Spider-Man: Homecoming. Cogli la prima tela!


To rescue and fight. Salvataggi e combattimenti, questo dobbiamo chiedere ai supereroi nostri carissimi. Una funzione d’uso latu sensu genitoriale quindi, ed una squisitamente marziale. Così, semplicemente. Difesa, la nostra, e attacco, il loro, senza soluzione di continuità. Perché non è vero che da un grande potere derivano grandi responsabilità, è vero invece che ad ogni azione consegue una reazione. Spider-Man: Homecoming, di Jon Watts.

L’universo Marvel è in realtà un multiverso, le direzioni non sono rette vettoriali ma traiettorie sghembe e contingenti, predeterminate dal Sistema. Nessun gombloddo, è solo che la parola d’ordine per le Majors è profittevolezza, nella necessità di titillare decisori d’acquisto (figli) e big spenders (papà e mamme) con impulsi sempre nuovi, pur nella sussistenza di un prodotto obsolescente, usato ed abusato. Profittevolezza, nel tempo dove tutto accelera e niente si posa, significa ora semplificazione, al più banalizzazione, tabula rasa di ogni complessità. La tridimensionalità, dei personaggi come delle visioni, ha cessato di essere un valore economico, da ieri o da ier l’altro, lo dicono i panel e i focus group di consumatori e spettatori, lo dice il box office. Serve catturare l’attenzione, nel senso di imprigionarla, per un intervallo di tempo circoscritto ed all’occorrenza ripetibile, o rinnovabile.

Spider-Man: Homecoming questo fa, cattura l’attenzione degli spettatori nel Luglio assolato, come un pallone che improvvidamente scagliato ammara, tra spuma e schizzi, nei pressi dell’ignaro bagnante titubante sul bagnasciuga. Le coordinate per il suo ammaraggio sono tradizione e distinzione, come il motto di una delle qualsiasi (de)formazione di estrema destra. Un Uomo Ragno ridotto geneticamente alla prepubertà, 14 anni o poco più, un super Luis Miguel: lui, un ragazzo di oggi lui, con tutto il mondo davanti a lui, che vive nel sogno di poi. Ha una zia da urlo, vedova?. single?, bona!, nemmeno fosse Edwige nella commedia all’italiana. E’attorniato da un manipolo di compagni di scuola, declinazioni variabili del nerd nella sua accezione più reazionaria: sapientoni, smanettoni, non sconvoltoni. E’oggetto passivo di cotta interracial, prima ancora di esserne soggetto attivo lui medesimo. E’ servo dei suoi poteri forti: poteri da supereroe, estrinsecati in performance atletiche quali il salto improvviso della cancellata scolastica, ma di origine incerta. Non si capisce infatti se alla base ci sia la contaminazione da aracnide o la plusdotazione di optional made by Stark, progettati cioè da Iron Man, colui che non invocato che appare subito, come esercitante la patria potestà sul ragazzo, come una rassicurante marca ombrello su un prodotto sperimentale, embrionale.

Questo Spiderman è infatti così glabro, così in erba da risultare plurimamente subordinato: all’autorità supereroistica appena menzionata, a quella scolastica, a quella ziesca. Costretto in questo triplice recinto selettivamente permeabile, geograficamente rappresentato dal Queens di New York. si dimena freneticamente, smanioso di passare all’azione. Azione di intenti pura, pura e semplice azione, basta che si stia in movimento; che si blocchi un ladro di biciclette, o si salvi un ascensore dall’abisso, fa lo stesso. Un ragazzino iperattivo è Peter Parker, e ipercinetico, che compie il suo noviziato avventuroso su mezzi a locomozione crescente: dalla bicicletta, al camion, all’ascensore, al traghetto, all’aereo. Salva e combatte, combatte e salva, ma non definisce ne è definito: è un supereroe in prova, in stage alla Stark Industries dice lui, un precario precoce, questo lo rende simpatico ma anche gregario, troppi i filtri che gli sono imposti, anche da una tuta che gli parla come un Siri o un navigatore satellitare qualsiasi. Salta di qua e di là su una sceneggiatura folle, audace quanto sdrucita, ma riesce incredibilmente a performare, per merito di un’ottima visione registica. E’ piccolissimo di fronte al nemico, che è un bel nemico, un signor villain, un virtual father in law addirittura, e non è affatto capace di batterlo, perchè i ragazzini ini-ini non battono gli adulti. La sua vittoria, incredibile dictu, non è prevista nel plot, no, questo Spiderman pischello non deve vincere, deve combattere e salvare, ancora e ancora, sempre più velocemente, la sua non è una missione, è un lavoro subordinato,  altro che andare a comandare.

Spider-Man: Homecoming porta a casa il macrorisultato, intrattiene alla grande e incassa da par suo, ma crolla miseramente sui microtraguardi: è superficiale, manicheo, sessuofobo e dimenticabile. Come gli adolescenti di oggi, direte voi. Come chi vuol vederli così rappresentati, dico io.

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