Al Korea Film Fest il solido Tunnel coreano di Kim Seong-hun


Vi è mai capitato di parcheggiare in spazi ristrettissimi, tanto da essere costretti ad uscire dalla parte del passeggero? A me spesso, ed è sempre un’esperienza traumatica, ai confini dello sport estremo. Scavalco la leva del cambio, mentre una gamba è ancora intrappolata tra lo sterzo e i pedali, le piego entrambe con sforzo pazzesco, intanto sento la schiena che scricchiola preoccupata, sto sudando, e quando finalmente riesco a poggiare il culo sul sedile mi rendo conto che devo ancora recuperare la gamba sinistra. Solo a pensarci mi viene il fiatone. Non oso neanche pensare, invece, alle difficoltà che incontrerei se dovessi saltare sul sedile posteriore. Per poi magari uscire attraverso il lunotto in frantumi e quindi strisciare dentro un’altra automobile ridotta pure peggio. Mentre fuori dall’abitacolo macerie, lastre di cemento, tubi di ferro ed un’intera fiancata di montagna crollata impediscono qualsiasi altro movimento. Giammai, quella è roba da disaster-movie. The Tunnel, di Kim Seong-hun.

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Kim è il regista di un film al quale siamo legati moltissimo, A Hard Day, una black comedy straripante e cinica, che nel 2014 ha realizzato ottimi incassi in Corea. I soldi sono importanti: Kim aveva nel curriculum praticamente solo flop, e si giocò il tutto per tutto proprio con A Hard Day. Gli è andata bene, se lo meritava. Talmente bene da ottenere la possibilità di scrivere e dirigere un film ad alto budget, un disaster-movie destinato al grande pubblico. La storia ha origini letterarie, ma Kim ne conserva solo lo scheletro, piegando eventi e umori, azioni e reazioni, al suo volere. Che è il volere di un regista furbo, paraculo, e dotato di talento. Protagonista della storia è Lee Jung-soo, un venditore di automobili, una persona semplice – tutto lavoro e famiglia – che sta tornando a casa per il compleanno di sua figlia, e imbocca un tunnel. Coprotagonista della storia è il tunnel che gli crolla addosso. Il corpo – affatto minuto – costretto a restare sotto le macerie per tutta la durata del film è quello di Ha Jung-woo, che abbiamo visto soffrire già abbastanza, di recente, in The Handmaiden. Il suo corpo in movimento nel raggio di pochi metri, il suo volto, le sue espressioni facciali che passano dalla disperazione ad una comicità grottesca da cartone animato nel giro di pochi secondi, sono il cuore del film.

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I tòpoi del disaster-movie non mancano: la squadra di soccorsi imbranata e incapace ma guidata da un capo – altrettanto incapace – coraggioso e di buon cuore (interpretato da Oh Dal-su, onnipresente caratterista coi fiocchi presente in tanti film “nostri”, a cominciare da Old Boy e A Bittersweet Life); la consorte del sepolto vivo (ovvero la Sense8 Bae Doo-na), che apprende dell’accaduto dalla tv e si precipita sul posto ad incoraggiare telefonicamente suo marito; le frecciate alle istituzioni e ai media, che in Corea strappano sempre applausi e al cinema non mancano mai (l’insoddisfazione per i governi più recenti è una costante di questi anni: anche il declino della presidentessa Park è iniziato dopo il tragico naufragio del Sewol di tre anni fa)  . Ma in un disaster-movie è forse il disaster l’elemento più atteso: non si fa attendere molto – giusto il tempo necessario per inquadrare gli elementi fondamentali del carattere del protagonista, e infilargli in macchina due bottigliette d’acqua – ed è una sequenza impressionante, realistica e mozzafiato.

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Fin qui è l’abc, se non ci fosse altro ci troveremmo al cospetto di un onesto e ben confezionato prodotto mainstream, di intrattenimento ordinario del quale non ce ne fregherebbe una beneamata. Ma ricordiamolo, Kim Seong-hun è il regista di A Hard Day: e questo giovane furbetto paraculo è capace di infischiarsene del solito carrozzone di testosterone, lacrimoni e melodramma esagerato che di solito accompagnano i film di questo genere. No, lui infarcisce anche questo film di humour nerissimo, ironia pungente e satira spietata e cinica, e il risultato è ottimo. Insomma, si ride a crepapelle.

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L’unico appunto, purtroppo assai ricorrente anche nei migliori film coreani, è il trattamento di un personaggio femminile, destinato a scomparire senza lasciare la minima traccia nei dialoghi e nelle sequenze finali, surclassata persino dal suo odiosissimo cagnolino.

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