Jackie, di Pablo Larrain.


C’è da sorridere finalmente, arriva un film preceduto da mezzo secolo di aspettative. Pur essendo un de profundis di quelli sepolcrali, ancora più che tombali, questo film non ricorre al solito comodo epitaffio, non chiede compunzione o contrizione, non cela le sue spoglie, cioè, sotto l’esiziale “tratto da una storia vera”. Si potrebbe obiettare che sia tratto non da Una storia vera, ma dalla Storia vera, quindi occorrerebbe riconoscere la leziosità di quel motto innanzi alla solennità dell’opera memoriale. Sarebbe invero una considerazione inappropriata e fuorviante, il film in questione è mera opera dell’ingegno di uno, il suo regista, come tale è il frutto più fecondo e mortifero della sua fantasia. Jackie, di Pablo Larrain.

313-zapruder

Noi sappiamo, noi lo sapevamo: il tempo è fuor di sesto, il principio del caos è il fotogramma 313 made by Zapruder, il big bang della testa di John Fitzagerald Kennedy. Morte in televisione, morte in mondovisione, trasmissibile e ripetibile all’infinito, una sequenza di immagini come una curva di Gauss, da scomporre e ricomporre nel big bang della testa di ognuno. Il filmato Zapruder è il paradosso della visione in tempo reale: il rapporto diretto tra gli occhi che guardano e l’evento che accade è mediato, c’è il medium televisivo che per sua natura riproduce, non produce, quindi altera, falsifica, determina, agisce cioè come l’immaginazione umana. L’assassinio di Kennedy non è mai accaduto, o accade in ogni istante e per sempre, secondo lo specifico di ogni singolo individuo che guardi quel footage di 23 secondi.  Questo è quanto Ballard ci ha insegnato con La Mostra delle Atrocità, qui si innesta diabolicamente Larrain, che sceglie di raccontare il sommerso dell’irrealtà, il non tempo trascorso tra il fotogramma 313 e le estreme esequie, trasmesse in mondovisione, del Presidente caro estinto/esploso. Lo fa costruendo un racconto fantascientifico ultramoderno, ingigantendo a misura di cinema Jackie Kennedy, diva  della comunicazione di massa, dell’affabulazione per immagini che trascende la Storia e si fa mito. La dichiarazione programmatica di Larrain è nelle parole stesse, il logos, di Jackie, pronunciate nel corso dell’intervista surreale che è il filo tortuoso del film: la Storia, dice, è troppo grande, sfugge alla comprensione della gente, non basta scriverne, occorre guardarla in TV. E’ con la TV, secondo questa Jackie, che si crea regalità, che si cantano le gesta eroiche di un Principe (Presidente) miliardario, perché la TV crea tradizione, crea il tempo. Storicizza.

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Jackie è irreale e sghemba nel film di Larrain, come lo era veramente (veramente ?) nel filmato CBS in cui apriva la Casa Bianca – la Casa Vuota – alla CBS e quindi all’umanità tutta: i vestitini così alla moda, la parlata liquida, lo sguardo grondante autoesaltazione, è un androide, replicante di una sua propria idea.  Le immagini di repertorio della CBS, in cortocircuito con la ricostruzione filmica, disegnano una donna spettro – letteralmente, un fascio di radiazione policromatica – che si aggira in un obitorio, paesaggio di morte dove il passato non si sedimenta ma svanisce, pedissequamente rimosso e sostituito come fose arredamento, una volta ogni 4/8 anni.

Natalie Portman as "Jackie Kennedy" in JACKIE. Photo by Pablo Larrain. © 2016 Twentieth Century Fox Film Corporation All Rights Reserved

Il passato, quindi, come mobilia, non vestigia: un pianoforte con i piedi a forma di aquila, il lettone del glorioso Abramo Lincoln. L’intento consapevole di Jackie e di trasformare  questa dimensione, zeppa di Wunderkammer e morti viventi/vissuti, nella Camelot, l’universo da Truman Show imperniato sulla sua icona, ma il fotogramma 313 glielo impedisce, per sempre. Ed allora Pink Jackie, Jackie color rosa shocking e rosso sangue, che pare uscita da un episodio di Black Mirror, deve trasporsi in un’altra dimensione, accettare il crepuscolo degli dei – lei e John together forever in the kingdom – per diventare altra. Non una uscita di scena, ma un cambio di scena, come i fotogrammi neri che aprono il film, neri come il Cigno Nero di Aronofsky che qui produce e di certo suggestiona, e Jackie, quella Jackie che esiste nella mente di Larrain, nella mente di uno sceneggiatore geniale a sua insaputa, esce di scena alla sua maniera, guardata da tutti, dalle millanta finestre affacciate su una processione funebre, dalle millanta steli di caduti che circondano il cippo funerario del suo personale de cuius. Jackie al tempo (fuor di sesto) dei Kennedy è uno stato di allucinazione progressiva, un delirio che trascina nel vortice chiunque, da Bob Kennedy a Johnson, dai suoi stessi figli/marionetta a Lee Harvey Oswald, ucciso in diretta TV ma mai morto, mai veramente reale per lei che non lo vide morire in tv.

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A margine di queste elucubrazioni, sono doverose alcune quanto spiacevoli considerazioni: ho letto alcune critiche al film che rinfacciano a Larrain inesattezze storiche, farragini varie, profusione tanatos invece che pennellate di patos. Parlo, segnatamente, della recensione comparsa nelle pagine cartacee e telematiche di Internazionale. E’evidente che queste critiche mistificano la visione stessa di Jackie, fraintendendone o alterandone l’essenza, e ce ne dispiace tantissimo, perchè, è bene ribadirlo, Jackie è un’opera ermeneutica del tempo come lo viviamo e come lo vediamo. Enter the Void. Sia lodato il Dio del cinema, sempre sia lodato.

 

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