Alien Covenant, di Ripley Scott. Di Replay Scott. Di Redrum Scott.


Errare è umano, perseverare non è dikotomiko. Ho sbagliato, sono qui a confessarlo e a cospargermi il capo di spore. Qualche tempo fa, più o meno un ciclo ed un emiciclo di rotazione della Terra intorno al Sole addietro, ebbi modo di esprimermi con sarcasmo e ostilità nei confronti di un film, fraintendendo le reazioni che mi aveva suscitato a caldo. Mi aveva stupito la temerarietà dell’autore, la sfrontatezza di fare di testa propria ignorando bellamente le regole del consenso e i vincoli dello Zeitgeist. In altre parole, non riuscivo a credere ai miei occhi, e la cosa mi irritava. Il film in oggetto, cari amici, era The Martian. The Martian, asciugato il vetriolo iniziale, occupa un posto piacevole nella mia memoria, emotiva e visiva, così l’occasione mi è gradita per tributargli i meriti che già gli spettavano. Viva The Martian! Viva Ridley Scott! Viva Alien:Covenant? Forse.

Comincia questo ennesimo film di saga e di franchise, si è al cospetto di un’astronave di ultima generazione, ricaricabile a vele solari, un vascello oceanospaziale. Quando Matt Damon aveva mosso la sua, di astronave, con dei lenzuoloni a mo’ di spinnaker, avevo sorriso e frainteso, invece pare che il concetto di vela solare sia quanto di più avanguardistico offra la sperimentazione nella scienza ed ingegneria aerospaziale. Alla fine dei conti non è molto rilevante quanto io ne sappia in materia, ciò che conta è che io sia disposto a credere nelle astronavi e nelle grandi vele dorate. Una professione di fede ci vuole, né più né meno. Guardo poi l’androide Fassbender, indottrinato dal suo demiurgo sull’edonismo delle arti e della cultura umane, lo trovo semplice, ai limiti del banale, non mi disturba, nel senso che non mi irrita, è una ventata di aria fresca rispetto alle ultime cerebrali evoluzioni delle intelligenze artificiali (Uncanny? Ex-Machina?). Piombo poi su una nave spaziale, quella a vele di cui sopra, una nave come mille altre, corridoi, luci al neon, porte ermetiche aperte/chiuse, sala comandi panoramica. Riconosco i percorsi, la geometria degli spazi, mi ci so orientare: insomma, ci sono dentro. Ho successivamente modo di conoscere l’equipaggio, davanti a me si dipanano morti sul lavoro, traumi sentimentali e relazionali. L’ignoto spazio profondo mi si svela come reazione ad un lutto, ad una privazione, piuttosto che frontiera di conquista e di evoluzione. Ecco, la cifra di questo viaggio di Scott è evidentissima: un’odissea di ripiego su pregresse posizione difensive, un arroccamento, una difesa strenua alla ricerca del suo personale tempo perduto. Si procede infatti a tentoni, fuori dal sentiero di mattoni gialli della missione spaziale, si arriva in detour su un pianeta non rilevato da carte e strumenti, implausibilmente non rilevato da carte e strumenti , altrettanto implausibilmente simile alla Terra, per atmosfera e scenari paesistici.

Suggestioni mi arrivano: dalla parola scritta, da Annientamento che è sommo romanzo, e dalla parola guardata, Il Pianeta Proibito, RX-M Destinazione Luna, Terrore dallo Spazio Profondo. In particolare, da RX-M, che ha Dalton Trumbo come ghost writer, arriva diretta l’idea di guardare lo spazio da un oblò, quello dell’astronave, e l’improbabile cappello da texano che il rescue manager della Covenant sfoggia a più riprese. E Star Trek? C’è tanto, tanto Star Trek, nelle modalità di approccio ed esplorazione del pianeta ignoto, ma anche nelle modalità secondo cui il benandroide Fassbender va ad interfacciarsi con il malandroide Fassbender, cyberdoppleganger. Tornando sui nostri passi, come Scott torna sul suo cinema, o sul cinema che ama, occorre rivelare che il detour verso il pianeta esiziale viene determinato da uno strano segnale radio, che capta il refrain di una cara vecchia canzone di tanto tempo fa. Fede, speranza e rimembranza. C’è tuttavia anche la nostra radio mentale, che comincia a captare segnali dissonanti dallo stesso pianeta, a trovare ostiche le modalità bucoliche di propagazione del vibrione xenomorfo, a trovare fuor di sesto il necromondo che si dipana agli occhi dei nostri (antieroi): la solita, non significante civiltà perduta di totem e ziggurat, popolata e poi spopolata da umanoidi in foggia simil Voldemort, vegliata dall’undertaker Fassbender in felpa con cappuccio e ricrescita bionda. Qui perdiamo le coordinate del nostro viaggio nel tempo e nello spazio, forse però è tutto funzionale alla pioggia di sangue che sta per arrivare, agli orridi parti in sequela provenienti dai corpi di astronauti maschi, agli orridi pasti in sequela di astronauti femmine. Parlando di Alien Covenant, si viene condotti – da Scott, da chi sennò?- a parlare di eugenetica, donde gli esperimenti sulle bestie aliene condotte da David:oggi,in questo preciso momento, mentre scrivo, colgo la similitudine tra la nazifollia del dr.Mengele e quella di chiunque pensi e programmi intelligenze artificiali, eugenetica 2.0 o 4.0, Elon Musk e compagnia deviante. E’l’enigma della creazione, come ampiamente rilevato dall’entusiasta Davide Pulici sulle pagine di Nocturno.it, è che, ad andare in rewind alle proprie radici, Scott finisce sempre per tornare al grembo, alla madre di tutte le origini, ed al sesso connatturato e pure dantaurato. Solo pensando così riesco, in fin dei conti, ad accettare la più stracult delle intrusioni (ed estrusioni) aliene, quella – SPOILER!!!- sotto la doccia, con la coppia di astronauti focosi che viene mortalmente penetrata dal gigeriano sul più bello dell’altra umana penetrazione.

Tante parole ma confuse, tanti spunti ma tronchi, per significarvi che questo Alien:Covenant mi ha lasciato così, solo e pensoso, incerto sul da farsi e da opinarsi. Vi lascio allora sospesi, incerti se sia nato prima l’ovulo inquieto o la gallina. Sospendo il giudizio pertanto, me ne lavo le mani, me le svito e le mando in manutenzione alla Weyland Corporation.

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