Prevenge. Come superare l’ansia pre-parto


Alice, nel paese delle non-meraviglie, si ritrovò in un periodo fermo, diversi suoi progetti professionali sembravano arenati, una frustrazione strisciante cresceva dentro di lei. Dentro la trentasettenne Alice c’era anche qualcos’altro che cresceva: una figlia. Un po’ per scherzo e un po’ no, buttò giù due righe, un soggetto lungo una paginetta, e lo sottopose ad un produttore. Era quasi sicura che sarebbe stato respinto, chè Alice di cognome fa Lowe, ovvero la cosceneggiatrice di Sightseers – Killer in viaggio, la nerissima commedia di Ben Weathley; e il soggetto riguardava una vedova incinta che si vendica dei responsabili della morte di suo marito. Arrivò la risposta dei produttori, che non fu “è ridicolo, scrivine un altro” ma “ok, facciamolo”. E Alice reagì con “Maccosa?! Davvero??”.  E insomma Alice scrisse lo script in due settimane, e girò il suo primo film in 11 giorni. 11 giorni. Non sono pochi i registi affermati che impiegherebbero più tempo a girare il filmino di un matrimonio.

L’idea è geniale. Sovversiva. Talmente pregna(nt) di senso da risultare vincente a priori. Una donna incinta – al settimo mese per giunta, quindi anche fisicamente ingombrante, rotonda, impacciata – è un’entità debole, vulnerabile, destinata/condannata/obbligata ad amare, ad essere coccolata, a dare e ricevere carezze, sorrisi e tazze di tè caldo. A parlare dolcemente al suo grembo, a farci poggiare mani premurose. Nel cinema, poi,  il corpo delle donne è sempre sotto esame: basta che si sparga la voce di una gravidanza, ed è subito terra bruciata. Non per tre o sei mesi, ma per interi anni.

 

Horror, black comedy misantropa, slasher satirico: certo, tutto questo. Ma Prevenge alla fine è sopratutto un film militante, femminista e, ripetiamolo, sovversivo. Ricordate come finiva Sightseers? No? Andate a rivederlo, almeno il finale, chè Prevenge non ha semplicemente molto in comune con il film di Wheatley: ne è una sorta di spin-off, legato a doppio filo, anzi, legato con un cordone ombelicale (…). Ruth parla al suo grembo, certo, ma è sopratutto il suo grembo a parlarle e a spingerla ad uccidere (be ruthless, Ruth). Ruth non resta stravaccata sul divano a piangere davanti alla tv (non solo, almeno), ma prova ad apparire sexy davanti allo specchio di un camerino, indossando un vestito dopo l’altro. Ruth non sorride a tutti, non accarezza le testoline dei bambini delle sue amiche – non ha amiche, é un’ostetrica la persona più simile ad un’amica – ma taglia gole e testicoli, fracassa teste e trapana globi oculari, in un tripudio di doppi sensi e giochi di parole. Un bagno di sangue incitato dalla voce luciferina del feto, che rimanda ovviamente a Rosemary’s Baby, o addirittura a It’s Alive.

In tutte le riprese la vulnerabilità di una futura madre non è cancellata, anzi: i movimenti di macchina sono proprio quelli caracollanti, instabili, insicuri di una donna vicina al parto. E le insistite inquadrature di Ruth che cammina, pesante e goffa, non fanno che sottolineare tale “debolezza”. Nella realtà, Alice Lowe si sentiva piena di energia proprio nel periodo più critico, forse per l’adrenalina, forse per l’inconsapevole sensazione di essere la responsabile della creazione di un’opera tanto importante e rivoluzionaria. O magari perchè il suo film ha funzionato alla grande anche come auto-terapia contro l’ansia pre-parto. Fatto sta che si ritrovò, poco dopo il lieto evento, a supervisionare il montaggio con sua figlia nella culla, accanto a lei, nello studio.

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