Fast & Furious 8, aka Fast & Fury Road


Come fossero cronache del dopobomba. Viviamo nel dopo, nessuna domanda sul quando. Fury Road è il discrimine, l’accelerazione finale, la scoperta che avanti è l’unica direzione possibile. Avanti come progredire, ma anche come regredire, se si cambia verso, se l’orizzonte è di nuovo il punto di partenza. Correre bisogna, a tutto gas verso la distruzione, verso il fuoco della palingenesi. The Fate of the Furious, di F. Gary Gray.

Che è un film per bambini, nella misura in cui lo sono i film sugli Avengers e sui Transfomers, perché no, anche sugli Expendables. E’ bene infatti che i bimbi conoscano subito la nostra velocità, la velocità del cinema, che si meraviglino davanti a tanto prodigioso clangore. Qualcuno, nelle pieghe dei social, ha scritto che è questione di appannaggio: alle serie tv il compito di tessere sceneggiature sempre più complesse, al cinema l’onere dello stupore, del treno che arriva alla stazione in mezzo agli spettatori che si scansano atterriti. E’vero invece che da un grande schermo derivano grandi responsabilità, è in sala quindi che continuerà a ripetersi il miracolo della visione, a intervalli regolari e per un tempo circoscritto, come la liquefazione di un qualche sangue di un qualche santo. Il cinema resta come trasfigurazione dell’atto eucaristico, la serie tv lo supporterà come atto di contrizione e personale espiazione. Elucubro, quindi vedo. Fast and Furious 8 è il primo film dell’era Trump, posto che Trump diventi un periodo storico, un’ideologia, un insieme di azioni e reazioni: è presto per dirlo, allo stato attutale Trump è solo combustibile per una futuristica propulsione. Il film di Gary Gray costruisce un immaginario ad usum delphinorum, precisamente collocato nel passato remoto  del ventesimo secolo.

L’azione si svolge infatti nei luoghi simbolo della Guerra Fredda: Cuba, Berlino Est/Ovest, New York, la Siberia. Il nemico è Furiosa, l’Imperatrice cosmica  di Fury Road che si è fatta hacker e vive nell’etere, perché non è su questa terra ma su un suo aereo fantasma – un Air Force One ?- dal quale manipola e sabota e tesse l’ordito delle umane vicende. Se il nemico è donna, anche la minaccia è donna ed è proprio lei, la bomba, quella che imparammo ad amare e che non ci fa più paura. L’attacco al potere è tutto al femminile, quindi pragmatico, disorienta perché scevro di follia o di connotati religiosi, serve organizzarsi per resistere e controffendere. Le coordinate della difesa sono  il vecchio che avanza, il vecchio che accellera: io, patria, famiglia. A Furiosa che vola alto rispondono i piloti con i piedi per terra, uniti come una gang mafiosa, esaltati nel culto del cranio rasato (Vin Diesel, the Rock, Jason Stuntman), mascolinizzati anche nelle assai virili presenze femminili. Donna contro uomini, anche in Fury Road, alla fine dei conti, era così. In questo brodo ideologico primordiale, in questo sostrato reazionario si sviluppa una magniloquenza visiva temeraria, che se ne fotte delle bandiere – rosse, nere, a scacchi – e brucia pneumatici, sfonda abitacoli, divora distanze, consuma comburenti, lasciandoci anaerobici a bocca aperta.

Per dire: la corsa dei trabiccoli a Cuba, con fiammeggiante epilogo sul Malecon, è strepitosa, Per dire: l’inseguimento tra piloti e polizia, while Berlin is burning, è clamoroso. Per dire: la pioggia di auto a New York, mentre passa l’ambasciatore russo, è biblica. Per finire: il tutti contro tutti in Siberia, con i superbolidi contro il sommergibile Leviatano, è giurassico. Stupore e tremori sono i prodotti dell’adrenalina, la sensazione è di assistere ad un miracolo, di quando cioè il cinema cavalca la velocità e la doma, ne fa coreografia, danza di fuoco e di esplosione controllata. La benzina come sola igiene del mondo, altro che uranio, altro che nucleare. Comanda che pigia pedali, non chi schiaccia bottoni rossi, questo è evidente da subito, è evidentissimo, e allora, mentre Furiosa sconfitta è costretta all’evanescenza, alla fuga fantasmatica manco fosse il Burattinaio di Ghost in the Shell, allora, dicevamo, si capisce che il nuovo conflitto non è tra donna e uomini, ma tra uomini e non uomini: auto semoventi, improvvisamente animate, invadono le strade, si fanno moltitudine rivoluzionaria, tassisti inani saltano giù in corsa, il mondo cambia, nulla è più mosso da remote control, il movimento è, definitivamente, out of control.

Fast and Furious 8 è un film cafone, è grossolano, è cialtrone: è un motore a scoppio esponenziale, è una rivelazione. Pensatelo quando alla fine si riaccenderanno le luci, e in sala vedrete tanti bambini, prendeteli in braccio, uno ad uno, date loro una carezza e raccontate di quando il cinema vinse sul tempo, troverete forse lacrime da asciugare, non abbiate paura, sono lacrime di gioia. What a Lovely day!

 

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