The Eyes of My Mother. Sundance Macabre


Il Sundance Film Festival, con questa specifica denominazione, ha 27 anni, abbastanza per cercare un fattore comune tra le millanta produzioni indipendenti passate sotto le sue insegne. Ebbene, sembra che la vera prerogativa per un film indie a marchio DOC sia l’eccentricità, dei protagonisti, o dei contesti,  o delle storie, sembra insomma che registi e sceneggiatori abbiano in spregio la banalità del quotidiano e dei generi, prediligendo punti di vista distaccati ai confini della realtà. I più snob si porrebbero addirittura sopra la realtà, per manipolarla con risultati spesso odiosi (The Squid and the Whale, Me & Earl & the Dying Girl, The East, Captain Fantastic ad esempio), i più dritti invece se ne collocano al di fuori, per deformarla. Questo è il caso del collettivo riunito nella Borderline Films (borderline, appunto), tre registi freschi di studi alla New York Tisch School of the Arts che producono i loro stessi film e poi si mettano a lanciare giovani esordienti.

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I borderliner sono Antonio Campos (Christine), Sean Durkin (Martha Macy May Marlene) e Josh Mond (James White), l’esordiente in questione è Nicolas Pesce, 27 anni appena compiuti, autore del controverso e premiatissimo The Eyes of My Mother. Controverso, perché sul film non troverete giudizi moderati dalla critica USA, c’è chi lo odia – Roger Ebert – e chi lo ama – quelli di Bloody Disgusting -, e tanto rende doveroso un pronunciamento nocturniano. The Eyes of My Mother è, a detta di Pesce, il racconto del coming of age di una serial killer, dall’infanzia disturbata, all’adolescenza inquietata, alla maturità deviata.

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Protagonista è Francisca, portoghese di origine, che vive con i suoi genitori emigrati in una fattoria sperduta in qualche dove del sud degli USA, al di là del solito impenetrabile bosco. La sua routine è un’alternanza tra solitudine e vivisezionamenti di vacche, sotto l’occhio benevolo della mamma ex chirurgo. Un brutto giorno, uno psicopatico viola la reclusione familiare e massacra la madre di Francisca in sua presenza, per poi essere neutralizzato dal sopraggiunto padre e recluso, incatenato, nel fienile. Da qui la fantasia trae nuova linfa, la bimba infatti sperimenta la sua abilità con il bisturi cavandogli i bulbi oculari e recidendogli le corde vocali per farne un innocuo peluche in carne sanguinante e ossa. Il nuovo equilibrio viene compromesso dalla morte del padre, e Francisca è costretta ad alternare le sue attenzioni tra un cadavere da lavare e coccolare come fosse vivo ed uno zombie da sfrucugliare, perché gli ormoni urgono e quel pagliericcio di criminale resta pur sempre l’unica copula possibile.

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In mezzo c’è anche la prima disastrosa esperienza lesbo con una sinoamericana rimorchiata nella terra di nessuno. Con la scoperta del sesso arriva anche il gusto della penetrazione, intesa come lama che si intrude nella carne del maniaco allorché questi, cieco e claudicante, tenta una rovinosa fuga verso il bosco. Morto lui, Francisca resta sola solissima nella casa di famiglia, decide allora di avere un figlio e lo ruba con l’inganno ad una cortese signora che guidava nelle sue lande. Figlio rubato, madre accoltellata, accecata e privata delle corte vocali, incatenata nel fienile alla maniera del fu psicopatico. Stavolta però la storia è destinata a terminare anziché a ripetersi, perché dopo qualche anno di segregazione (!) il bimbo cresciuto ignaro scopre la presenza dell’ectoplasma nel fienile, trova il modo di farlo fuggire e alla povera Francisca non resta che l’epilogo finale. The Eyes of My Mother è un racconto gotico, girato in un bianco e nero espressionista  solido, materico, anche poderoso nella sua assenza di rarefazione e di liquidità (il sangue non è mai mostrato).

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La storia è divisa in 3 capitoli di durata asimmetrica (La Madre, Il Padre, La Famiglia), così come asimmetrico, ma non fuori fuoco, è il punto di vista adoperato, che è disumano in quanto anodino, posto ora sopra, ora sotto, ora ai lati di Francisca e dell’azione tutta, costretto addirittura dietro il vetro di una finestra quando la protagonista, ripresa in campo lunghissimo, insegue il maniaco fuggitivo per terminarlo. Le scelte stilistiche di Pesce, memore del suo breve passato nei videoclip musicali,  sono audaci, così come solenni i suoi riferimenti filmici – Il Gabinetto del Dr.Caligari, Night of the Hunt, Psyco su tutti. Non tutto fila liscio, qua è là affiorano peccatucci di gioventù, ma il film inquieta e disturba, anche per l’uso delle musicalità del fado e della lingua portoghese come melodia di morte e di insania mentale. Pesce ha talento, e Kika Magalahes, che interpreta la Francisca adulta, è una final-letal girl indimenticabile, sbilenca, morbosa, sensuale, differente come piace a noi.

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