The Bad Batch, di Ana Lily Amirpour. A Girl walks home alone, in the desert


Scrivo di cinema senza prendermi troppo sul serio, ho fatto l’università della strada, dall’asfalto vengo ed all’asfalto ritornerò.  Parole che sembrano scritte con il generatore automatico di strofe per Fedez/J-Ax, vero? Non temete, impugno il timone saldamente e sono lontano da derive hip hop, voglio solo significarvi l’orgoglio, ed anche la totale evidenza, del mio essere naif, autodidatta quanto a visioni, a gusto e a opinioni in fatto di film. Pochi paletti ho piantato sul mio sentiero esperienzale, uno di questi è che se un film di genere incomincia come un film muto, con dialoghi ridotti all’osso, se non proprio assenti, per i primi  20 minuti, beh, quel film di genere è degno di tutta la mia attenzione. The Bad Batch, di Ana Lily Amirpour.

Lei, la mamma della ragazza che camminava da sola di notte, svolazzante di chador, sdrucciolevole di skateboard, assetata di sangue umano. Iraniana di origine e inglese di nascita, formatasi nella terra del Grande Satana, l’America, alla quale decide di rendere omaggio (o pariglia) con un film all’insegna della litote. Girato in un non luogo, collocabile in un non tempo, con protagonisti non probabili ed una storia, tutto sommato, non originale. Una provocazione consapevolle la sua, il desiderio di propinare al pubblico dell’universo mondo un metaforone, senza se e senza ma. Si è nel deserto del Texas, una colonia penale a cielo aperto dove i galeotti vengono confinati in guisa definitiva. Arlen è una giovane delinquente, ignoti i reati da lei commessi, che subisce quella sorte e viene abbandonata a vagare nella sabbia e nel sole, fino a che finisce preda di una tribù di cannibali singolarissima, costituita da energumeni/e palestrati/e, che si muovono con scooteroni vintage o golf car. Alcuni tranci di Arlen, gamba e braccio destro, vengono brutalmente asportati e destinati al pasteggio degli atleti, ma prima di morte certa lei riesce a liberarsi e fugge via, incocciando, per caso o per destino, un insediamento tardo hippie, The Confort, dove si (soprav)vive di cimeli anni 80, simulacri del consumismo più radioso.

The Confort ha un suo governatore, una sorta di impresario circondato da femmine gravide procreatrici, il quale preserva la sua comunità dispensando musica techno e LSD, non mancando di sproloquiare come un velleitario guru della new old age. Il film parte di soppiatto dicevo, in silenzio, Arlen non parla per più di 20 minuti, vien da pensare che i caribi le abbiano tranciato anche la lingua, ma la rarefazione dei dialoghi è in realtà la cifra espressiva dell’intera opera, satura dell’abbacinante luce del deserto in campo lunghissimo, percorsa da dead men walking in trance ipertermica. Sembrerebbe un revenge movie virato sull’arty style, poi però entra in scena una mocciosa, la figlia dell’anabolizzato cannibale capo, che Arlen rapisce e poi smarrisce nel Confort. La (non) presenza della piccola, la ricerca di lei basta a stravolgere gli equilibri, a svelare ad Arlen la vera realtà di Confort, dove il guru solo, il rapitore, pasce nel lusso e nel vizio, mentre tutti quanti si arrabbattano come stercorari, inseguendo vaghi desideri lisergici (Find the Dream, recita la segnaletica stradale). Arlen scopre quindi che un altro mondo è possibile, un mondo di mangiatori di carne umana, di freak che, certamente, commettono qualche perdonabile omicidio, scannano qualche preda umana, ma in fondo in fondo conoscono i sentimenti veraci, e sanno cos’è l’ammore.

The Bad Batch è un film tanto improbabile quanto temerario, irritante nella misura in cui denuda le sue ambizioni moraliste, derivative e di grana grossa. Scritte cubitali appaiono ovunque come didascalie esegetiche di un vecchio film muto, il deserto sembra una brughiera di citazioni ed autocitazioni: le inquadrature ambiscono a John Ford, Carpenter e Miller aleggiano maligni, la colonna sonora, surrogato delle voci assenti, è di un’eccessività tarantinoide più che tarantinina. Nonostante ciò, lo sguardo assolato desolato di Amirpour mi piace, il suo indugiare sull’anatomia dei corpi è marcio e morboso. Arlen è uno spirito in shorts gialli, rarefatta e incompleta come un ologramma difettoso, sembra la cuginetta diversamente abile delle Spring Breakers di Harmony Korine, e questa, amici miei, è una parentela gustosa, davvero una parentela gustosa.

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