiamano le dita dei piedi? Alluce ok, le altre?) nella Pussy Wagon, fino al primo cenno di risveglio. I nostri occhi, come l’occhio di Elle Driver, finiscono in poltiglia sotto il piede della Sposa in Kill Bill Vol.2; uno spasso, come bere champagne dallo stiletto Christian Louboutins, in velluto nero, di Uma, cosa che Quentin ha fatto veramente in occasione di un evento pubblico nel 2010.

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Uma, sempre Uma, foot-issimamente Uma, ancora a piedi nudi, Mia Wallace, a twistare con Vincent Vega in Pulp Fiction, film in cui  anche Esmeralda Villalobos guida un taxi a piedi nudi. Il feticismo di QT non fa distinzioni tra personaggi principali e secondari, diventa pure interracial, quando i piedi nudi della giapponese O-Ren Ishii sono inquadrati nella corsa sul tavolo da riunioni, prima della decapitazione del gangster irriguardoso. Oppure è feticismo evocativo, parlato ma non guardato, come quando in Pulp Fiction si racconta del massaggio ai piedi di Mia, che nelle parole di Jules e Vincent è stato causa delle defenestrazione di Tony Rocky Horror ad opera di Marsellus Wallace. In questo gioco delle parti (anatomiche) Quentin si diverte come un satiro, anche come attore. Nelle vesti di Richard Gecko, maniaco psicopatico, guarda e sbava per i piedi nudi di una barely legal Juliette Lewis, più avanti sugge, bramoso e sottoposto, il piede destro di Selma Hayek (Dal Tramonto all’Alba: dirige Robert Rodriguez, sceneggia QT).

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Saltiamo in avanti, a Jackie Brown, ai minuti trascorsi ad inquadrare i piedi inanellati di Bridget Fonda, o a Samuel Jackson guardato al bar attraverso le gambe ed i tacchi della ballerina divaricata. Ce n’è per tutti, anche per una rivisitazione in chiave sadonazi di Cinderella, quando l’infoiato Hans Landa si lavora il piede della doppioghista Bridget von Hammersmark – piede già inquadrato nel falso gesso in precedenza – prima di calzarle la scarpetta e procedere al suo strangolamento (Inglorious Basterds). Piedi e morte, feet and deat Death in Tarantino’s Land, su youtube abbondano le compilation con le inquadrature più ardite di piedi e omicidi, l’apoteosi è ovviamente in Grindhouse – Death Proof. Da Jungle Julia, il suo piede fuori dal finestrino prima di essere tranciato e volare libero nel crash fatale, ad Abernathy, piede solleticato e leccato proditoriamente, è tutto un chi se ne foot-e, ma lo zenit, il vero zenit, è quando lo stivale di Abernathy si alza nel cielo e poi si abbatte, letale, esiziale, sul cranio di Stuntman Mike. Fine della corsa, fine dei giochi. Due film mancherebbero al nostro appello, ma se in Django Unchained ricordiamo alcune inquadrature dei piedi di una Broomhilda in lacrime, imprigionata nella sua stanza a Candieland, per Reservoir Dogs la memoria non ci aiuta, qualcuno deve aver cancellato le impronte.

[Anche su Nocturno num 169, in edicola da Gennaio 2017]

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