Get Out, di Jordan Peele. Un capolavoro, in bianco e nero.


Oops, Blum did it again! Jason Blum lo ha fatto ancora, stavolta l’ha fatta grossa, grossissima. 5 milioni di dollari investiti, quasi 160 incassati nei soli Stati Uniti; bel botto, vero? E invece no, questo è solo il bottino, il colpaccio è stato produrre, col marchio Blumhouse, un’opera che resterà per sempre nella storia del cinema. Il film è Get out, il regista è Jordan Peele, e Jason Blum, lo giuro, è Roger Corman sotto mentite e più giovani spoglie.

Era Obama, o era Trump?
Il nostro tempo, per la sua virale tendenza all’accelerazione, mal si presta alla storicizzazione, resta cioè incognito o discognito dai suoi stessi esegeti che vanamente cercano espressioni capaci di fissarlo, di immortalarlo, anche se tempo e immortalità sono un evidente ossimoro. Nel cinema, ad esempio, si è in attesa del primo film dell’era Trump, che possa figurare all’universo mondo, per via di metafora o di avantrealismo, la deriva populista e reazionaria degli Stati Uniti (più che deriva, è una navigazione chiaramente orientata). Accade invece che nel 2017 venga alla luce il primo vero film dell’era Obama, di un passato prossimo che è già remoto, con lasciti gravosi quali lo spionaggio globale, il terrorismo universale, la questione razziale. E’ con il Presidente Obama che il derby tra poliziotti e afroamericani si è fatto infuocato, esecuzioni sommarie versus agguati versus tumulti di piazza, non è bastato il suo sorriso, i suoi 32 bianchissimi denti a zittire le mitraglie in (quasi) legittima dotazione ai clan rivali. Black Lives Matter, le vite dei neri contano dicevano ier l’altro gli inani pacifisti d’Oltreoceano, secondo noi serve qualcosa di più efficace, un urlo, una via d’uscita: Get Out!

Black is the new white?
Peele è un regista esordiente, nero persino. Ci era francamente ignoto nelle precedenti vesti di commediante, abbiamo poi appreso che è un fenomeno della satira sociale, le sue imitazioni – interpretazioni – delle grandi icone black, da Martin Luther King, a Malcolm X, a James Brown, passando per Michael Jordan e digredendo con il Mahatma Gandhi, sono prodigi di intelligenza e di sarcasmo politico, una manna per stuoli di critici e milioni di telespettatori. 37 anni, cresciuto a Manhattan da mamma bianc pinguemente nutrito, riccamente istruito e sposato con la bianca Chelsea “Brooklyn Nine Nine” Peretti (fondatrice di BlackPeopleLoveUs.com, controverso sito satirico sulle coppie interracial), Peele è un esempio della obamizzazione della società americana, il paradosso vivente del cosmopolitismo da upper class, infatti gli invidiosi lo bollano come radical who?, come un pariolino ma più scuro insomma, mentre i benaltristi lo sviliscono preferendogli Spike Lee, l’unico regista che sarebbe autorizzato, per lignaggio a censo, a rappresentare la contemporaneità dei neri d’America. Peele avrebbe il difetto di essere un whitewashed, un bianco a metà, gaudente e agiato, fuori posto nell’anno in cui l’Academy celebra la contrizione di Moonlight, la tragedia di un uomo afro, gay e spacciatore, tre stigma al prezzo di uno. Lui, Peele, francamente se ne infischia, e grazie a Blum mette in scena la sua personale visione della sua personale società, un crogiolo di razze in bilico sulla follia, come veramente è l’America oggi.

Cacciatori di razza
Get Out, dunque, che è un grandissimo film di generi: horror, thriller, comedy. Un B-Movie, da intendersi come black movie. La storia: lui e lei sono due giovani yuppie interracial, Chris è nero, Rose Armitage è bianca. Fidanzatisi dopo fugace conoscenza, vanno tosto alla prova del nove, si recano alla magione della fanciulla per conoscerne la famiglia: il padre, cacciatore neocoloniale, la madre, sorta di parapsichiatra, il fratello, ansiogeno quanto Michael Pitt in Funny Games. A far da contorno, una domestica nera, occhi da aliena, movenze da alienata, ed un giardiniere, nero anche lui, podista ostile e linguacciuto. Inquietudine in ogni dove, tensione duale, razziale e generazionale, poi di notte accade il fattaccio: la padrona di casa, tutta occhioni e buone maniere, ipnotizza Chris con una tazzina ed  un cucchiaino. Dal mattino dopo, nulla è più come prima. Come in un sogno – sogno come  incubo, o come desiderio di legittimazione?– Chris si aggira nel giardino della magione, in mezzo agli invitati bianchi bianchissimi per un party outdoor: donne che lo tastano, uomini che lo saggiano. Trova un altro nero e cerca fratellanza, ma costui è anche più strano della servitù, basta il lampo di uno scatto fotografico per trasformarlo in un profeta di prossime sventure. I bianchi giocano al bingo, Chris sospetta un peggio indefinito e va in giro in cerca di indizi, finisce per trovarne tanti, ne parla al telefono con Rod, il suo amico nero. Rod è convinto che Chris sia oggetto di sex abduction, ma l’irrealtà supera l’immaginazione. Quella comitiva da Rotary maledetto è una setta chiamata alla riffa, per disputarsi le prestazioni fisiche di Chris: il suo corpo è stati infatti scelto per un trapianto di personalità – ghost in other shell – a beneficio del fortunato vincitore del bingo. Chris viene addormentato e legato davanti alla TV, come un contrappasso dei suoi peggiori sensi di colpa, come quando, bimbo, era rimasto impietrito a guardare la tv mentre sua madre crepava. Il piccolo schermo è interattivo, figurine note e meno note lo istruiscono circa il progetto Behold the Coagula, che non è una faccenda razziale, ma una questione di potere, perché permette a riccastri in decadenza di trapiantarsi dentro altri corpi scegliendo a piacimento  sesso, razza ed età, una via di mezzo tra la clonazione e l’invasione degli ultracorpi. Quando tutto sembra perduto e la lobotomia sta per compiersi, Chris sfugge ingegnosamente al suo destino, spezza la catene e fa una strage, fino al redde rationem con Rose, la sua boogeygirl, l’adescatrice. Non c’è happy ending, non nella maniera classica, i twist si susseguono esilaranti ed imprevedibili: quando le sirene di un auto della polizia lampeggiano, e due fari inquadrano il massacro appena avvenuto, si è pronti alla resa a mani alzate, invece eccola lì, deflagrante, un’ultima beffa.

White or without you
Get Out è una covata malefica di trovate, così sistematiche, così efficaci da sembrare frutto di genio, oppure della fortuna del principiante. Jordan Peele è all’esordio da regista/sceneggiatore e ci butta dentro film la sua conoscenza enciclopedica del cinema, dai popcorn movies a quelli che definisce social thriller. Prende il bianco ed il nero e dalla semplice questione razziale ne fa una questione cromatica, di contrasto tra suppellettili, indumenti, fasi della giornata. Stante la dicotomia tra i colori neutri, Peele lavora da inveterato mestierante con i simboli: il cervo investito all’inizio ad esempio, presagio di sventura e preda per antonomasia, introduce il gioco dei gatti con il topo. A questo proposito, è curioso che nel trailer internazionale ci sia un confronto molto orrorifico tra la testa di un cervo impagliato e lo stesso Chris, preda contro preda, ma questa scena è stata esclusa dal montaggio finale del film. Attraverso i simboli, Peele scandaglia i rituali sociali: i modi patriarcali degli Armitage contrapposti ai modi da city life di Chris; l’ipnosi e la psicanalisi come moderne schiavitù; giochi quali bingo, badminton, bocce e lacrosse resi come se fosse Haneke per Funny Games. Di più, Peele arriva ad inventarsi una dimensione onirica tutta nuova, il Sunken Place, lo sprofondo della coscienza per le vittime della setta, spettatori passivi del proprio body invasion, dell’horror che stanno vedendo vivendo e subendo, consapevoli di quello che accade ma incapaci di opporsi alle altrui intrusioni, incapaci di fare la cosa giusta. Il Sunken Place è una metafora fulgida dell’oblio della negritudine (ammesso che essa sia mai esistita), un atto di accusa tremendo alla pax di Obama, la pace sociale che per molti resta una resa sociale, l’oblio volontario delle discriminazioni multirazziali ancora, drammaticamente, in essere. Lungi dal voler essere un qualsiasi cinepredicatore, Peele piazza mine di comicità nei punti più impensati, servendosi di personaggi o di ammennicoli vari (un cavo usb per lo smartphone, un improvvido banjo), orienta la visione tra risate sguaiate e occhi sbarrati, resta sempre dominus nel pieno controllo della sua opera. L’unico aspetto sfuggiro al suo controllo è il punto esclamativo, da lui richiesto per dare al titolo del film più efficacia retrò, bocciato invece dalla produzione. Ce lo mettiamo noi: bravo Peele, il tuo film è una bomba!

 

[Anche su Nocturno.it e Nocturno num.173, in edicola]

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