Manchester By The Sea. Can’t beat it.


Non è un cadavere che galleggia in piscina, non si reca in una stazione di polizia a denunciare il proprio omicidio, ma è comunque un protagonista morto. Non all’inizio del film, è morto prima. E’ già un morto vivente quando il film inizia. Di giorno si trascina in giro con gli occhi spenti, parlando pochissimo, il suo lavoro glielo permette: non è necessario dire tante cazzate per sturare un cesso o riparare un termosifone. Non cerca carne umana da mordere, almeno non prima del tramonto. Di sera invece, dopo ogni giornata di lavoro duro e senza pensieri, dopo due o tre birre, i suoi occhi più spenti del solito cercano la rissa, cercano i cazzotti, la piccola catarsi quotidiana necessaria per tornare a giacere per qualche ora con un livido in più e la testa leggera, annebbiata e pulsante dolore. Un dolore che è soltanto fisico ed è il benvenuto. Il giorno dopo ricomincia a recitare nel ruolo del morto vivente. La piccola finestra vicinissima al soffitto è sempre chiusa, e dal vetro opaco si vedono i piedi e le caviglie dei passanti: la sua stanza è un seminterrato, è sottoterra. Sepolta come una bara, e con le stesse funzioni di una bara, anche se un po’ più spaziosa. E’ una stanza quasi vuota – there’s nothing there – chè serve soltanto ad addormentarsi annebbiato dall’alcol, lontano dai pensieri, dai ricordi, dagli occhi e dai cuori dell’intero universo. Lontano dalla sua vita, che è finita a Manchester By The Sea.
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Manchester By The Sea: una città abitata quasi esclusivamente da pescatori bianchi, piccola al punto che si conoscono quasi tutti. Gente comune, lavoratori e famiglie dei lavoratori. Solo nel film: nel mondo reale è pura classe media, sono tutti benestanti, white male americans che hanno tutti una casa – e molti anche una barca – di proprietà, assistenza medica di qualità, e manderanno i figli al college. A guardarli però, proprio come nel film, sembrano tutti proletari (e infatti il Massachussets vota democratico a stragrande maggioranza: insomma, sembra di sinistra), ma proletari secondo i parametri che in Italia, per esempio, valevano fino a venti anni fa per gli operai qualificati. E cioè con uno stipendio che si aggirava intorno ai 1800 euro. Le donne di Manchester non fanno una bella figura: le adolescenti si dividono a loro insaputa il fidanzato, le madri e le mogli abbandonano i mariti, diventano alcolizzate o delle isteriche religiosissime. O entrambe le cose. O ancora sfornano figli per dimenticare tragedie, si pentono di aver accusato i loro uomini ed ex-uomini, chiedono scusa se osano offendere e rimproverare i maschi.
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In questa piccola bianca isola felice viveva anche Lee Chandler, prima della tragedia. La sua non-vita dopo la tragedia è in un quartiere periferico di Boston, dove lavora per un capo dalla pelle nera e per un salario minimo, e dove anche la donna che gli offre una mancia è afroamericana. Sembra una punizione, autoinflitta pure, se si osserva il menefreghismo di Lee verso ogni cosa e persona incroci la sua strada: le donne che usufruiscono dei suoi servigi sono tutte frustrate, represse e snob, lo trattano come uno sguattero o al massimo come l’oggetto di una fantasia sessuale trasgressiva.  Sessismo, classismo, razzismo? Si, sono ombre ben definite che si distendono per tutto il film. Perchè probabilmente il ritratto dei maschi del Massachusetts scritto da Kenneth Lonergan è genuino ed accurato, e sono quindi razzisti, classisti e sessisti. In effetti in una scena di gruppo – tutti uomini – sembrano una versione appena più light degli abitanti dell’Outback australiano immortalati in Wake In Fright.  Risulta del resto difficile credere a malafede o scarsa attenzione a tematiche sociopolitiche in un progetto nel quale è presente lo zampino di Matt Damon e soci.

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Esageratamente tragico come solo la vita sa essere, il terzo film di Lonergan è cinema di altissimo livello, come lo sono le prove di Casey Affleck, Kyle Chandler, Lucas Hedges e Michelle Williams. Costellato di momenti di inattesa comicità cinica e sarcastica, un film nel film che si rivela un buddy movie azzecatissimo, picchi emotivi da far tremare i polsi. Manchester by the sea è scritto e diretto alla grandissima, la struttura temporale basata sui flashback non puzza mai di furbizia e non cerca il colpo di scena, quello che trasmette è una incredibile sensazione di onestà. E se il regista è stato sorpreso a piangere mentre girava le scene più forti, qualcosa vorrà pur dire.

casey-affeck
E’ un film che fa male, ma fa anche bene.
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2 pensieri su “Manchester By The Sea. Can’t beat it.

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