Personal Shopper, di O.Assayas. Kristen vive.


Occupare spazi da autogestire. Era scritto in grande sulla scala di entrata del mio liceo, era una scritta straordinariamente tenace, resisteva alla pioggia, alle pulizie straordinarie di operai specializzati, resisteva persino alle mode. Ne ero turbato ma mi ci alambiccavo, se l’occupazione fosse più importante dell’autogestione, pensavo, oppure se possa esistere autogestione sena occupazione. Forse Olivier Assayas ha letto questo slogan, l’ideologia che lo ispirava dovrebbe essere (stata) simile, e lo ha reinterpretato alla luce delle nuove professioni 2.0. Personal Shopper.

Che è un film a patti, nel senso che chiede allo spettatore di accettare alcuni compromessi, grossi o grossolani, affinché la visione si dipani. Il primo: in Francia tutti, o quasi, parlano un inglese perfetto e ne fanno uso anche nelle strutture pubbliche, quali, ad esempio, un posto di polizia. Il secondo: sui treni francesi vige la regola del silenzio, chi vuole ciacolare al telefono può farlo nei vestiboli, però nessuno eccepirebbe ad ascoltare l’intollerabile ticchettio simil vero delle tastiera qwerty e dei segnali di chat. Chi è disposto a soprassedere su queste licenze di autore può approcciare con serenità all’opera, altrimenti sarebbe meglio astenersi.

Personal Shopper è un film che ha tanto, ma proprio tanto di Sofia Coppola: c’è una protagonista bellissima e bravissima che in solitudine attraversa mondi che non le appartengono, occupando spazio transeunti da autogestire in provvisorio. Lei si autodefinisce medium, è cioè un tramite tra questo mondo e l’altrove dei defunti, ma è anche un mezzo etimologicamente inteso, un corriere, svolgente mansioni di trovarobe costose (indumenti, accessori, gioielli, pelletteria) per una trend setter, una famosa, una di alto profilo (“high profile” è definita nel film). L’idea è bella, perché la nostra Personal Shopper gira e compra oppure cerca fantasmi – nella fattispecie, il suo gemello appena deceduti –, ma è fantasma ella stessa, vive per conto di terzi, non intreccia relazioni sociali se non per il tramite – il mezzo – di morti presenti o di vivi assenti. Lei, vagabonda che non è altra, è assisa in una sala d’aspetto, lei è ospitata in casa della diva, oppure si ritrova assopita in una casa degli spiriti, di frequente la si vede scorrazzare su un anonimo motociclo dentro una Parigi piovosa. Vive sempre connessa in Rete, pare più un ghost in the shell che una persona vera: marca differenze sostanziali dalle sue coetanee social, in quanto non pare avere alcuno storytelling da cucirsi addosso, resta nascosta sotto indumenti atroci e di foggia barbon mascolina.

Questo vale per qualche tempo, poi uno sconosciuto di entità ignota comincia a stuzzicarla in chat, e lei scopre che un proprio storytelling è possibile, che sì, è attratta dal proibito così come dall’ignoto, o dall’occulto, e allora prova ad uscire dalla routine dell’invisibilità, si appropria di una individualità fatta di desiderio tangibile e di ricerca materiale. Anche di autoerotismo, solo che il momento della masturbazione è così gratuito e telefonato da rappresentare il terzo grande negoziato tra regista e spettatore. La sua trasformazione, coincidente con l’appropriazione libidica degli spazi altrui – occupare spazi da autogodere- coincide con l’inaspettato precipitare degli eventi: ritrova la sua boss scannata e sgozzata, fugge con un senso di colpa smodato e (forse) anche con gli ultimi costosissimi acquisti effettuati, si ritrova a cercare la pace in casa altrui, dai parenti acquisiti non consanguinei, fino alla fuga per ricongiungersi con un boyfriend che lavora in Oriente e resta visibile solo in Ret; anche in quelle terre incognite non saranno la sua casa sua, così continuerà la ricerca, o il viaggio, o la follia.

Personal Shopper è un film crossgender – horror, family drama, thriller – cucito addosso ad una Kristen Stewart ineguagliabile, un’opera così piena di difetti e di non detti da sembrare programmatica, un manifesto ideologico ben più potente, ad esempio, del tediosissimo Après mai dello stesso Assayas. Siamo monadi, il nostro presente è uno stato di transizione progressiva, la nostra vita o non è o è stata già vissuta. Se dio è morto, e noi siamo soli in questo abisso, l’unica consolazione che resta è un simulacro, una tazza – sbeccata, diceva sconsolato un regista italiano in girotondo– che si libra nell’etere e si infrange in terra, dove si sta, cocci, tutti insieme. Che film, amici, che film.

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