La Cura del Benessere. Oltre l’omeopatia c’è solo Gore Verbinski


Incesti, amori inconfessabili che lambiscono la pedofilia. E poi denti strappati, denti trapanati. Incidenti stradali, corpi martoriati, bruciati, devastati dalla vecchiaia. Animali mostruosi, predatori subdoli o vittime sacrificali. Torture fisiche, torture mentali e tanta, tanta allegoria. Come siamo strani noi spettatori, a volte basta uno solo di questi elementi per farci gridare al miracolo, se poi ce n’è più d’uno inquadriamo il genere, il gore, e ci mettiamo lì contenti, a battere le manine e a soffocare i gridolini di paura. Invece. Invece. Arriva un film che contiene tutti gli elementi pedissequamente elencati e noi spettatori ci permettiamo di ignorarlo, non di criticarlo, che si può e si deve, ma di ignorarlo, di abbandonarlo all’oblio della memoria collettiva. Questo è un crimine, sia chiaro a tutti, questo film non è solo gore, ma è di Gore, ed è una graditissima sorpresa. A Cure for Wellness, La Cura del Benessere, di Gore Verbinski.

Che è un regista capacissimo, abilissimo a maneggiare i linguaggi del mainstream ed a creare fenomeni cnematografici durevoli, si tratti di franchise o di remake, di soggetti originali in carne ed ossa o progetti digital. Gore è un cinefilo, come tale ha un lato oscuro, anzi, parecchi lati oscuri, è la sua visione del cinema ad essere una camera oscura, se preferite una camera di deprivazione sensoriale. O una wunderkammer, ricca di memorabilia e parafernalia, di reliquie e talismani che nelle sue mani e dai suoi occhi si animano, prendono vita, un falso movimento di storia fantasia e suggestioni assortite. Prendete The Lone Ranger, oggetto ibrido e ibridato: un floppone mondiale pieno zeppo di idee strabilianti, un’ode al treno e alla mitraglia come sola igiene del West, una parodia plausibile della nascita del capitalismo e del crepuscolo degli eroi. Ho amato The Lone Ranger con o senza gli istrionismi di Johnny Depp, ne porto meco sprazzi, come il destriero lanciato al galoppo tra i vagoni, o l’assemblea degli azionisti che definisce gli assetti societari a colpi di pistola.

Partiamo da qui, da un treno e da uno squalo della finanza, uno yuppie post Lehman Brothers che agogna la scalata ai vertici della sua onorata società (per azioni). Scalata fisica ascensionale, perché i lupi di Wall Street ancora governano il mondo dall’alto dei (gratta)cieli. Mister Cinismo incontra un intoppo, c’è il vecchio presidente che ha dato di matto ed è fuggito in Svizzera, non con i dollari ma con i neuroni, e da lì minaccia di abdicare da tutto, persino dal suo potere di firma. Il gioavne finanziere parte allora in missione, deve ricondurre il vegliardo alla ragione della speculazione, e di nuovo si trova in salita fisica ascensionale, verso una vecchia rocca fortificata, un luogo lugubre e goticamente fiabesco, un sanatorio per CEO sull’orlo di una crisi di nervi. Si respira Bram Stoker e Thomas Mann (La Montagna Incantata), ma anche H.G. Wells e Le Avventure di Lupin. La clinica Villa Arzilla pare uscita dai più filantropici progetti del dott.Mengele, o meglio, così sembra a noi, perché Verbinski dice di aver pensato alla Prussia e alla storia del primo Conflitto Mondiale, comunque siamo lì, dici Svizzera e pensi alla Germania dei Reich. Pensieri come visioni, nel senso che La Cura del Benessere è un film spettacolare, costruito, dalla prima ed ultima scena, per lusingare chi lo guarda, blandirlo con la messa in scena del generale e del particolare, deliziarlo anche a prescindere dalla narrazione.

La quale narrazione, forse che sì, forse che no, presenta degli intoppi, non è quell’ingranaggio asettico e perentorio che siamo abituati a digerire da un prodotto mainstream dell’oggi, e proprio per questo, in tutte le sue deformità, ci cattura. Ad esempio  Verbinski mette la chiesa al centro del villgagio, cioè crea i ruderi di un castello, vetuste discese per giungere alla sorgente dei misteri in contrapposizione alle effimere salite anzidette, e ci mette attorno un base spaziale medicale. Ancora, trasforma in zombie i decrepiti pazienti, e al contempo li rende capaci di una danza corale magnifica, un valzer che è trionfo di kitsch e leucore. Soprattutto, si permette di sottendere un’idea devastante, purtroppo colta da pochi: questi vecchi caimani, queste sanguisughe della finanza cercano il benessere – quel wellness da fine settimana che anche noi proletari agogniamo, tra hammam da coupon e massaggi low cost -, ma non lo cercano per una questione di status, bensì per una questione politica. Quello che vogliono sentirsi raccontare, infatti, è che sono malati, perché la malattia giustifica l’interdizione della volontà, attenua le colpe di una vita passata a prevaricare e speculare. Quello che vogliono sti vegliardi, grottescamente nudi o avvvolti in camici mortuari, è un’assoluzione, come un’estrema unzione. Geniale, allora, che siano proprio loro a produrre il Santo Graal, un distillato di empia minzione in grado di donare eterna giovinezza: dopo tanto spremere, insomma, è bene che vengano spremuti.

Il resto è fantasia: A Cure for Wellness è psicothriller, social thriller, fantahorror, action movie. E’ottimo cinema, e noi ne abbiamo goduto. Giuardatelo anche voi, ne va della vostra salute.

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