Bronson, di Nicolas Winding Refn. Living in a box.


Poteva essere un film di denuncia, un prison movie alla maniera del neorealismo inglese, alla Ken Loach, fieramente proletario, impudicamente ideologico. Si parla della storia del più grande criminale di Albione, tale Michael Peterson in arte Charles Bronson, uno condannato a 34 anni di galera per aggressioni brutali e reati plurimi  – mai un omicidio – , 30 anni già scontati in isolamento. Poteva esserlo, ed al progetto lavorarono un manipolo di inglesi in volenteroso autofinanziamento, tra questi Tom Hardy, giovane attore che ancora si barcamenava tra il teatro, luogo natìo, ed il cinema a successo progressivo. Il progetto abortì, poi rinacque a nuova visione grazie a Rupert Preston della Vertigo Films, che lo affidò a Refn.

Refn era lungi dallo sbarco a Hollywood e prossimo a girare Valhalla Rising – il suo Heart of Darkness -, ovviamente approcciò la storia da par suo, reinventandola. Non si doveva girare, secondo Refn, un “realistic biopic” bensì un “conceptual biopic”, un caso umano doveva diventare una trasfigurazione, un’esperienza di arte attraverso la violenza. Con grandi aspirazioni e pochi soldi si cominciò il casting, regista e produttore miravano a Jason Statham, Jason Stuntman, il Re Mida dell’action europeo, poi il dio del cinema ci mise lo zampino e fu scelto Tom Hardy. Nich Refn e Tom Hardy insieme, oppure Refn contro Hardy, uno scontro tra titani. Per ammissione dello stesso regista, tra i due non scoccò la scintilla, non tanto per questione di feeling quanto per un differente modo di intendere il cinema. Espressione suprema dell’idea dell’artista secondo Refn, astratta, apolitica, amorale, nichilista persino; mimesi estrema, corporeità, rappresentazione scenica del vissuto, secondo Hardy. Bronson è il risultato delle forze in campo, due poli opposti in equilibrio instabile, una polveriera latente pronta a deflagrare.

Il film è stato girato partendo da una sceneggiatura incompleta e ancora in divenire, per finirla in corso d’opera è intervenuta, non accreditata, la londinese Kelly Marcel, quella di Saving Mr. Banks, 50 Sfumature di Grigio e della serie TV Terra Nova. Una donna per un film di ultraviolenza a pugni chiusi, sembra un ossimoro ma non lo è, secondo Refn infatti Bronson è un film girato al femminile, la nudità (esibita in modo figurativo), le pulsioni ed i sentimenti contemplano un punto di vista femminile, in questo senso andrebbe considerata la palese omosessualità dei mecenati-mentori che avviano Bronson ai fight club clandestini e poi alle arti pittoriche. Secondo molti esegeti del regista invece, supportati da taluni critici che hanno recuperato la visione dopo i fasti di Drive e sotto la luce artificiale del culto di Gosling, Bronson sarebbe un’ode alla mascolinità più ferina, pura perché grezza: a supporto della tesi adducono proprio l’interpretazione di Tom Hardy, che ha trasformato il suo corpo gravandolo di grasso e muscoli in eccesso, caratterizzando il ruolo con un campionario di ruggiti, sospiri e mugugni. In questo senso, il personaggio Bronson diventerebbe il prototipo di altri che da lì a poco Hardy interpreterà oltreoceano, Bane su tutti nel Batman del britannico Nolan, ma anche il Mad Max dell’australiano Miller. Bronson, Bane, Max, una trilogia dell’antieroe neobritannico, una sorta di Spartacus del dopo bomba tra prigioni, catene, museruole e sbarre. C’è però da considerare l’occhio e la mano di Refn, non nuovo alla sovversione degli archetipi, ed ecco che il maschio alfa diventa omega mediante massicce iniezioni di ironia e di colori fluo, il volto ed il corpo si scompongono in poligoni nelle inquadrature geometriche care al regista, l’azione si cristallizza in una successione di tableau vivants illuminati al neon.

La successione del girato è cronologica, per la quasi interezza si ambienta in interni: per scelta stilistica, o per colpa del budget, è stato sfruttato ogni cubicolo di uno stesso palazzo di Nottingham. Un mondo chiuso, quindi, un universo di segregazione attorno a Bronson, è qui dentro che lui vive, passando di prigione in prigione, è qui che attua la sovversione. Non è claustrofobico, non cerca l’evasione,  è claustromaniaco, cerca la reclusione, picchia intere genie di bobbies, scazzotta, devasta, in eterna fuga dal fuori, alla continua ricerca del dentro. Bronson esiste dentro la cella, un animale in gabbia, il suo rifugio è nella cattività. Le brevi pause di libertà – 69 giorni – girano intorno a Luton, la città dell’infanzia, dove Bronson ha le sue minime relazioni sociali e dove riesce a vivere un simulacro di relazione sentimentale/sessuale.

La prigione come dimensione fisica e categoria dello spirito, in cui lo spazio vuoto è della mente, ed infatti il Bronson Secondo Refn è un wannabe, non ha il pieno controllo delle sue azioni ma che spende tutta la sua vita in un non senso, vorrebbe diventare di diventare famoso: “My name’s Charles Bronson. And all my life I’ve wanted to be famous.”

Famoso come una rock star asserisce, arringando il pubblico ammaestrato dall’alto di un proscenio teatrale, mentre alle sue spalle, realismo contro onirismo, scorre il vero footage della rivolta nello psicocarcere di Parkhurst. Oppure come una movie star, donde lo pseudonimo preso a prestito su ispirazione di altri e che Refn ribalta, il cognome inventato dall’attore – Bronson – che diventa nome proprio assoluto per il suo one man show. Come una pop (art) star, alla fine, nella commistione di linguaggi figurativi, filmici e musicali che il regista adopera per consegnarlo al mito della effimera notorietà dei nostri tempi – i dipinti di Bronson sono quotatissimi e vendutissimi nel mondo reale – , per precipitarlo poi, cinicamente, nel grembo di sangue e sbarre da cui era fuoriuscito. La popolarità, il pop, come trasfigurazione del nichilismo refniano, il pop che non storicizza il reale ma lo travalica e diventa surreale, surrealista: il paradosso si compie, Bronson, lo diconoi tioli di testa, è ispirato ad una storia vera, ma oggi quel Charles Bronson, dicono le cronache, fsi a chiamare Charles Salvador, un nuovo nome in onore di un nuovo nume, Salvador Dalì.

Bronson vive di momenti discontinui e diversamente mirabili, uno su tutti resta memorabile: la messa in scena della festa dei pazzi, quando gli ospiti sciroccati del acarcere di Parkhurst, sedati e variamente contenuti, ballano grottescamente sulle note di It’s a Sin dei Pet Shop Boys: “When I look back upon my life, It’s always with a sense of shame I’ve always been the one to blame”(“Quando mi volto e guardo la mia vita, è sempre con un senso di vergogna, sono sempre stato quello da icnolapre”). Ridiamo di gusto, ridiamo tutti, che i pazzi siamo noi.

[Pubblicato su INLAND. Quaderni di cinema, num4/2017, collana Bietti Heterotopia, casa editrice Edizioni Bietti,]

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