Boston – Caccia all’Uomo. Race for the cure!


Sono acrimonioso, tanto, tanto acrimonioso. Sono capace di accendermi come un fiammifero, di spargere veleno su persone e cose, di cavalcare cause perse con immane protervia. Ad esempio, odio le corse cittadine. Le maratone, le marcialonghe, le passeggiate ecologiche, le sgambate in centro. Che abbiano un fine nobile, corse per la vita o per la cura, che siano eventi a tema, sponsorizzati e verniciati e musicati, sempre incorrono nei miei strali, perché io sono uno, dicotomico, apodistico. Credo fosse questa la ragione: passai in surplace sull’attentato alla maratona di Boston, sarcasmai sulle bombe nelle pentole a pressione che esplodevano al traguardo e mietevano e falciavano e tranciavano. Questa, più la spinta avantilogica della dietrologia, la previsione della trita retorica patriottica che l’evento avrebbe innescato. Incappavo purtroppo in un incidente di percorso, perché le bombe a Boston erano atomiche, erano la realtà che si fa simbolo, che muta in rappresentazione allegorica, quindi perde di significato, o cambia significato. Patriots Day, di Peter Berg.

Molti dei miei mentori hanno accostato Berg ad un altro regista controverso, Michael Bay. Bay ha fatto moltissimo e benissimo, la sua vetta assoluta è 13 Hours: the Secrets Soldiers of Benghazi, un’opera che mi ha mozzato il fiato e fatto saltare le cervella. 13 Hours distrugge per sempre il concetto di causa giusta ed effetto bellico, mette in scena combattimenti tra mercenari ed irregolari in un contesto totalmente privo di legge, di logica, di giustizia. Amo 13 Hours, è evidente, e adesso posso dire che amo Patriots Day quasi in ugual misura. Guardo il personaggio interpretato da Marc Wahlberg, lo vedo claudicare, e penso all’ironia del destino che vede uno sceriffo zoppo a coordinare la sicurezza di una maratona. Vedo le bombe esplodere al traguardo e penso che è una ringkomposition, al BANG! che apre la corsa segue il BOOM! che la chiude. Ho poco tempo tuttavia per le mie elucubrazioni, parte la caccia all’uomo con le truppe cammellate di Cia ed FBI, con il corollario della locale gendarmeria. Resto meravigliato innanzi alla visione dell’hangar, il magazzino dove la task force si organizza e dipana la sua indagine, ricostruendo le fasi dell’attacco in un non luogo, nemmeno fossimo in Dogville di Von Trier con comparse prese a nolo da Homeland.

Cerco di elevarmi, di volare sulle ali della metafora, ma sono ali di cera, fischiano i proiettili e mi butto giù per terra, che impressione, che realità, una vista già vissuta, un dolorosissimo deja vu: il poliziotto aggredito che resiste e non cede la pistola, i due fratelli terroristi, balordi in raggruppamento temporaneo di impresa, con una vison condivisa di morte che ad un certo punto diventa la mia visione di film. Mentre sto incollato al suolo del quasi reale e rantolo, ecco che l’incontro con l’ostaggio cinese mi riporta in dimensione filmica, sottraendo elementi all’ideologia reaizonaria che in nuce incubavo. Sono solo preliminari, l’orgasmo arriva con il conflitto a fuochi, Gianni e Pinotto contro la Madama, dalla Cecenia con detonatore, tubi esplosivi che fanno saltare macchine e corpi, poliziotti come youtuber,  esclamazioni di stupore e meraviglia invece che terrore, perché loro, noi, abbiamo da tempo imparato ad amare le bombe. Ci sarebbe da riflettere sul contesto, su Boston che è citta del male in millemila film e qui invece è un corpo di vene e di arterie percorso da virus ed anticorpi, Boston come la New York di Spider Man, e bostoniani qualunque che escono dalla porta di servizo – mai chiusa a chiave, non si usa negli USA – con la carabina di pertinenza. Ci sarebbe da riflettere, ma sono allo stremo, stordito da un’altra grande esplosione di cinema:  l’assedio al criminale nascosto in una barca, sì, in una barca, alla rimessa nel cortile di un’abitazione. Una meraviglia di attesa, di suspence, di coralità.

Sono andato troppo veloce, ho buttato giù questa rece con passo svelto, sembro uno di quegli stolidi che mi passano accanto sul marciapiede, in tuta fluo e scarpe col gel antitrauma, me ne vergogno, non sapete quanto, adesso però mi fermo. Anzi no, ancora un ultimo miglio, ancora 100 metri, dieci secondi della vostra attenzione, per raccontarvi di quando il poliziotto zoppo, in pausa tra cotanto deflagrare, ha il tempo di enunciare la sua teoria per vincere la guerra al terrore: servirebbe, secondo lui, parlarsi di più, abbracciarsi di più, volersi più bene, come fossimo tutti ad una riunione di alcolisti anonimi, o di terroristi anonimi. Rido di gioia, la trasfigurazione è compiuta, la realtà non esiste, esiste solo il cinema. Que viva Peter Berg.

 

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