Raw, di J.Ducournau. The Meat is Murder


Da giorni, da mesi forse, trascinavamo i nostri stracci e le nostre membra marce, senza più una meta, senza più una ragione apparente. La fame era arrivata improvvisa, come una sciagura, nessuno era attrezzato per combatterla. Come un incendio ci aveva consumato, intaccando gli organi vitali, poi la pelle, alla fine, o al contempo, le nostre residue capacità intellettive. Infiacchiti, riuscivamo appena a dondolare il moncone che un tempo era stato il dito indice della mano destra, a fare su e giù sullo schermo. Fino a quando. Fino a quando il titolo apparve, e allora ci scoprimmo così, recidivi, più affamati che mai, non ci vedevamo più dalla fame, eppure qualcosa vedemmo, ma alla fine, in fondo in fondo, non ci saziò. Raw, di Julia Ducournau.

Tronfia di trofei raccolti in ogni dove, in Canada specialmente, gravida di aspettative come un palleggiatore brasiliano, Raw è un’opera prima franco-belga, di una regista audace e relativamente giovane, che ha saputo fare rumore, e che rumore. Si parlava di sequenze agghiaccianti, di svenimenti in sala, di spettatori annegati nel vomito. Il cannibalismo, questo il tema di Raw, affrontato come mai si era visto sullo schermo, si diceva. E questo era un bel campanello di allarme, o se preferite una maramalda trombetta di carnevale, perché il cannibalismo al cinema è Cannibal Holocaust, senza se e senza ma. Vero è anche che, nel vecchio continente, in Francia precipuamente, alcuni giovani registi avevano colorato il genere cannibalico di rosso, rosso politico non rosso sangue, producendo titoli sovversivi di assoluto riguardo, Andatevi a vedere, se siete digiuni, Claire Denis, o Marina de Van , oppure anche Fabrice du Weltz .Tutto quindi convergeva verso Raw in quanto avvento dell’evento del 2017. E invece. Forse. Il film fa paura, paurissima, va detto, sin dall’ambientazione, che è la Vallonia, terra incognita ed inospitale, quasi inabitabile. Nella fattispecie, si è all’università di Liegi, Facoltà di veterinaria, covo di pazzi criminali. Il nocciolo sta proprio nella lettera V: V per Veterinari, V per Veterani, V per Vegetariani. Succede infatti che una brillante ex-liceale vegetariana, figlia di veterinari vegetariani in carriera, sbarchi al college, e cominci subito a subire il nonnismo e le angherie degli studenti più anziani, tra essi sua sorella maggiore, agghindati come un commando di miliziani beoti. E fascisti, ca va sans dire.  Dagli sconcertanti rituali di iniziazione, prevaricanti più che cruenti, affiora fioca la luce dell’impegno militante: parrebbe, insomma, che la regista alluda all’ingresso nella società del capitale come alla rivelazione dell’homo homini lupus. Ma se ogni uomo è un lupo verso l’altro significa che ogni uomo è assetato di sangue, affamato di carne cruda, così succede che un pasto fortuito e malsano, a base di rognoni di coniglio, scateni nella piccola recluta vegana eruzioni vesuviane. E dermatiti, e ecchimosi, e desquamazioni.

Il corpo illibato della giovane si scopre sporco del sangue di animale rovesciatole addosso a secchiate, come fosse Carrie, contaminato nel profondo, avvelenato si teme, calato negli ambienti mortuari che sono il dormitorio ed i laboratori del campus. La macchina da presa inquadra senza indugio, asettica come un primario, disvela gli stati di macellazione progressiva del corpo dell’attrice, finche detto corpo sviluppa gli anticorpi, e da vittima sacrificale diviene carnefice, etimologicamente, in quanto fautrice di carne a pezzi. Occhi aperti, c’è un dito mozzato, succhiato, sgranocchiato. Occhi aperti, c’è un cranio frantumato, incidentato, slinguazzato. Ancora, occhi aperti, c’è un braccio morsicato, masticato al termine di un amplesso sui generis.  Tutto veramente insostenibile, tutto magnifico a vedersi, è come se si aprisse una porticina della percezione, come se gli spettatori venissero indotti a pensare che un altro morso è possibile. Cannibale lei, cannibale la sorella, tanto che tra le due si instaura uno strano rapporto di sangue, complicità, rivalità, lotta a mozzichi in faccia, una sorta di fight bite club, e il quadro sembra completo, sembra una storia di (de)formazione in cui entrare in società significa diventare cai(u)mani, abiurando all’innocenza ed alla verginità. Tutto questo fino allo zenit, diciamo all’incirca attorno ai 3 quarti del film, quando l’immancabile gogna virale degli smratphone riprende la nostra iena, ubriaca, mentre la consanguinea ed i camerati provano a nutrirla con un braccio di esangue cadavere. ed il video gira tra studenti e professori e la vergogna sale. Poi, inaspettato, l’abisso. Succede che il tanto da dire e mostrare diventa troppo, Decourneau perde il filo rosso sangue, non sa più dove andare e e ripiega, sui rapporti familiari, su colpi di scena improvvidi, su linguaggi grezzi e frettolosi. Tutto si confonde, non rilevano più i rapporti di forza tra i generi, i rapporti di sudditanza tra le generazioni, è stato tutto un gioco, sì, un gioco al massacro, ma con infinite vite a disposizione.

Consumate pertanto Raw senza patemi, prima o dopo i pasti, dopo aver verificato la data di scadenza. Non aspettatevi un film epocale, nemmeno un film magistrale, solo un’altro, apprezzabile, film alimentare..

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