Dikotomiko intervista Park Chan-wook!


In occidente sono “il regista di Old Boy”, e me ne dispiace. Ha avuto successo, certo, ma non credo sia il mio miglior film. Vorrei che il pubblico avesse la possibilità di guardare anche i film che non fanno parte della trilogia della vendetta. Per esempio, reputo Thirst superiore a Old Boy.  Park Chan-wook, aka Mr. Vendetta, titolo del primo dei film che compongono la trilogia insieme a Old Boy e Lady Vendetta. Una (non)trilogia che ha timbrato a fuoco il nome di Park sopratutto in Occidente, dove le visioni orientali sono sempre tardive, immobili, semplicistiche. A meno che non si è lettori di Nocturno, ovviamente. Qui il secondo nome del più grande regista coreano non è più Mr. Vendetta, ma

L’uomo che amava le donne

The Handmaiden è il decimo lungometraggio di Park Chan-wook, ed è tratto da Fingersmith, un romanzo della gallese Sarah Waters: una signora che aveva esordito con un titolo, Tipping the Velvet, che nel gergo Vittoriano indicava il cunnilingus. E’ una espressione in cui si è imbattuta spulciando tutta la porno letteratura dell’800 durante le ricerche per una sua tesi (Wolfskins and togas: lesbian and gay historical fictions, 1870 to the present), tesi che ha finito per influenzare tutta la sua produzione romanzesca, insieme a classici come Dickens… Insomma, la Waters è una di noi. Fingersmith, un romanzo amatissimo anche da David Bowie, era ambientato proprio nell’Inghilterra Vittoriana, dove faceva deflagrare parole e suggestioni di sesso lesbico potente e liberatorio.

Ci sono molti aspetti oscuri e sgradevoli nel mio cinema: mi dispiace, davvero. Piacerebbe a tutti vivere in un mondo pacifico e tranquillo, ma la realtà è ben diversa, come sappiamo. Abbiamo tutti un lato oscuro e violento, come i protagonisti dei miei film. Per affrontarlo, bisogna conoscerlo e imparare a gestirlo. Per questo, molti dei miei personaggi più violenti diventano eroi proprio con questa forma estrema di lotta interiore.

Ricontestualizzato da Park nella Corea occupata dal Giappone, il film narra le storie e i destini di due donne, che si incrociano e si aggrovigliano come i loro corpi. Una, triste ereditiera giapponese, l’altra, ladra coreana. Una passione che attraversa truffe, ricatti, abusi infantili, matrimoni riparatori, trattamenti sanitari obbligatori, fughe dall’antro degli orchi. Visioni eretiche, immagini erotiche attorno alle quali il re dei prestigiatori orientali imbastisce tutto il suo video-gioco, che è anche gioco di potere: potere sessuale, mercenario e coloniale. Siamo ancora una volta, l’ennesima, al cospetto della nascita di una nazione. Un tema che è territorio fertile come pochi, prediletto dai visionari del cinema: il motivo è semplice, la nascita di una nazione avviene sempre grazie all’inganno, al tradimento, alla manipolazione. La storia è un gioco di ruolo truccato, il cinema pure. E allora Park Chan-wook piomba sul campo di gioco, sovvertendone le (false) regole e ribaltando i ruoli. Park è un teppista, un black bloc, un rivoluzionario. Park sfonda le vetrine dei tabù politici e sessuali del suo paese, e lo fa senza scomporsi, conservando il suo aspetto da gentiluomo mite e sorridente. Sfonda anche il box office in patria, e dovrebbe arrivare addirittura sugli schermi italiani nei prossimi mesi.

 

Vertigo (Do the dance, do the demolition)

La Donna Che Visse Due Volte è sicuramente un film importantissimo per me: dopo quella visione ho deciso che avrei realizzato io stesso un film altrettanto perfetto, o almeno ci avrei provato. Penso spesso al lavoro di Hitchcock quando scrivo o sono sul set. Ma per la realizzazione di The Handmaiden non sono stato influenzato direttamente da quella pellicola, è a Luchino Visconti che pensavo spesso, piuttosto.

Un viaggio negli usi e costumi della Corea d’antan schiava e repressa (un periodo di sottomissione che ancora oggi brucia in Corea del Sud) in cui il fattore comune è la rottura delle apparenze, perché niente è quello che sembra, dai ruoli sociali, ai sentimenti, alle storie di vita raccontate e imbastite dagli stessi personaggi. Quando i corpi nudi, splendidi, sensuali, delle due donne si stringono, si sfregano, si leccano, Park abbatte le differenze di classe, sovverte i rapporti di dominante e dominata, trasforma ognuna nello specchio dell’altra, e allora il Giappone invasore e la Corea sottomessa fanno sesso sfrenato, e si ritrovano in posizione orizzontale, allo stesso livello.

Ho deciso di girare un film bilingue, parlato sia in coreano che in giapponese, per rafforzare dei temi che erano già presenti nella storia. Hideko è giapponese, ma preferisce parlare in coreano: non tanto perchè ha lasciato il Giappone da piccola, quanto per le letture alle quali l’odioso zio la obbligava. Il giapponese è quindi per lei una lingua sporca. Con questo non volevo stigmatizzare la lingua giapponese, si tratta piuttosto di una riflessione sul senso di appartenenza e anche sul ruolo giocato dal linguaggio, in una vicenda nella quale tutti cercano di ingannare il prossimo.

Sin dall’età puerile la signora recita, declama racconti erotici ad una platea di infoiati giapponesi: un pubblico maschile che ascolta, con gli occhi spalancati e il volto sudaticcio, composto da burattini in erezione. Tutto diventa chiaro poi, quando i ruoli nella guerra dei sessi sono mostrati con la messinscena di  un amplesso ultrabondage sotto coercizione. Hideko è sospesa in aria da un gioco di corde e legacci, avviluppata ad un manichino ligneo: il manichino, l’oggetto, sostituisce l’uomo, invece la donna è viva, carne e sesso. Le parole di Park a proposito della doppia lingua sono come al solito gentili e diplomatiche, in realtà è fin troppo evidente il suo proposito: sovvertire e rovesciare i rapporti tra la cultura dominante (giapponese) e quella dominata (coreana), e non solo. Ridicolizzare l’invasore, spogliarlo della sua falsa fierezza e mostrarne il lato più intimo e impacciato. Personaggio rilevante è anche la villa, divisa in due: una parte in stile occidentale, gotico, l’altra tipicamente giapponese. Gli ambienti sono divisi da porte scorrevoli di carta, si può passare con facilità e un pizzico di voyeurismo di stanza in stanza, per guardare e scoprire segreti, muovendosi in un edificio che è certamente rappresentazione di una struttura psichica, ma anche sociale: prima uno spazio pubblico, poi parzialmente pubblico, quindi privato, e infine segreto. Come nei castelli della letteratura gotica classica, le donne attraversano una, due, tre porte: gesti che portano alla sovversione, facile e naturale, dell’ordine costituito. Cadono, uno dopo l’altro, gli stereotipi della rappresentazione del passato, ridotti a brandelli dall’apocalisse finale, una deriva gore divertentissima per uno dei finali più femministi di sempre, con i maschi ridicolizzati, tranciati, avvelenati, torturati e sconfitti definitivamente. Sotto l’occhio di una piovra che guarda, da dentro un acquario: è l’occhio del regista, è il nostro spirito-guida.

Adesso che sto invecchiando, sto indubbiamente realizzando diversi film da un punto di vista puramente femminile, penso a Lady Vendetta, I’m A Cyborg But That’s Ok, Stoker. Stavolta ho voluto realizzare un film femminista, ho anche rafforzato degli elementi già presenti nel romanzo. Un uomo però deve stare attento a dichiararsi femminista, non si ottiene un certificato di autenticità. Diciamo che ho voluto dare il mio contributo. Sono convinto che ognuno di noi possiede un lato maschile ed uno femminile e che la maggioranza degli uomini non voglia vedere o far emergere la propria componente femminile, forse per vergogna. Se invece la si accetta s’imparano e si comprendono diverse cose su noi stessi, come ho avuto modo di scoprire. E mia moglie, mia figlia e la mia co-sceneggiatrice mi hanno aiutato molto a capire come dovevo raccontare questa storia.

 

Col dito, col dito, orgasmo garantito!

Una parte significativa di merito va infatti a Jeong Seo-gyeong, probabilmente la responsabile maggiore del lato più perverso e femminile del cinema di Park: ne abbiamo già parlato nel recente dossier Neon Fetish su queste pagine, passando dalle dita dei piedi leccate in Thirst alla parata di simboli che farcisce Stoker, film nel quale la protagonista India si masturba sotto la doccia  ripensando al suo (primo) omicidio, e raggiungendo l’orgasmo mentre nella sua mente, e davanti ai nostri occhi, scorrono le immagini e si ode il suono del collo rotto del suo aspirante stupratore.

In The Handmaiden, i protagonisti – oltre alle due donne ci sono due uomini, e naturalmente sono i personaggi più deboli e viscidi – sono avatar di un gioco di ruolo complesso e perverso, e fingono tutti di essere ciò che non sono; appare poi, in una versione “live” de Il sogno della moglie del pescatore, una celebre stampa erotica di Hokusai, il polipo gigantesco che insidia il corpo della donna: un’immagine che i più perversi – tutti? – i lettori di Nocturno ricollegano automaticamente all’immaginario hentai, nel quale lo stupro tentacolare è onnipresente. Ma Park provvede, da militante femminista quale è diventato, ad abbattere anche il senso di quella xilografia ideologica carica di prevaricazione e brutalizzazione, con il cunnilingus liberatorio tra le due protagoniste, una scena che appare rivoluzione lesbo-punk di orgasmo e desiderio. E non dimentichiamo la scena più erotica dell’anno: la limatura del dente con un ditale d’argento, che la Serva strofina sul dente della Padrona, con tanto di rumori metallici, seni che sussultano e sguardi che si incrociano. Il primo approccio fisico e sessuale, erotico, morboso, strisciante, tra le due donne.

Quando ho cominciato a studiare cinema Spike Lee era per me un eroe. E’ stato molto strano vedere il remake di Old Boy, è stato come vedere una persona di altra etnia vestirsi e comportarsi esattamente come me. Strano, ma sicuramente interessante: mi ha fatto pensare a scelte registiche che avrei potuto forse fare anch’io. D’altro canto, ci sono scelte che mi hanno lasciato abbastanza sconcertato. Comunque, ho saputo che anche in India hanno realizzato un remake non autorizzato di Old Boy!

 

2000 – 2013: Sette note in nero

Prima di Old Boy, e dopo i primi due lungometraggi difficili da reperire e sconfessati dallo stesso Park, il successo e la ri-nascita artistica arrivarono con Joint Security Area (2000): un film di frontiera, un piccolo ponticello che divide le due Coree, una sparatoria. Thriller politico mozzafiato, tensione alle stelle, regia elegante e rigorosa, tanto da sembrare opera di un veterano. Diventò il film più visto nella storia della Corea del Sud, aiutato dal vento democratico che soffiava sotto la presidenza di Kim Dae-jung.

Per i miei film, a partire da JSA, utilizzo sempre lo storyboard che facilita e semplifica il lavoro in sede di montaggio. A riprese ultimate mi capita raramente di apportare delle modifiche rispetto allo storyboard iniziale. Quando accade, è dovuto principalmente alla recitazione degli attori, che talvolta può sorprendermi e spiazzarmi.

A partire dal 2002, e nel giro di quattro anni, grazie al successo di JSA Park può permettersi di sganciare le tre bombe che costituiscono la famosa trilogia: Mr. Vendetta, Old Boy, Lady Vendetta. Libertà assoluta e talento incredibile, un intento moralista dichiarato – la condanna della vendetta violenta, capace di portare solo dolore e devastazione nelle vite di chiunque ne resti coinvolto –  che giustifica immagini di una violenza estrema e lussureggiante. Dall’approccio in the face del primo film, una “semplice” spirale di rabbia e sangue, caotica e disperata, Park sale di livello con Old Boy. Tragedia classica, eccessi visivi, una vendetta inutile e ineluttabile, un coraggio nel portare avanti una visione personale, che non conosce limiti e non teme di sbagliare, ma rappresenta una novità nella storia del cinema. Imprescindibile. Come Lady Vendetta, il primo film di Park che guarda al mondo con gli occhi di una donna. Stilisticamente è il più sontuoso dei tre, chiude il cerchio di sangue, e lo fa con una parodia ferocissima della giustizia da tribunali. Meno di un anno dopo, spiazza tutti con I’m A Cyborg But That’s Ok: un’orgia coloratissima e psichedelica, per una storia d’amore e malattia mentale, nella quale la fantasia e la poesia regnano sovrane e sono necessarie a combattere la solitudine, il dolore, l’anoressia. Il 2009 è l’anno di Thirst, e la sete è sete di sangue. Nato dalla voglia di adattare Teresa Raquin di Emile Zola, ma anche dai ricordi di infanzia, quando in chiesa il prete beveva vino chiamandolo il sangue di Cristo e lui pensava ai vampiri, permette a Park di salire ancora più in alto realizzando il film di succhiasangue più importante del decennio – insieme a Lasciami Entrare, uscito un’anno prima – pieno zeppo di ossessioni fetish, amour fou che riduce (letteralmente) in cenere, melò feroce e un finale immortale. Passano quattro anni, e il frutto della ineluttabile chiamata alle arti di Hollywood vede la luce: il titolo è Stoker, la storia è una “semplice” coming of age che il maestro trasforma in cummin’ on the edge. Sesso, perversione, feticismo spavaldo che supera lo stesso Hitchcock. Park è un occhio che si arrampica tra le cosce glabre di una vergine circondata da ectoplasmi di ghiaccio, al suono di ossa in frantumi, tonfi, crepitii. Esteticamente elegantissimo, morboso oltre ogni limite, inquietante come un horror.

A proposito della mia esperienza americana con Stoker, le difficoltà sono state tante e pesanti. Le ho superate, nonostante l’enorme potere degli Studios, aggrappandomi all’elemento in comune a tutti sul set: il linguaggio del cinema. Si trattava, in definitiva, di una storia abbastanza comune: una coming of age di una ragazza che diventa adulta. Con Snowpiercer, che ho prodotto direttamente, le cose sono andate molto meglio perchè abbiamo utilizzato un sistema molto più vicino al modello coreano, che lascia il potere in mano ai registi. Non posso affermare che sia meglio o peggio, ma d’altronde non puoi andare in Antartide e lamentarti del freddo.

Come ci ha confermato Kim Jee-woon, quando i due registi, e amici, si sono rivisti in Corea dopo l’esperienza statunitense, si sono abbracciati, felici di essere tornati a casa. Stoker è il risultato di una lavorazione problematica e spossante, non tanto da spingere Park a disconoscerlo, ma poco ci manca. E si tratta comunque, alla faccia dei detrattori, di capolavoro. Una parola che ricorre troppo spesso nella filmografia di Park Chan-wook, e probabilmente è arrivato il momento di nominarlo miglior cineasta vivente.

 

[anche su Nocturno num.173, in edicola]

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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