Smetto Quando Voglio Masterclass. In lode di Sidney Sibilia


Quando c’era lui, io frequentavo il liceo. Un liceo rosso, rossissimo, color carminio proletario, con preoccupanti striature nerognole, tristo presagio della avantfascistizzazione che sarebbe sopraggiunta in fine di millennio. Lui, ad ogni modo, non era il famigerato lui, ma era l’uomo con la voglia, il compagno Michail Gorbaciov, con le sue rivoluzionarie idee di cambiamento: Perestrojka! Glasnost! Rinnovamento! Trasparenza! Onestah! Mentre il compagno Misha spingeva il bottone dell’autodistruzione, a scuola si succedevano le assemblee di istituto, era tutto un fiorire di docenti organici al partito, di militanti di Lotta Continua che arringavano gli studenti, tranquilli, dicevano, nessun muro crollerà, dicevano, lui dimostra che solo i sistemi socialisti vincono, perché capaci di autocorrezione dall’interno. Non solo i sistemi socialisti, anche Dikotomiko caro vostro è capace di autocorrezione, ecco qua Smetto Quando Voglio Masterclass. Mea culpa mea culpa mea maxima culpa.

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Non esitammo a massacrare il primo Smetto Quando Voglio, lo trovammo superficiale, piaggione, insopportabilmente romano. Sembrava un’operazione studiata a tavolino, un tentativo artigianale di riprodurre nel cortile di casa alcune tematiche cara alla grande serialità televisiva. Il problema, appunto, era che il film pareva bello e confezionato per il piccolo schermo, viveva sulla parosisstica caratterizzazione dei personaggi, soffocava alcuni spunti cattivelli in una visione timida ad alzo zero. Problemi oggettivi questi, che alla luce dei fatti restano non come crimini, ma come peccatucci di gioventù. Mai avremmo pensato che Smetto Quando Voglio Masterclass fosse un film, un film vero,pieno di amore per il grande schermo e degnissimo di starci, sul grande schermo. Mai lo avremmo pensato, senza la benevola intercessione degli amici de I 400Calci, leggere per credere.

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In Masterclass c’è lo nascita di un autore, Sydney Sibilia, che dirige con occhio saldo una squadra di protagonisti affiatati e convincenti, collocandoli variamente nelle pieghe di un’insolita commedia all’italiana, zeppa di azione come un neowestern metropolitano. Il film dura quasi 2 ore, il che è insolito per un prodotto nostrano di tal fatta, e occupa il suo tempo all’insegna del dinamismo più sfrenato. Se, infatti, l’inizio è nella sordina di un carcere di massima sicurezza, lo sviluppo avviene su piani spaziali diversi -ci sono pure escursioni a Bangkok, a Lagos-  ad un ritmo frenetico. Si corre in lungo e in largo per Roma, con i mezzi più strampalati, sidecar e jeep del Terzo Reich, oppure furgoni così accessoriati da fare invidia all’A-Team, l’adrenalina è al massimo, occorre sbaragliare il mercato della smart drugs.

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Sibilia ha il pieno controllo del territorio, ne rivendica il possesso, nelle sua mani avviene il miracolo, perché le strade romane tornano a parlare, non più texture per motorini di adolescenti coatti o neoyuppie impotenti, ma asfalto rovente e sanpietrini, curve e deviazioni, dossi e colonne imperiali, come se gli anni 70 fossero ancora qui, e di fatto ci sono, Roma è la città eterna che eternizza, e la colonna sonora di Marco Braga è una celebrazione riuscitissima delle sonorità del poliziottesco. C’è la banda dei professori/ricercatori universitari in missione occulta per conto dello Stato, ed anche i dialoghi tra i protagonisti, il loro italiano cinicamente forbito, disperatamente consono, si colora di una simpatia matura, solo accennata nel primo episodio. Ma non è tutto, il cuore dell’opera sono 20 minuti 20 di assalto alla diligenza, segnatamente di assalto ad un treno merci ed al suo carico di pillole anticoncezionali. Il che ci porta su una dimensione di grottesco trionfante – la memoria corre all’inseguimento del camion porta-feti nel Perdita Durango di De La Iglesia -, contenuta da una suspense costruita e tenuta in pugno alla perfezione: brividi, capitomboli da stuntman, forze centripete che si scontrano sopra sotto e dentro i vagoni per sopraffarsi. Non arte, ma divertimento allo stato più nobile, un regista e degli attori che apparecchiano un grande spettacolo e ci stanno dentro interamente, e perfettamente, tanto da trasfigurarsi in una saga crossmediale che arriva ai videogiochi, ai fumetti, ad un terzo capitolo girato in contemporanea, per un nuovo miracolo italiano.

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Siccome però noi restiamo sempre quello che siamo, e cioè critici maieuticI, non ci esimiano dal biasimare la presenza e la recitazione di Valeria Solarino, già inadeguata nel primo episodio, qui addirittura stralunata, sgarrupata. sgangherata. Potrebbe darsi che un lavoro ulteriore sulle sottotrame sentimentali sia necessario per Sibilia, forse sì, o forse no, noi lo perdoniamo comunque, lui è un autore e quindi massimo rispetto. C’è una scena, ragazzi, in cui uno della banda si intrufola nottetempo in una fabbrica, seguiamo i suoi movimenti ripresi dai monitor di sorveglianza, prima uno, poi quello sopra, poi quello sopra ancora, mentre in primo piano resta sempre un ignaro vigliante, poi l’incursore sparisce dai monitor ed appare corporeo, a grandezza naturale, alle spalle del malcapitato uomo-guardia: che spettacolo signori, questo è cinema!

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