Monolith, di Ivan Silvestrini. Attenzione, bimbo a bordo!


Un’autovettura fuoriserie, realmente costruita negli studios americani, il suo nome kubrickiano a figurare audacemente nel titolo, roba che da queste parti non si era mai vista e pensata. Avrebbe potuto essere l’evento cinematografico dell’anno, l’occasione per celebrare l’unità di intenti delle fabbriche di creatività autarchica, e invece no. Monolith, diretto da Ivan Silvestrini, esce nella sale italiane in pieno agosto, e pace all’anima sua.

Ignoti i motivi, di certo un progetto così high concept meritava miglior fortuna: Sky Cinema a finanziare, la giovane Lock and Valentine a produrre, Vision Distribution a curare il marketing, con un’originale campagna di lancio su Quattroruote. Il film nasce parallelamente al fumetto omonimo edito da Bonelli: a detta dei disegnatori, che ne sono sceneggiatori, film e fumetto sono due differenti derivazioni da una medesima idea di Roberto Recchioni. La storia: mamma giovane, ex pop star piena di ansie e rimpianti, scorrazza in California su una supercar ipertecnologica ipersicura, in compagnia del baby figlio, in assenza del marito progettista e presunto fedifrago. Un incauto detour la porta nel mezzo del deserto, dove, sciamanicamente, investe un cervo. Lei scende dall’auto, il bimbo resta bloccato dentro dai congegni di sicurezza che lui stesso attiva, inconscio nativo digitale qual è. Da lì in poi l’abisso, è tutto un prodigarsi della donna per fare breccia in quel mortale utero meccanico.

All’inizio, Monolith sembra una variazione del multiverso di Black Mirror, con mamma e figlio a dialogare con Lilith, l’assistente vocale di guida, un misto tra Hal 9000, Siri Android e Kitt di Supercar. La tecnologia però non è il nemico, è solo il viatico per uno one woman show, un survival in cui la donna è costretta a salvarsi scendendo dentro se stessa,  liberandosi della memoria tossica – suggellata da sigarette, spinello e alcool avidamente consumati –  di una vita che non le appartiene più, per trasformarsi in una erinni salvatrice. Il percorso, dicevamo, è sciamanico: contano gli incontri con gli animali (c’è il cervo, c’è il lupo, c’è il bimbo in tuta da orsetto), contano gli utensili, contano le allucinazioni indotte dal sole e dalle droghe leggere. Il non luogo per antonomasia, il deserto californiano dove i massici rocciosi sono monoliti, è contrapposto a veicoli parossisticamente condannati all’immobilità  – l’automobile inespugnabile, l’aereo abbandonato – , che cambiano pertanto la loro funzione d’uso, da mezzi di locomozione diventano posti in cui stare/vivere/morire.

I simbolismi abbondano, anche nel twist finale che non riveliamo, e non saturano un film ben girato, ben pensato, ottimamente interpretato dalla bella Katrina Bowden. Circa l’atmosfera di immanente, perniciosissima umana vulnerabilità, Monolith richiama alcune film di (dis)avventure acquatiche recenti, Open Waters ad esempio, è questa è una suggestione che ne fa una piccola gemma. Non bastasse, proietta nel cinema di genere una delle più grandi psicosi italiane degli ultimi anni: l’abbandono di bimbi in auto, con conseguenze drammatiche, da parte di genitori colti da improvvise, inspiegabili amnesie.  Missione compiuta allora, Monolith è una pietra miliare tra le visioni del 2017.

[anche su nocturno.it]

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