I Guardiani della Galassia Vol.2. Masters of the Gunniverse


La gente che scrive di cinema è strana. Cerca di darsi un contegno, perché un tempo chi scriveva di cinema era un intellettuale in sedicesimo, anzi, in sedici noni, ma nello stesso tempo cerca disperatamente il consenso, e allora giù strizzatine d’occhio a destra e a manca, dichiarazioni d’amore per la cultura popolare, per l’orrido, il trucido, l’ultrakitsch, il divertentistico. Peculiare poi è l’atteggiamento verso i cinefumettoni: quelli che scrivono  di cinema tendono a scavarli, a schivarli, a schifarli, non tanto, badate bene, come deriva capitalista di un genere populista, quanto per una supposta eterodossia rispetto alla regola, che può essere il disegno originario, la novella originaria, la scoreggia originaria. Accade pertanto che costoro, i farisei, gli scrivani, gli amanuensi a chilometro (e costo) zero si facciano sacerdoti di un tempio che non è il loro, che si professino esegeti della verità animata, che facciano del millantato credito una virtù teologale. A tutti costoro, cari amici, giunga chiaro il suono del mio pernacchio, e di James Gunn per mia vece. I Guardiani della galassia Vol. 2.

Dico, chilometri di recensioni su carta stampata e su carta virtuale, e nessuno che faccia i nomi di Mel Brooks e di Stuart Gordon. Lo dico io allora, questo Guardiani della Galassia profuma di Balle Spaziali da più di un miglio di distanza, in primis per la copiosità delle battute o delle considerazioni a sfondo scatologico. In principio era lo Sforzo, e tutto vi si adegua. Balle Spaziali è scolpito nel mio immaginario, non ricordo anima viva scrivente che accusi, o abbia accusato, Mel Brooks di captatio benevolentiae, di continua ricerca della risata facile, accusa che invece continua a rimbalzare da più parti contro Gunn. Il fatto è che Mel Brooks girava in un periodo di libertà relativamente maggiore e si scompisciava a massacrare Star Wars, oggi invece c’è da fare i conti con il Marvel Cinematic Universe, che è come un gigantesco pagliaccio dai denti aguzzi, se non paghi e non sorridi ti ammazza, e tutti gli spettatori temono sto pagliaccio, sto Unimarvel Cinepatico, e i critici lì, prostrati, a fare contrizione, a tenere in mano Iron Man come un santino di Padre Pio, a sgranare la coroncina dei sequel prequel e telquel. A Gunn, francamente, fottesega della seriosità, del minimalismo supereoistico, della complessità dell’epos di mutanti dolenti. Per lui la fantascienza è uno sbraco, è la libertà di essere soli nel proprio mondo e potersi mettere palle all’aria. E’ per questo che i suoi 136 di film non girano intorno alla salvezza del cosmo, ma alle picaresche avventure di un commando di scorrettissimi freak. Freak, non nerd, perché anche i nerd di oggi non sono più quelli di una volta. Si parla di energia, di batterie nella fattispecie, come quelle che Rocket ruba ai permalosissimi del Sovereign, o come la pila umana che sarebbe Starl-ord nelle fraudolente intenzioni del suo padre celestiale. Vicende che ruotano vorticose come libere associazioni di idee, azionate da un motore molto poco nobile, meschino quale un furtarello da strapazzo. Niente va preso sul serio in un mondo dominato, più che dal caos, dal dispetto, dalla vendetta, dalla ripicca, (dis)valori di cui i Testi Sacri sono zeppi, staordinariamente affini a quelli dei politeismi e dei monoteismi d’antan. In più, nel Gunniverse c’è il padre (o la madre) di tutti mali: il narcisismo. Ecco allora la regina del Sovereign, dorata che pare uno spottone di Christian Dior, o Angelina Jolie in Beowulf, ecco soprattutto Kurt Russel e il suo pianeta Ego, un delirio che richiama Il Pianeta Proibito su cui capitò un giovanissimo Leslie Nielsen, un vaffanculo cosmico al nostalgismo degli anni 80.

E’ vero, il decennio glitterato è l’origine, ma l’origine dei mali, è il tempo canceroso che ha generato pletore di invasati egotici, convinti come Kurt che il loro sound, il loro look, il loro Ego fosse sopra tutto e tutti, in saecula saeculorum. Me ne accorgo io stesso, padre molto poco celestiale, classe 73, quando cerco di inoculare in mio figlio di 7 anni i vibrioni di quei molto poco formidabili anni, trattando con sarcasmo e acidità corrosiva ogni espressione posteriore, indi di per sé deteriore. Occorre attenzione amici, miei, tanta, tanta attenzione, perchè la statistica ha dimostrato che non si esce vivi dagli anni 80, e quei pochi che sono sopravvissuti, o non sono umani, o sono morti e non sanno di esserlo. Il pianeta Ego, e il pazzoide Kurt, e il massacro dei suoi figli illegittimi, e Star-Lord come San Sebastiano trafitto per succhiare energia dal più giovane al più vecchio: tutto questo, in più l’immanenza di una musica che mai, mai si prende sul serio, fanno dell’opera di Gunn un solo, grande rigurgito antiottantista. Accresciuto, se possibile, da alcuni aneddoti di cui racconta la vulgata: si racconta che Gunn abbia bandito il viola da ogni sua inquadratura in post produzione, perchè viola era la cromia dominante del primo film della saga e purple è il tratto degli anni 80. No more purple, nemmeno nel funerale cosmico più bello di tutti i tempi, quello che anima i 20 minuti finali dle film con i Ravager a rendere omaggio a Yondu Giuda redento, tra fuochi d’artificio e Cat Stevens che strimpella il più ruffiano ed improbabile dei suoi motivi. Tanta anarchia e tanti sentimenti allo stato brado, l’amore come l’amicizia come il coraggio, noi guardiamo e siamo sballottati da un mood all’altro, come se l’iperspazio non ci assistesse più, come se le mille personalità che ci ()compongono potessero scaturire fuori dai nostri orifizi.

In chiusura di questo delirio, che non è una rece, ma un tributo devoto ad un’opera che mi ha sorpreso ed entusiasmato, sento il dovere di cogliere l’evidenza dell’affinità dei Guardiani con un altro grande film: guardate Space Truckers, poi ne riparliamo.

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5 pensieri su “I Guardiani della Galassia Vol.2. Masters of the Gunniverse

  1. Ho adorato la tua recensione e ho anche riso di gusto. Passando di palo in frasca invece si può sperare in una recensione dell’ultima fatica di Malick?

  2. Io mi sono divertito a guardarlo, penso che ogni personaggio abbia un suo peso e la trama seppur leggera è lineare (senza per questo redimersi dalla legge del caos). Sono film commerciali che ci puoi fa’. Oggi così o niente. Non credo sia fantascienza vera e propria solo perché ci sono altre razze o altri pianeti. E’ un film di supereroi immerso in un contesto intergalattico di cui l’universo è sempre stato descritto in maniera vaga. Che poi si siano persi dei valori è conseguenziale ai tempi…sono storie che si dimenticano in qualche tempo. Tra dieci anni faranno il remake e via con altre facce.

      • Si avevo capito benissimo cercavo di evidenziare quanto hai detto. Il film è bello per i tempi, un tempo erano più profondi ma forse lo eravamo anche noi!

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