Billy Lynn, Un Giorno da eroe. BD Universal


Costato più di 40 milioni di dollari, distribuito in più di 1.000 sale negli Usa, dove ha incassato poco più di un milione di dollari: signori, qui non si tratta di un clamoroso flop commerciale, si tratta di una questione ideologica. Anche politica, se si considera che lo stesso film, coprodotto, è andato ad incassare più di 30 milioni di dollari sul mercato cinese. Abbiamo guardato Billy Lynn e ci è venuto in mente Birdman, persino Truman Show, con qualche eco di Flags of Our Father. Mai abbiamo pensato di confrontarlo con opere di proiettili e carne e sangue, gli avremmo fatto il torto più grande. Perché Bill Lynn prende le mosse da un conflitto, il padre di tutti i conflitti 2.0, la seconda campagna di Iraq per la destituzione di Saddam Hussein, ma quella guerra, la meno amata, meno vista, peggio raccontata dai media Usa, è solo lo spunto per una riflessione meta, metastorica, metapolitica, metacinematografica.

In breve: l’intrepido soldato Bill, ripreso in un footage mentre dà prova di americo ardimento sul campo di battaglia, diventa una star più che un simbolo, ed assieme alla sua squadriglia viene chiamato a compiere il Victory Tour, una sarabanda di interviste ed eventi ed iniziative da gossip culminanti nell’esibizione al Super Bowl. Più precisamente, l’esibizione è nell’intervallo del match, e questo tempo di mezzo, l’interruzione di un continuum, fa il paio con il congedo a termine di cui Bill e la sua compa usufruiscono, prima di tornare alla pugna in Medio Oriente.

Bill e gli altri stanno come in autunno sugli alberi le foglie, ma la precarietà, la contingenza è il tempo di pace, non il tempo di guerra. E’, insomma, la solita faccenda riguardante l’attitudine imperialista a controllare i modi di rappresentazione della propria storia, qui si tratta di un sistema che ha abiurato a qualsiasi obbligo di storicizzazione, abbandonandosi con voluttà mortuaria al melting pop, al brodo primordiale in cui l’epos è solo sportivo, il logos solo canoro, e la società si è trasformata in una massa di spettatori paganti, mangianti, sempre e comunque consenzienti. Qui è il football americano, altrove, precisamente in Underworld di De Lillo, era il baseball, con il medesimo intento ed i medesimi risultati. Prima ancora, si pensi al Buffalo Bill Wild West Show. Dove non c’è storia, non c’è gloria, non nel senso reazionario del termine, ed infatti Bill ed i sodali commilitoni vengono rappresentati come mai prima, sembrano un manipolo di freak, disadattati, emarginati, traumatizzati, vengono scarrozzati in furgoni coattissimi come i più ridicoli dei gangsta rapper, sono esposti al pubblico in correlazione diretta con le ragazze pon pon, delle quali finiscono per subire fascino – ovviamente – ed autorevolezza. Peggio, finiscono mazzolati e cazziati da un branco di bodyguard poco patriottici. La lobotomia dei militi è evidente e pressochè totale, culmina in vette apicali di ilarità quando questi si lanciano, ingenui, bamboccioni, a giocare a palla nelle more della loro esibizione. More, pause, intertempi, costantemente osservati e messi in scena, in un formato mirabolante, 120 frame per ogni secondo di assoluta empatia.

La guerra è come rimossa, rivive solo nei flashback autoindotti di Bill e dei suoi, la vedette è Beyonce, sono le Destiny’s Child che devono esibirsi sul campo, ed è strepitoso vedere i soldatini ridotti ad espediente coreografico, ad improvvisare marcette e saluti militari in mezzo a ballerini hip-hop ed a fuochi d’artificio fiammeggianti. Sembra quasi la cifra espressiva della Guerra Fredda, di quando vedemmo Usa e Urss attraverso i preliminari fantasmagorici dell’incontro tra Rocky Balboa ed Ivan Drago: lì il nemico aveva una sua affabulazione, qui è un Paese che se la canta e se la suona, che guarda Bill ed è dagli occhioni di Bill guardato, che ripete il jingle Dio-Patria-Famiglia a ritmo e a comando, producendosi in un twerking sguaiatissimo.

Insomma: flop cosmico, caso politico, film immenso, che nel bluray targato Universal è arricchito da una corposa selezione di contenuti speciali.

 

 

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