Wonder Woman, di Patty Jenkins. Sia lodata la Dea del cinema.


La protagonista di questo film è israeliana: come tutte le Israeliane e gli Israeliani, ha prestato servizio di leva obbligatorio, perché i doveri imposti da quella patria non sono una questione di genere. Come tanti suoi connazionali del passato, del presente e, ahimè, del futuro – prossimo e anteriore -, è stata militare al fronte, in una zona di guerra perenne, il Libano, dove per questo motivo il film non viene distribuito. Sbagliato, forse, confondere la politica con il mainstream, più sensato sarebbe ragionare sul cinema come esperienza che illude e non delude, ma le vie degli embarghi sono infinite. Sempre lei, adorata lei, ha rischiato di compiere la più auspicata e ucronica delle nemesi, perchè il fumetto all’origine del fim la avrebbe voluta contrapposta ai demoni del Terzo Reich. Così alla fine non è stato, le è toccato un altro Reich, ma va bene lo stesso, il risultato è una meraviglia. Wonder Woman, di Patty Jenkins.

Una boccata di aria pura, un racconto scevro di tormento, di nodi, di complessità.  Epos del supereroe, mitologia alla maniera americana, un minestrone gustosissimo, un melting pot di Storia e di storielle. Il nostro presente, perso dietro alla nevrosi da aggiornamento continuo, sembra aver rimosso definitivamente l’anacronismo, come fosse il peggiore dei mali, come fosse richiesto a tutti uno sforzo costante di allineamento e introiezione.  La (de)formazione  continua è diventata, non so dirvi quando, un criterio per valutare la qualità di un qualsiasi prodotto, dell’arte o dei mestieri.  Wonder Woman, semplicemente, se ne frega. Degli aggiornamenti, della veridicità, della consecutio temporum, dei dati statistici, dell’incredulità, dell’unità dell’opera. Wonder Woman regna, amici miei. Perché è libera da tutto ed è prima di tutto, forte di una inconsapevolezza che è innocenza primigenia. Wonder Woman è l’Emile dei supereroi, la prova provata che l’importante è l’azione, al diavolo la reazione conseguente. Comincia dalla possibilità di un’isola in mezzo all’Egeo, popolata dalle Amazzoni che tutti avremmo voluto essere, o avere. Isola che non c’è, avvolta da nebbia, una skull island con valorose semidee al posto dei mostrazzi preistorici: il riferimento non è casuale, anche il Kong dell’annata in corso è opera intrinsecamente archeologica, palingenetica e mitopoietica. Diana si chiama lei, è l’eletta, figlia di parto divino, e guarda il mondo dal suo oblò, finchè imprevisto giunge il trauma, che non è Ares, no, non è la guerra di cui parla la mamma Ippolita, il trauma è Cronos, è il tempo, la crescita, la formazione, gli ormoni.

L’ingresso  fisico di un uomo – una spia, un soldato -, nel suo orizzonte circoscritto coincide con una nascita di Diana in quanto donna, ed una rinascita dell’uomo in questione, strappato all’annegamento nelle acque profonde e riemerso a nuova vita. Tralascio però di scandagliare la fonte del mito fumettistico, mi interessa notare come il film ci mostri la superdonna che entra in scivolata nel mondo umano al tempo – al tempo – del primo conflitto mondiale, e qui devo confessare le mie perplessità, perché la rappresentazione di alcune situazioni,  messa in scena e dialoghi, confonde oggettivamente le idee, tanto che solo l’assenza di una svastica qualsiasi mi riporta con la mente al contesto del 1914 – 1918. La svastica, già: sarebbe stato bello vedere il chiasmo dei bracciali infrangere l’inviso simbolo nazista, sarebbe stato bello davvero. Riconosco tuttavia che la materia del primo conflitto mondiale è più argillosa, quindi più malleabile, raccontarne per frammenti o per verosimiglianze non tocca totem o tabù di sorta, e facilita la trascendenza, l’allegoria. La Grande Guerra è la Madre, o il Padre, di tutte le guerre. Non c’è giustizia, non c’è valore, non c’è trionfo. Essa è negazione che annulla luoghi e persone: non a caso, la visione più bella del film è WW che erompe dalla  trincea e si scaglia all’arma bianca contro i nemici, per la conquista della contingente No Ma’s Land, un non luogo appunto, un luogo negato e annullato. A questa visione se ne aggiungono altre, portentose. Womder Woman che distrugge il campanile di una chiesa, per liberare il borgo dai tiri di un cecchino. Il bombardamento di gas venefico, arancione, che annichilisce il borgo suddetto, come fosse, appunto, l’Agente Orange utilizzato in un altro immondo conflitto. Lo sterminio col gas dei gerarchi tedeschi, chiusi in stanza a tenuta stagna, è poi una visione che toglie il fiato, il contrappasso ante litteram che nessuno aveva osato auspicare. Tutto questo e molto altro ancora, fino al duello finale in singolar tenzone con Ares, omerico più che snyderiano. Omerico, perchè si svolge davanti ad una platea di coprotagonisti che vanno in modlaità stand by, come fossero tanti spettatori immobilizzati.

Ciò ricorre sin dall’inizio: WW è guardata da mamma e compagne mentre si allena, è guardata dal soldato salvato mentre affronta lo sbarco tedesco, è guardata dai senatori inglesi riuniti in assemblea, dai generali prussiani al gran ballo della debuttante, dalla segretaria della spia che la amava mentre prova vestiti…lo sguardo su di lei è continuo e, palesemente, metafilmico. Questa paralisi partecipata dei corpi, questa fissità dello sguardo sulla visione del mito ricorre in un altro film recente, il Godzilla di Edwards, oltre che nel già citato Kong, se ne anche trovano tracce negli X-Men di Singer (Magneto solleva uno stadio e lo porta seco) e nello Spider Man di Raimi (il popolo di New York che assiste dal ponte allo scontro tra il Ragno e Goblin). La cifra dell’eroe, allora, non è la presenza ma l’azione, le eroiche gesta sono esse stesse l’eroe, così capita che anche WW si fermi a guardare l’omo suo che si fa eroico quando agisce, quando si sacrifica per la Causa. Quale sia questa causa, se giusta o sbagliata, comunque non rileva, l’importante è il movimento. L’importante, oggi pù che mai, è che ci sia Cinema.

 

 

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Un pensiero su “Wonder Woman, di Patty Jenkins. Sia lodata la Dea del cinema.

  1. Bellissimo articolo! Riguardo alla censura in Libano sapevo cosa era successo e devo dire che ne sono rimasto molto dispiaciuto. Censurare un film per questo motivo è qualcosa di sbagliato (e lei il servizio militare è stata costretta a farlo vista la legge).
    Per il resto concordo in pieno con te per quanto riguarda la pellicola. Alla fine è stata veramente una boccata di aria fresca.

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