Get Out, i film che hanno ispirato Jordan Peele


Hanno cambiato faccia. Mentre scorrono le immagini di Get Out, il nostro pensiero reagisce come il cane di Pavlov, ci conduce al cult movie di Corrado Farina del 1971. L’accostamento è allegorico più che logico, entrambe le opere sprigionano vapori malsani, c’è un potere che oscuramente trama per carpire qualcosa o qualcuno, coartando legami sentimentali e relazioni sociali. Sempre sulla scia dei pensieri in libertà, guardando gli afroamericani posseduti nel film di Peele – il giardiniere, la cameriera, il dandy in panama e giacchetta – riscontriamo  tracce di Skeleton Key, il film metempsicotico ambientato nella New Orleans del dopo uragano, con i neri che attraverso il voodoo rubavano le identità ai più giovani e ai più bianchi. Di Haneke e dei Funny Games sociali abbiamo già parlato, è invece il caso di riconoscere il tributo di Peele allo Stuart Gordon trionfale, quello di Re-Animator, nella macabra preparazione della trasfusione di cranio. Da Gordon viene anche la cifra stilistica che trova, nel grottesco, il punto di incontro tra l’horror e la commedia nera.  L’ambientazione bucolica di Get Out, con il party organizzato nel bosco, davanti alla splendida villa coloniale, suscita dietrologie nerd, fa pensare al The Conspiracy del canadese Chris MacBride (2012), mentre il contrappasso della intro del film, con la abduction di un povero nero in un elegante quartiere residenziale bianco, deve all’Halloween primigenio l’uso della ricca suburbia come locus maleficus.

Nelle interviste, che copiose continua a rilasciare, il regista cita smodatamente Robert Altman come ispiratore del suo personale affresco di classe, su questo non concordiamo, perché tutti i personaggi di Get Out sono in palese quanto ricercato overacting, brilla quindi su di essi la stella polare di Society, di Brian Yuzna. Da Society ai social thriller, quei  film in cui il cattivo non è un diavolo, o un fantasma  con gli artigli, o uno psicopatico serial killer, quei film in cui è il vero demone è la società. Rosemary’s Baby esempio seguito per ricreare gli incubi dell’inferno in uno labirinto di stanze e corridoi: certamente, ma non solo. Nel febbraio scorso, apprendiamo dal New York Times, Peele ha organizzato a Brooklyn una retrospettiva sui social thriller, organica alle promo per il lancio del film, ma anche funzionale ad orientare gli spettatori sull’idea di visione sottesa a Get Out. Il punto di partenza è stato The Night of Living Dead di George Romero (“Si potrebbe scrivere un saggio sul fatto che il leader sia un uomo nero costretto a convivere con mille paure quotidiane, così da essere più  attrezzato a fronteggiare la nuova minaccia rispetto alle donne bianche che vivono nella casa.”) Si è proseguito con Indovina Chi Viene a Cena (“Chiunque, a prescindere dalla razza  può riconoscersi nel disagio al primo incontro con i suoceri, o nel sentirsi fuori posto ad una festa. Questo, come il mio Get Out, è un film inclusivo ”). Meno lapalissiamo è stato il riferimento a La Casa Nera (“Wes Craven parla della paura di ciò che succede dietro le porte chiuse della case dei bianchi, della schiavitù di persone intrappolate nei sottoscala”.) Per la caratterizzazione degli Armitage, Peele ha mostrato Il Silenzio degli Innocenti: ”Vorrei che gli spettatori amino i miei villains come amano Hannibal Lecter, non si può odiarli per il fatto di essere pazzi, loro hanno stile, hanno carisma, sono divertenti!”. Ancora Craven, stavolta con Scream, per la riflessione metahorror, che in Get Out si concretizza in Rod, l’amico strampalato di Chris che assiste agli eventi da remoto e che pensa ciò che gli spettatori penserebbero.

C’è poi La Finestra sul Cortile del Maestro negli elementi chiave del protagonista: Chris, come James Stewart, è un fotografo ed è costretto, in forme differenti, all’immobilità. Non manca la visione del Re: il personaggio di Missy Armitage, con la sua falsa benevolenza e l’ossessione per tazzine e cucchiaini, è direttamente derivato dalla Annie Wilkes di Misery. Anche Shining c’entra in qualche modo, specie nei sottotesti cospirazionisti allusi alla maniera di Kubrick per la stanza 237. La rassegna condotta da Peele si è conclusa con la proiezione di Candyman, film in cui l’uomo nero – nel senso di boogeyman – è lo spirito dannato di un nero che era stato linciato vivo dalla folla per la sua relazione con una donna bianca. A noi non basta, pensiamo ancora a Missy, all’attrice Missy Armitage, già in Essere John Malkovic: il Sunken Place come remoto spazio cerebrale pare derivare proprio da Kaufman: ” Get Out dovrebbe intitolarsi ssere John Malc…olm X!”, ha scritto acidamente il blogger Sam Lively. Ancora, pensiamo all’uso del bingo come rituale sinistro  di una società di cartapesta: lo stesso utilizzo che ne aveva fatto Jennifer Kent nel glorioso The Babadook! E ancora, Chris che, immobilizzato, dialoga con la TV è una scheggia impazzita da Black Mirror, l’attore Daniel Kaluuya viene proprio da lì. Last but not least, il film preferito di Peele è The Stepford Wives, La Donna Perfetta (l’originale del 1975, ovvio), cui ha guardato per ricreare il conflitto tra individui, rituali e modi di vivere: non a caso, il suo prossimo film sarà ancora un social thriller, girato tutto intorno al sessismo.

[Anche su Nocturno num.173, in edicola]

 

 

 

 

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