Dikotomiko intervista Kim Jee Woon, pure.


Se nelle pagine di Nocturno fossimo costretti a fare un nome solo, tra i registi della new wave coreana, quel nome sarebbe proprio Kim Jee-woon: è lui il più devoto al cinema di genere. Ai generi. Tanto che, per sua stessa ammissione, finora ha sempre scelto un genere da trattare prima di iniziare a scrivere ogni sua sceneggiatura. Per poi, già durante la stesura e più ancora sul set, spingere tale genere all’estremo e nel contempo mescolandolo con altri. Esattamente vent’anni fa Kim inviava una delle sue prime sceneggiature ad un concorso, vincendolo. Lo script era quello di A Quiet Family, che un anno più tardi diventò il suo primo film. Si trovò al posto giusto nel momento giusto: la crisi economica aveva rallentato, se non bloccato, gli investimenti nel settore da parte di colossi come Samsung e Daewoo, lasciando campo libero a capitalisti di ventura pronti a produrre un discreto numero di film all’anno, anche a registi non affermati com’era Kim. Grazie, crisi.

A Quiet Family osa praticare un genere inedito in Corea: la black comedy. La famiglia del titolo si trasferisce in blocco in una casa in montagna, casa che diventerà la vera protagonista del film, trasformandola in locanda per gli escursionisti. Che entrano vivi, ed escono morti stecchiti. Satira politica ferocissima, sangue a fiumi, risate folli in compagnia di stupratori, assassini e pervertiti. I movimenti di macchina sono già stilosi, e tra gli allora sconosciuti protagonisti ci sono i due futuri migliori attori coreani: Song Kang-ho e Choi Min-sik. Il 2000 è l’anno di The Foul King, primo successo al box office: il banchiere triste e frustrato che cerca il riscatto sul ring, un soggetto cha fa da richiamo irresistibile per due milioni di coreani, e – nonostante un’insolita dose massiccia di realismo sociale – si colloca molto vicino a Fight Club. Primo ruolo da protagonista assoluto per il grande Song Kang-ho.

 

E proprio quando in molti cercavano di cucirgli addosso l’etichetta di regista di commedie, Kim sterza di colpo verso l’horror: prima con il corto Memories, una ghost story urbana cha fa parte del film collettivo Three Extremes 2, poi con il terrificante A Tale Of Two Sisters. Qui la casa è ancora più protagonista che in The Quiet Family, e lo stile di Kim esplode in ogni inquadratura, dettaglio, scelta narrativa: mette insieme le storie popolari e il J-horror, con un tasso elevatissimo di crudeltà.

Passano due anni, siamo nel 2005, e stavolta la parolina magica è: gangster-movie. Un genere che in Corea ha già dilagato, ma Kim non guarda, come fanno tutti, a Scorsese e Coppola. I suoi modelli per A Bittersweet Life sono Melville e Alain Delon, quest’ultimo praticamente reincarnato in Lee Byung-hun. Estetismo neo-noir e violenza stilizzata, una attenzione agli spazi maniacale, melò e piombo come se piovessero.

Con la massima disinvoltura, Kim passa dal gangster a Sergio Leone, a cominciare dal titolo: Il Buono, Il Matto, Il Cattivo, la variante orientale del western, curiosamente vede la luce pochi mesi dopo Sukiyaki Western Django di Takashi Miike. Non c’è solo Sergio Leone (omaggiato anche nell’alternanza tra gli immancabili primissimi piani e i campi lunghissimi), Kim Jee-woon strizza l’occhio anche a Tsui Hark e John Woo, e pure a Jackie Chan. Il film coreano più costoso del 2008, ma anche quello che ha incassato di più. E nonostante tutti i soldi in ballo, trasmette un senso di selvaggia libertà dal primo all’ultimo minuto.

Esattamente l’opposto del monumentale I Saw The Devil. Thriller estremo, horror terreno, violenza inarrestabile e disturbante che arriva ai picchi raggiunti solo da Martyrs. Dopo, qualsiasi film che abbia l’ambizione di mostrare il male, la vendetta e l’ultraviolenza dovrà farci i conti. E soccombere. Non poteva mancare un approccio alla sci-fi: nel 2012 Kim dirige il migliore dei tre segmenti del film collettivo The Doomsday Book, intitolato The Heavenly Creature. La storia del robot-servo che ha raggiunto l’illuminazione e deve essere terminato è raccontata con insolita delicatezza e toni meditativi, ennesima prova del talento di Kim e della sua totale sottomissione ai film che crea.

Il 2013 è l’anno delle gite coreane negli Stati Uniti: Park Chan-wook realizza Stoker, Bong Joon-ho Snowpiercer, e Kim Jee-woon si cimenta con The Last Stand, un piccolo film d’azione dignitoso e divertente, nel quale l’ex governatore Schwarzy ricorda più Meat Loaf in Fight Club che i suoi trascorsi da Terminator. Le strade di Park e Kim continuano a correre parallele, e nel 2016 entrambi sfogliano le più rancorose pagine di storia del proprio paese, quelle che riguardano il periodo di occupazione giapponese, che dagli inizii del 900 si è protratto fino alla fine della seconda guerra mondiale. Mentre Park con The Handmaiden usa il sesso e due personaggi femminili per rappresentare le divisioni, l’ambiguità e i rapporti tra dominante e dominato, Kim si lancia armi in pugno in un film militante e magnifico: The Age Of Shadows.

Il titolo originale, tradotto alla lettera, significa Agente Segreto: un titolo che fa pensare ai classici dello spionaggio, che è indubbiamente uno dei generi di riferimento, insieme all’action e al thriller, ed anche al noir. Song Kang-ho (sempre lui) è Lee, un poliziotto coreano al servizio dei giapponesi, incaricato di infiltrare e sconfiggere la banda di resistenti più sanguinaria e temuta, capeggiata da Che-san (il volto affascinante e carismatico di Lee Byung-hun che era ancora impegnato anche sul set de I Magnifici Sette). Ma il suicidio – davanti ai suoi occhi – di un amico d’infanzia diventato combattente per la libertà, la frequentazione del giovane militante Woo-jin (Gong Yoo, visto in Train To Busan) e l’incontro con Che-san, risvegliano il suo lato patriottico.

A proposito di infiltrati, The Age Of Shadows segna l’ingresso della Warner Bros nel mercato coreano, che è probabilmente una conseguenza della gita negli USA durante la quale Kim ha diretto The Last Stand. Siamo al cospetto della vetta più alta mai raggiunta dal regista, oltre due ore e mezza di spionaggio avvincente, lotta armata, agguati, tradimenti, attentati e resistenza eroica fino al sacrificio. Sono tante le sequenze mozzafiato: la caccia all’uomo iniziale – uno contro un esercito – che passa attraverso i tetti con angolazioni acrobatiche e riprese elegantissime, un prefinale ideologicamente affine al finale Tarantiniano di Bastardi Senza Gloria, cadenzato dalle note del Bolero, e la lunga e perfetta sequenza sul treno. La devozione di Kim al cinema di genere è tale da sacrificare approfondimenti sui personaggi, relazioni e spiegoni sull’altare dell’azione, della violenza, della sua eterna caccia alla madre di tutte le sequenze. Un film di questa importanza sulla resistenza italiana possiamo solo sognarlo. Il 15° Korea Film Fest di Firenze è stato aperto proprio da The Age Of Shadows, e dopo la proiezione abbiamo intervistato Kim Jee-woon.

 

L’ingresso dei dollari targati Warner Bros nel cinema coreano è il benvenuto, credo, visto l’ottimo risultato artistico. Quali sono state le reazioni in Corea alla notizia della coproduzione americana?

Il fatto che la WB investa sui registi coreani è una cosa molto positiva, dal punto di vista puramente tecnico – quello che interessa maggiormente ai registi come me – ci sono solo vantaggi. L’aspetto negativo è il timore di una fuga di capitali, cioè che i soldi guadagnati con i film coreani possano finire tutti in America. In realtà la Warner ha dichiarato che si continuerà a investire in Corea, quindi sulla carta dovrebbe essere una preoccupazione infondata, e potrebbe, al contrario, stimolare uno stato di tensione positiva all’interno del mercato cinematografico coreano.

The Age Of Shadows mette in scena una storia tragica che risale inoltre – anche se ricca di spunti per la contemporaneità – al secolo scorso. Non era facile unire senso e spettacolo (noi italiani lo sappiamo bene: i film che trattano pagine della nostra storia sono spesso noiosi e poco appetibili al grande pubblico), e per farlo hai modificato la realtà dei fatti, rendendoli più coinvolgenti e appassionanti.

Certamente nella realtà si trattò di una missione totalmente fallita. Quello che ho fatto è stato cambiare il finale, nel quale il protagonista passa il testimone della resistenza e della lotta armata ad un compagno più giovane, giovanissimo. Se le nuove generazioni continuano la lotta, il senso tragico della vicenda si trasforma, è vero, ed acquista nuova speranza. Questo è anche un espediente cinematografico e narrativo, capace di appassionare e coinvolgere il pubblico, perché sposta la storia sui territori del cinema di genere – spionaggio, action, thriller – appetibili per un grande pubblico. Mettendo in scena in un contesto di genere personaggi che sono i membri di una organizzazione clandestina, armata, di combattenti per la libertà, scatta un meccanismo di identificazione e appartenenza. Che poi è uno degli aspetti che mi stava più a cuore.

C’è anche il noir, un altro genere che hai integrato alla perfezione in una storia dai toni indubbiamente patriottici.

L’anno scorso si sono prodotti diversi film ambientati sotto la dominazione giapponese, e tutti di successo. Un motivo evidente di fondo c’è ed è proprio il patriottismo. Nel mio caso ho voluto unire il patriottismo al cinema di genere, e per farlo ho scelto di rievocare quello che era il gruppo di partigiani più violenti all’epoca, e di conseguenza il più temuto dai giapponesi. La mia gente fa spesso fatica ad approcciare quelle che sono le pagine di storia più tragiche, sono molti i coreani ancora ideologicamente vicini al Giappone. Io fin da piccolo ho sempre nutrito simpatia per i movimenti di liberazione, e ho voluto rendere giustizia e un giusto omaggio alla lotta di questi uomini per l’indipendenza. Il modello al quale ho fatto spesso riferimento in fase di scrittura è Il Conformista di Bertolucci.

Pensi che la visione del tuo film possa ottenere consensi anche in Corea del Nord?

Sono sicuro che il film piacerebbe anche a nord, se avessero la possibilità di vederlo, perché è ambientato prima della separazione, in un’epoca durante la quale tutti i coreani combattevano contro un nemico comune. Il capo della resistenza, interpretato da Lee Byung-hun, nella realtà andò a vivere in Corea del Nord. Fu arrestato dopo la fine dell’occupazione – da un corpo di polizia che aveva conservato metodi e durezza del periodo di dominazione giapponese – e di conseguenza scappò a Nord, per poi scoprire che non si sentiva a casa neanche lì, il regime socialista non faceva per lui. Le sue tracce si sono poi perse, chissà che fine ha fatto.

Ancora a proposito del Giappone: immagino una sorta di strisciante e ricorrente risentimento storico, peraltro giustificato. Anche ne Il Buono, Il Matto, Il Cattivo ci sono un paio di scene nelle quali l’esercito giapponese viene decimato…

Beh si (sorride), non posso negarlo. Ci sono ancora oggi motivi validi per tale risentimento, come la vicenda delle “comfort women“, ovvero le donne coreane rapite e costrette a prostituirsi per l’esercito giapponese, una vergogna per la quale il Giappone non ha mai chiesto scusa. Anche se nel contesto del mio western tutto è da interpretare in chiave umoristica.

Il Buono… è sicuramente un omaggio a Sergio Leone, ma non è certo un western tradizionale, è più corretto definirlo un Oriental Western. O come hai detto in altre sedi, “Kimchi Western”. Che significa?

Il Kimchi è un piatto tipico, molto speziato e piccante: proprio come i coreani, sempre in movimento e irascibili (ride). Naturalmente ho amato e amo i film di Leone (e anche di Sergio Corbucci), per il suo stile unico e rivoluzionario, violento. E i suoi personaggi ambigui e mai, banalmente, buoni o cattivi.

Dopo Snowpiercer, Train To Busan. E poi la tua lunga e memorabile sequenza nel treno, che è il cuore di The Age Of Shadows. Come mai tutti questi treni negli ultimi tempi?

Per i miei colleghi non so, nel mio caso il treno è un simbolo chiarissimo del periodo storico, con tutte queste persone diversissime tra loro, di varie nazionalità, una fotografia molto realistica di quella Corea. E poi la suspense a bordo di un treno è sempre molto divertente.

A proposito di sequenze memorabili, impossibile non citare il corpo a corpo con coltelli in auto, in I Saw The Devil. Il primo film che non hai scritto, e anche il primo film accoltellato dalla censura. Come dice la sorella della prima ragazza uccisa: “la vendetta va bene per i film”. E va benissimo per i film coreani, no?

In effetti sono proprio tantissime le storie di vendetta negli script… film, serie, registi famosi e meno famosi. Se penso alle possibili cause, credo che la società contemporanea in genere, e in special modo quella coreana, sia piena di problemi gravi, gravissimi, che in qualche modo chiamano, chiedono, invocano vendetta. La scena da te citata è stata abbastanza complessa da girare. Abbiamo iniziato a girare gli esterni, per poi integrarli nella sequenza come sfondo. Poi in uno studio abbiamo girato le scene interne al taxi. Abbiamo tolto il tetto, rimpiazzandolo con dei pannelli trasparenti per poter inquadrare l’interno dall’alto, e mentre il taxi girava su se stesso i nostri zoom e movimenti di camera facevano il resto. E poi c’era il problema dei costumi, con tutto il sangue versato in quella scena: avevamo tre cambi d’abito a disposizione, ma è stata necessaria una quarta ripresa… e allora gli attori sono stati costretti ad indossare abiti umidi che avevamo appena lavato velocemente. Ed è stata proprio quella la ripresa buona.

The Age Of Shadows inizia inquadrando le spalle di Song Kang-ho, come al solito grandissimo interprete. E anche il giovane Gong Yoo risulta estremamente convincente nel suo ruolo.

Gli attori sono quelli giusti per personaggi complicati, non volevo fare un film con i buoni da una parte e i cattivi dall’altra. Mi piaceva l’idea del contrasto tra Song vecchio e smaliziato, e sfiduciato, e Gong giovane e dal cuore puro e pieno di rabbia. Sono molto soddisfatto di entrambi. Song stavolta è stato capace anche di recitare in sottrazione, senza quell’overacting spesso presente nei film coreani.

Song Kang-ho, Lee Byung-hun, Choi Min-sik: i tre migliori attori coreani. Li hai visti crescere, qual è il vostro rapporto?

Alla fine degli anni 90 è iniziato un periodo – lungo più o meno dieci anni – di influenze reciproche incredibili nel cinema coreano, collaborazioni e momenti di crescita molto importanti. Io ho vissuto questo periodo con gli attori da te citati, e mi sento molto fortunato, sia dal punto di vista professionale che umano. Sono tutti attori completamente diversi da quelli della generazione precedente, proprio come lo eravamo noi registi. E siamo cresciuti insieme, spesso percorrendo le stesse strade.

The Quiet Family, il tuo primo lungometraggio, dove c’erano già Song Kang-ho e Choi Min-sik, era una horror comedy: un genere che non si era mai visto dalle tue parti, ed era anche un film politico. Che ne pensi del remake di Takashi Miike e in genere del suo cinema?

Takashi Miike mi piace e sono un suo fan, ma per quel remake, quella sorta di strano musical, non ho proprio parole (ride di gusto). The Quiet Family è stato un mix di generi inedito, gli spettatori sono usciti dalla sala abbastanza scossi, ma nel tempo ha contribuito a riversare una ventata d’aria fresca nel panorama, ed è piaciuto molto ai giovani. Unire horror e commedia è stata una scelta che in definitiva ha convinto sia il pubblico che la critica. Probabilmente anche a causa dei risvolti sociali e politici.

The Foul King è invece la storia di un impiegato di banca frustrato, quasi un dropout, che di notte indossa una maschera e si trasforma in uno scatenato wrestler. Ed è ancora Song Kang-ho il protagonista…

Si, e mostrava già allora una dedizione al suo lavoro impressionante. E’ difficile pensare ad un attore di età superiore ai 30, capace di impegnarsi ed allenarsi fino a padroneggiare le tecniche di lotta con tale eleganza e determinazione. Impressionante, tanto per cambiare.

Tutti i protagonisti dei tuoi film sono lupi solitari, sempre in contrasto con la società o fuoriposto nel loro ambiente.

Molti dicono che i miei film sono accomunati da un sottotesto di tristezza. Credo sia vero, e non nel senso strappalacrime e lagnoso, perché spesso è un sentimento “coperto” da scene d’azione e violenza. Credo rispecchi la mia percezione della vita umana, che è fondamentalmente triste. E lo è di più se vivi in una grande città, che è capace di far germogliare la tristezza, la solitudine e l’alienazione.

In A Bittersweet Life il tradimento del clan è il peccato più grave: il boss-padre prende tutte le decisioni e protegge gli affiliati-figli. E’ una delle regole dell’action/gangster coreano, un genere troppo maschile nel quale le donne non hanno mai ruoli rilevanti. In The age of shadows c’è invece il ruolo di Han Ji-min, piccolo ma determinante.

Il ruolo che interpreta Han Ji-min è preso da una vera figura femminile. La scena della sparatoria alla stazione di Seoul è inventata, ma è una delle mie preferite di tutto il film. E’ una donna che non ha niente da perdere, non ha la coscienza sporca, è elegante, bellissima, ma è costretta a sopportare da sola il peso enorme delle conseguenze dolorose della sua scelta di lotta: rappresenta benissimo la figura della donna nella resistenza. Mentre la giravo, pensavo a Gloria di John Cassavetes: in quel film Gena Rowlands spara alla mafia, e ho cercato di dare alla mia scena la stessa intensità, la stessa freddezza, triste e maestosa.

E a proposito di donne, alla prima eletta presidente in Corea non è andata benissimo.

Però (ride di gusto) è andata molto bene alla Corea! Siamo arrivati a questo impeachment grazie alle imponenti manifestazioni pacifiche di piazza, un buon segno di partecipazione democratica alla vita politica del paese. Le elezioni sono vicine, e speriamo servano a risanare la situazione.

Il tuo prossimo film sarà l’adattamento dell’anime Jin-Roh, The wolf brigade. Sembra una storia ricca di spunti adatti al tuo cinema. Tu avevi già approcciato la sci-fi con The Heavenly creature, l’episodio da te diretto contenuto in The Doomsday book.

La fonte da cui il mio film è tratto è molto incentrata su religione e filosofia, che ho deliberatamente messo da parte. Ho ambientato la storia in una Corea futura, intorno al 2035, sarà una distopia noir-action, con una coppia di protagonisti in lotta contro il terrore e l’oscurità. Sono personaggi dal passato traumatico e alle prese con conflitti interiori, che si sentono obbligati a salvare i loro simili per un senso di colpa atavico. Verranno fuori in chiave distopica anche fatti tragici della nostra storia, a cominciare da un massacro di studenti operato dall’esercito durante gli anni 80.

Ho l’impressione, correggimi se sbaglio, che in Corea non è ancora iniziata la golden age delle serie tv. Non c’è la volontà di produrre serie in grado di rivaleggiare con quelle occidentali?

Devo correggerti perché ci sono, anche dirette da registi affermati. Anche da noi Netflix, inoltre, sta iniziando a produrne di nuove.

Prima accennavi ai percorsi paralleli di crescita che hai condiviso con i tuoi attori prediletti. Anche con Park Chan-wook è avvenuto, quando vi siete ritrovati entrambi in America.

Siamo molto amici e abbiamo influenze simili, è stata difficile per entrambi l’esperienza hollywoodiana, e quando ci siamo rivisti ci siamo abbracciati, felici di tornare a lavorare a casa. All’inizio delle riprese per The Last Stand ho pensato “ecco, questa è la fine”. Il sistema di produzione è completamente diverso, in Corea c’è il regista a capo di tutto, e gli altri dipendono dalle sue decisioni. Negli Stati Uniti, regista attori e produttori hanno lo stesso potere e per ogni decisione bisogna essere tutti d’accordo. E’ stata dura, durissima. A differenza delle star hollywoodiane, boriose ed esigenti, Schwarzenegger mi ha invece trattato benissimo. Forse perché non è americano!

Hai già parzialmente confermato la nostra impressione: da lontano, pensiamo spesso a te, a Park Chan-wook e a Bong Joon-ho come ad un terzetto di amici sempre in contatto.

E’ proprio così, spesso guardiamo film insieme, ci scambiamo le sceneggiature e consigli e pareri sui reciproci lavori. Anche perché abbiamo gusti simili, riguardo al cinema.

A Bittersweet Life contiene elementi che fanno pensare a Melville, A Tale Of Two Sisters rimanda al J-horror, e hai già citato Cassavetes, Leone e Bertolucci. Tutti modelli non coreani.

Non amo molto il cinema coreano, e sono cresciuto abbuffandomi di opere che in Corea non venivano distribuite: copie illegali di capolavori come Arancia Meccanica, ma anche di innumerevoli b-movies di genere. Crescendo ho conosciuto anche Truffaut, Godard, Melville. Quando poi ho vissuto a Parigi per tre mesi, ho visto più di cento classici, alla Cinémathèque in quel periodo c’era una rassegna dal titolo “I cento capolavori del cinema mondiale”.

 

(articolo contenuto anche in Nocturno 173)

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