Ghost in the Shell, lunga vita alla nuova Scarlett!


C’è fermento intorno a questo film. Aspettative, mugugni, un carico di ansia notevole. C’entra la faccenda della propedeuticità, se cioè uno spettatore possa accostarvicisi vergine o se sia obbligatoria la visione – il watch, il rewatch, il binge watching, il loop – dell’intera saga animata precedente. Va aggiunta anche una buona dose di senso di colpa, in quanto è richiesto, a quel medesimo spettatore presumibilmente illibato, di prnunciarsi a priori sui rischi dell’occidentalizzazione, di quando un’eroina giapponese cambia i suoi lineamenti perché lei lava più bianco, whitewasher. Ce n’è abbastanza quindi per abbracciare convintamente la parte del torto, andare al cinema e guardare Ghost in the Shell con la spensieratezza degli ignari, la licenziosità dei golosi.

La prima riflessione, opportuna, è sullo stato del nostro immaginario visuale, in cui convergono elementi sci-fi, fantasy e cine-comics. Buona parte di questo immaginario deriva chiaramente dal Ghost in the Shell originario, ma nel tempo si è destrutturato, riconosce archetipi e luoghi comuni e li estrapola dalle narrazioni di genere, per farne, appunto, metagenere. Scorrono le prime scene di Ghost in The Shell, e assistiamo alla genesi, al parto biomeccanico, alla nascita del cyborg Scarlett Johannson: l’atmosfera è artificiale, asettica, il corpo nudo – inquadrato per pochi, fugaci momenti – è un’apparizione di lattice. Il ricordo della Westworld vista in tv – vista in pc – è automatico, lo iato è una domanda, non sappiamo se questa ginoide sogna pecore elettriche ma ci aspettiamo molto, tanto dalle sue ore di veglia quanto dalla sua attività onirica. Il racconto prosegue, ed ecco comparire altre ginoidi, le geishe robot, preludio degli spari e dell’action che inesorabile andrà a scatenarsi: in questo caso la componente robotica è chiara sin dai lineamenti, la rappresentazione sembra rifuggere qualsiasi simbologia sessuale, poi la più letale delle geishe si trasforma in una sorta di aracnide succhia-BigData, ed è subito fantasy, il mito della donna ragno però telecomandata.

Appare chiaro quindi, da quasi subito, l’intento del regista Rupert Sanders: forte di un budget colossale, conscio di avere alla spalle una produzione americosinogiapponese, Sanders ha scelto di lavorare per sottrazione, nel senso letterale di deprivazione, anche di mutilazione: via la volontà, e questo è nella filosofia di Ghost in the Shell, via il sesso ed i sessi convenzionali, via il sangue, via monconi o tranci di corpo sintetico. Miliardi di proiettili fanno saltare decine di teste, spappolano dozzine di petti, e non c’è mai una goccia, un fiotto, uno schizzo, non ci sono secrezioni organiche, e nemmeno secrezioni meccaniche, mai un filo d’olio, una colata di liquidi refrigerante, niente. Senza la coordinata liquida, la visione si fa capziosamente didascalica, riduce le pulsioni emotive a vantaggio di una temporanea attitudine scientifica, si guarda cioè ciò che scorre, senza transfer, senza immedesimazione. L’intenzionalità di ciò è ancora più evidente se si considera che i dialoghi sul senso filosofico della vita, del ghost, dello shell, i pipponi metafisici che tanto hanno portato foruna alla saga, insomma, avvengono tra corpi ridotti male come macchine incidentate, con arti frammentati, fili in cortocircuito, protesi manomesse: addirittura, le rivelazioni chiave – chi sei tu, chi credi di essere, chi eri, come ti vedono gli altri? – sono sempre precedute da azioni dirette sul viso degli androidi, mani che aprono la maschera (in latino maschera si dice persona) fintoumana e voci che parlano direttamente all’acciaio sottostante.

Metallo parlante, più che metallo urlante, e un senso inquietante di seduzione e penetrazione che comincia ad affiorare, quasi un deja vu da Cronemberg, sì che anche Existenz ha dei debiti con i fantasmi ed i loro gusci. Servono interpreti audaci per un tentativo di rappresentazione così ardito, e gli interpreti arrivano, perchè Scarlett si eleva nella negazione inguainata della sua procacità e nel grottesco dei suoi movimenti goffi , nelle cosce tornite oltre la soglia del politicamente corretto, nelle spalle incurvate e nel senso generale di pesantezza che la avvolge: è, la pesantezza, il prerequisto del metallo. Non va trascurata l’icona del cattivone, Michael Pitt redivivo redimorto, dapprima coperto con un saio manco fosse un Kylo Ren qualsiasi, poi con i lineamenti da angelo della morte disvelati deturpati da virus e malware. Anche gli altri sono calati nelle parti, ben deumanizzati alla bisogna, chi più – Juliette Binoche – chi meno.


Siccome, in un’opera futuribile, la contestualizzazione è cruciale, è critica, non possiamo esimerci dal menzionare il lavoro fatto per rendere al meglio una città verticale sormontata da ologrammi e realtà aumentata, percorsa però da veicoli ancorati alla terra, auto e moto e mezzi blindati pesantissimi su strade d’asfalto. Sembra, questa città, una rilettura nera di San Fransokyo, il sincretismo urbano che i Pixar Boys avevano relaizzato per Big Hero 6, un whitewashing con più animazione e meno clamore. Su questo punto ci si aspettava di più, perchè il futuro come noi lo immaginiamo, quindi come noi lo vediamo, è una questione di ammennicoli, di dettagli, adoriamo essere blanditi da millanta optional virtuali ed ipotetici, vedere Black Mirror per credere. Finiamola qui questa rece scritta col compositore automatico, tronca, monca come il Ghost in the Shell cui si riferisce. Andatelo a vedere, portateci anche i vostri figli più piccoli, che questa è l’epoca dell’accellerazione, e non è mai troppo presto per capire che macchine siamo, e macchine diventeremo.

Annunci

Un pensiero su “Ghost in the Shell, lunga vita alla nuova Scarlett!

  1. Pingback: La prima Rece non si scorda Mai – Ghost in The Shell | Scalzi Quotidiani

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...