The War – Il Pianeta delle Scimmie, di Matt Reeves. Amate Cesare, lodate il suo nome.


85 chilometri, una via crucis stradale, tra cantieri sempiterni ed una autostrada dove gli autovelox regnano, Calabrian snipers. E’successo davvero, solo qualche giorno fa: io, lei e nostro figlio in viaggio, da Villapiana Lido a Cosenza, per trovare una sola sala, una qualsiasi, che potesse esaudire le nostre brame. Volevamo, dovevamo incontrare un amico, portargli il nostro sostegno in un momento di grave ambasce, rallegrarci con lui dei suoi progressi e discutere a parole, a versi, a segni del mondo che verrà, o che sarebbe venuto. E’ stata dura, ma alla fine ce l’abbiamo fatta, in un cinema unto, bisunto e polveroso lo abbiamo visto, finalmente abbiamo dato a Cesare quel che è di Cesare.

Non contesterò le ragioni di chi pereferisce l’originale o le sue prime derivazioni. Mi interessa invece affermare che il pianeta delle scimmie, così come proposto da Matt Reeves in questo film e nei due precedenti episodi, mi si confa parecchio. Perché supera con un balzo la distopia di partenza e si sforza di produrre allegoria aggiornata, ideologia, intendendo per ideologia una ben definita visione del mio reale. Il reale, chiaramente, è in fieri, è un divenire, ma questo è noto, il tempo è accelerato, non è attuale ma attuabile. L’ideologia vive attraverso il corpo dell’attore, e questa sarebbe una licenza vintage se l’attore fosse un essere umano, invece è il futuribile, perché l’attore è doppiamente non umano, è un uomo che diventa effetto speciale che diventa scimmia. Il doppio passaggio riesce ad essere metempsicosi completa senza reminiscenza, il cuore, i gesti, i pensieri sono credibili in quanto di nuova creatura, l’essere di un futuro immanente. In questo War, la scimmia Cesare porta a compimento il suo percorso di formazione, la sua definitiva  evoluzione, scaturisce dal racconto come mito, reso epopea dal logos. Cesare, il primate che già parlava, già comandava, già aveva una visione, deve qui affrontare la sua discesa agli inferi, deve arrivare a conoscere il suo cuore di tenebra, richiamato in modo palese dall’antitesi del villain che Reeves gli oppone – il Colonello – e dalla follia bellica nella quale si trova ad agire. Non è l’odio, non la sete di vendetta che possono elevarlo, odio e vendetta sono le cicatrici vive sul volto di un doppelganger che affiora nella sua e nella nostra memoria, Kobà il congiurato, amato, odiato, rimosso. Non è l’amore che illumina il suo sentiero, la luce della famiglia o la speranza della progenie. Non è l’appartenenza, l’attaccamento ad una comunità che lui stesso aveva costruito e che in questo atto finale si fa popolo. No.

Il cuore (di tenebra) rivelatore per Cesare è il virus letale del nulla, della vacuità, del vuoto di senso. Cesare si muove come un vecchio cowboy prima, poi come un gladiatore in gabbia, dopo ancora come un soldato, ma l’impressione è che sia mosso dall’esterno, che dentro di lui sia finita, non la forza, ma la volontà. Ecco quindi che lui non agisce ma è agito, il clan lo sostiene, lo sostiene una bimba sconosciuta, lo sostiene l’inaspettata piega degli eventi, con due branchi di umani a guerreggiare mentre le scimmie sono in fuga. Lui, Cesare, non si appropria dei simboli che ancora infettano le vestigia malate, marziali, dell’umanità: la bandiera a stelle e strisce, il crocifisso, le fotografie. E’ lui a farsi simbolo religioso, in tre azioni di valenza cristologica digradante: Cesare è frustato, Cesare è crocifisso, Cesare è trafitto al costato da una freccia. La freccia che lo trafigge è scoccata da una balestra la cui presenza, in un lager ad elevatissimo tasso di armamenti, resta del tutto improbabile, non fosse che serve, appunto, a rendere ascetico il martirio del (non) primate. Ma se questo è vero, se è la scimmia il soggetto della via crucis, allora questa è la blasfemia, la visione sovversiva cui tutti anelavamo: non c’è un Dio, ci sono gli eroi per la sopravvivenza della specie. Specie che qui non ingloba, ma si impone antiteticamente al concetto di razza bianca, spegiativamente eletta: gli uomini bianchi scampati al morbo, i miliziani, sono bianchi, bianco il colore del gorilla Giuda, bianco l’inverno, bianche le divise dei Confederati contro i disertori, bianco l’elemento naturale che monda il mondo in via (quasi) definitiva, bianca la bimba la cui salvezza è una palingenesi beffardamente involutiva.

Il film narra delle eroiche gesta di Cesare, vero, ma esse sono solo un mezzo: Reeves, alla fine del suo tempo, a sacrifici ultimati, parla dell’importanza della memoria, della Storia come suprema esperienza di intelligenza – letteralmente, compresione degli eventi – e di libertà. Il diritto, la facoltà di parola sembra, in conclusione, legittimo appannaggio soltanto per la specie che sa testimoniare ed innalzare al suo cielo la sua propria memoria. Questo è quanto Cesare mi lascia, e di cui ringrazio lui e Reeves.

Con rigore intellettuale, con estrema laicità devo però ammettere che questo War zoppica in più punti: alcuni personaggi sono, più che grotteschi, improponibili, infelici strizzzate d’occhio ad un target di spettatori il più possibile vasto, crossgenerazionale e troppo aduso al macchiettismo ed allo smorzamento dei toni. Non mi è piaciuta la scimmia tarzanica transfuga dallo zoo, non la bambina contagiata che testimonierebe di una nuova umanità possibile. Alcuni salti logici, inoltre, gridano vendetta, e solo la mia amicizia con Cesare mi ha permesso di soprassedere. Resta in ogni caso la potenza di una visione alternativa ed efficacissima, tra le vette del nuovo millennio insieme al Fury Road di George Miller. New Millenial Epic, that’s what we need.

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