The Neon Fetish, parte IV: sono pazzi questi giapponesi!


Kenichi Takahashi, noto comico televisivo 44enne, è stato arrestato per il furto di dozzine di uniformi liceali, e pare abbia confessato di rubare le divise da più di venti anni. Le sue fan si son dette dispiaciute, dichiarando che avrebbero volentieri donato le loro se avessero saputo. L’impero incontrastato del fetish è il Giappone, senza se e senza ma. Il pensiero vola inevitabilmente ai distributori automatici di mutandine sporche, ed è un pensiero ormai antiquato e limitato. Curiosamente, parte della responsabilità della diffusione del fetish per le mutandine femminili è da attribuire alla polizia, alla legge e all’ordine, visto che negli anni 60 i roman porno furono perseguitati perchè mostravano atti sessuali di donne e uomini che non indossavano biancheria intima. Le mutandine inondarono tutte le scene erotiche, quindi, per sottrarsi alla censura, alle denunce e ai sequestri, e finendo per colonizzare l’immaginario perverso della popolazione maschile. Popolazione della quale fa parte il giovane Yu, il protagonista di Love Exposure, uno dei capolavori di Sion Sono, quattro ore di acrobazie emotive, risate scatologiche e sussulti strazianti, zoom e campi lunghi, musiche reiteranti che amplificano l’epica del caos, il purissimo e lineare disordine di un magma visuale e sensoriale. Yu cerca l’amore sotto le gonne delle ragazze, fotografando migliaia di mutandine, affinando la sua tecnica, esibendosi in scatti multipli acrobatici, imparando dai maestri della perversione che tutte le risposte si trovano tra le gambe delle ragazze, collezionando quintali di foto di mutandine di ogni tipo e colore. Yu diventa il re dei pervertiti, senza aver mai avuto una erezione.

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Succederà solo quando i suoi occhi si poseranno sulla sua Vergine Maria, l’amore, che riconoscerà all’istante, illuminato ed estasiato al cospetto della sua Madonna. Le mutandine sono anche un elemento in comune con Minna! Esupâ dayo!, miniserie con la quale Sion Sono irrompe in tv: il diciassettenne Hiroshi (Shota Sometani, attore feticcio del regista) in seguito a una eclissi lunare, scopre di possedere doti di telepatia. Nel corso della storia scopre anche che nel suo Paese, Higashimikawa, in un distretto lontano da Tokyo, sono in molti a scoprirsi improvvisamente dotati di poteri extra-sensoriali, e tutti o quasi sono ossessionati dal sesso. Comprensibile, visto che, come scopriremo nel corso delle puntate, i requisiti fondamentali per l’acquisizione dei superpoteri sono: 1) essere vergini; 2) essere stati colti dall’eclisse mentre ci si masturbava. L’elenco dei superpoteri è facilmente immaginabile e comprende la telecinesi limitata a riviste porno e sex toys, la capacità di teletrasportarsi in affollati spogliatoi femminili, oltre alla capacità di leggere i pensieri altrui, se riguardano la sfera sessuale. Significativa la presenza di Megumi Kagurazaka, moglie reale del regista, nei panni scollati della segretaria di un professore arrivato nel paesino per studiare il fenomeno, e che nei momenti di massima concentrazione le palpa il seno, mentre lei resta impassibile e professionale. Feticismo puro, probabilmente anche dall’altra parte della telecamera, a voler essere maliziosi ma mica tanto: nei film di Sono sua moglie recita spesso, ed è spesso oggetto di assalti erotici di notevole intensità, che la coppia di sporcaccioni utilizza forse come ispirazione, al chiuso della loro camera da letto. Non manca un massiccio product placement: gli onnipresenti sex toys, dai poteri lisergico-onanistici simili all’Orgasmatron di alleniana memoria, sono prodotti che esistono realmente e hanno il marchio Tenga, leader mondiale nel settore del selfentertainment per grandi e piccini.

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Dal caos terribile di Strange Circus – nel quale i protagonisti fuggono a gambe levate dalla propria identità – all’accumulo di feticci in Tag – il sangue mestruale, le divise, la maturità sessuale, la chiesa cattolica, e ovviamente gonnelline svolazzanti e mutandine – Sion Sono è da sempre tra i più attenti a mettere in scena, amplificare, ridicolizzare e probabilmente esorcizzare i feticci sessuali del suo popolo. I giapponesi sono oltre, molto oltre. Esempi pratici? Eccoli. Cominciamo dal Bebigyaru, una pratica resa popolare da uomini di mezza età che dopo una giornata di massacrante lavoro tornano a casa e vogliono essere accuditi come bambini. Pannolino e biberon compreso. O che pagano affinchè le ragazze recitino il ruolo di parenti, figlie, mogli. Proprio come vediamo in Noriko’s Dinner Table, E’ quasi uno spin-off di Suicide Club, sempre appiccicato ai volti e ai corpi dei personaggi, che sono in crisi d’identità, che rifiutano l’identità e confondono e sognano e accatastano identità: fittizie perlopiù, collezioni di ricordi privi di appartenenza reale, oggetti casuali ed estranei ai quali affibbiare senso e memoria. E come sempre scorre il sangue a fiotti, per recidere cordoni ombelicali o come collante per tenere insieme nuclei familiari. Se una ragazza è pagata per recitare il ruolo della moglie che ha tradito e abbandonato suo marito, finirà accoltellata, e morirà felice di aver svolto il suo compito fino in fondo.

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Vi sembrano più rassicuranti i cuscini con l’immagine delle eroine e degli eroi di fumetti e videogiochi? Forse, finchè non scoprirete che i cuscini sono provvisti di buchi, provvidenzialmente asportabili e lavabili. Meritano almeno una citazione i coraggiosi appassionati di face-farting, e gli spettatori abituali di video porno “patience face”, nei quali le attrici posizionano la testa attraverso un buco nel muro e – rivoluzionando il nostrano abusatissimo gloryhole – il sesso avviene dall’altra parte, mentre il feticista guarda solo il volto delle ragazze! La lista è interminabile, e comprende miriadi di locali specializzati che riproducono ospedali (ah, le infermiere!), treni (dove si può palpare senza essere denunciati), uffici (povere segretarie!), o dentro i quali è possibile strappare i collant di dosso alle ragazze.

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Nessun paese regge il confronto col Giappone, a cominciare dalla Corea, dove la pratica più strana è forse il Mukbang: ovvero guardare una ragazza o un ragazzo ingozzarsi di cibo. Food porn all’ennesima potenza, quindi, con i microfoni ben piazzati per godersi il suono della masticazione e i versi di soddisfazione. Sul grande schermo il divario col Giappone è annullato. Park Chan-wook sarebbe uno dei registi preferiti di Freud, forse. Ricordiamo in Thirst la sequenza stra-fetish nella quale il prete vampiro, inginocchiato, lecca le dita dei piedi a lei, che a sua volta “degusta” falangine e falangette delle mani del suo amato. Una parata di simboli farcisce Stoker, dove spicca il fetish per le scarpe femminili (e l’occhio di Park indugia spesso sui piedi della giovane protagonista India) oltre a quello per la morte: India legge “l’enciclopedia dei funerali” ; il suo papà la portava a caccia e imbalsamava orgoglioso tutti gli animali uccisi da sua figlia; India si masturba sotto la doccia ripensando al suo primo omicidio. Nel recentissimo The Handmaiden, il re dei prestigiatori orientali si è sbizzarrito ancora una volta. Abbiamo tre protagonisti che fingono di essere ciò che non sono, in un gioco di ruolo complesso e perverso. E poi appare il polipo gigantesco ad insidiare il corpo femminile (che è la versione “live” de Il sogno della moglie del pescatore, una celebre stampa erotica di Hokusai), che richiama l’immaginario hentai nel quale lo stupro tentacolare è onnipresente; il sesso in pubblico con un manichino di legno, l’impiccagione simulata. E sopratutto la scena magistrale della limatura del dente, primo approccio sessuale tra la governante e la signora, carica di erotismo strisciante e morboso. Merito anche di Jeong Seo-gyeong, co-scrittrice di quasi tutti i film di Park, e sicuramente responsabile del lato più perverso e femminile del suo cinema.

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Il merito – o la colpa – è da attribuire interamente al regista se invece guardiamo cosa succede sul nastro di Moebius, ovvero il film-scandalo di Kim Ki-duk, che scaraventa addosso al pubblico lo stupro di gruppo, l’incesto, l’evirazione, la masturbazione, l’autoscorticamento erotico e uno spassosissimo martirio del pene; un assalto punk, nel quale il fetish diventa un oggetto contundente, al confronto del quale i piedi nudi intrecciati sulla bilancia in Ferro3, e la “divisa” da suora ne La Samaritana, diventano innocue cartoline.

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In Cina non è difficile trovare ristoranti che servono le bevande in tazze a forma di tette, o che usano apribottiglie a forma di pene, dove le clienti sono ammanettate e imboccate dai partner. A Hong Kong ci andiamo in compagnia di Wong Kar Wai, che dissemina il suo cinema di feticci già in Hong Kong Express, dove i protagonisti – perlopiù maschi, soli e impauriti – parlano continuamente ai propri oggetti, mentre un poliziotto consuma lattine di succo d’ananas in quantità sterminate, che diventano simboli, simulacri, ganci ai quali aggrapparsi per non cadere e non farsi abbandonare da donne che scappano via per tutto il film. E come le lattine, così il caffè, il sapone, lo strofinaccio. Wong Kar Wai raggiunge l’apice – sia cinematografico, che fetish – con In The Mood For Love.

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Qui al consueto lungo elenco di oggetti e merci (alcuni esaltanti, ingombranti e straordinari come i vestiti della protagonista Mrs. Chen e gli enormi orologi, le sigarette, le scarpe), peraltro necessari a situare temporalmente il film negli anni sessanta (o più probabilmente ad essere usati come alibi per poter sguinzagliare tutto il potenziale fetish dell’immaginario del regista), si aggiunge un uso esasperante di slo-mo e fermo-immagine, che insieme al tema musicale che abbiamo ancora tutti in testa, ossessivamente reiterato fino allo sfinimento, costituisce l’esoscheletro di un vero e proprio gioco di ruolo. Una coppia nella quale ognuno rappresenta da subito il sostituto dei loro partner assenti, che – We will never be like them – sono amanti reali a loro volta. We will never be like them, nonostante l’attrazione e la passione latente siano palpabili. Ma il gioco non si interrompe, a qualsiasi costo. Anche soffocando desideri ed istinti. A rischio, si fa per dire, di scivolare nel masochismo.

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