Civiltà Perduta: Gray ha visto la luce. Naturale.


Parlare di cinema è reazionario. Ci si stringe attorno ad alcuni consolidati luoghi comuni, intendo, luoghi della memoria visiva, comuni  perché condivisi dall’universo mondo. Difficile trovare qualcuno, sedicente o riconosciuto esperto cinefilo, che osi mettere in discussione i totem, i mostri sacri della settima arte. L’idolatria, l’ammirazione senza ritegno è motivata da ragioni tecniche e narrative, tanto che la critica all’ordine costituito suona come uno scherzo più che una bestemmia, l’opera gigiona di un troll che decide di infestare l’aria con i miasmi del suo metabolismo intellettuale. Domande come: si può dire che Quarto Potere non mi è piaciuto?, sI può dire che Kubrick è noioso?, si può dire che Kurosawa non sapeva girare?, trovano spazio esiguo su alcune polverose bacheche di cinereplicanti deteriori, domande seppellite da meritate e ricercate valanghe di insulti, lapidazioni a mezzo smartphone. Il classico è legge, il classico è verbo. Io lo so, e lo condivido. Lo sa anche James Gray. The Lost City of Z.

Approccio il film con curiosità, mi stuzzica questo alone di deferenza ammirata che circonda tutte le opere di Gray.  La visione apparecchiata è in lingua originale, unica soluzione possibile per comprendere un racconto che narra dell’orgoglio e della decadenza di una nazione. Di un impero si può dire, perché qui è in ballo l’Inghilterra a cavallo della Grande Guerra, quando gli equilibri mondiali prendevano nuove innaturali inclinazioni monetariste, ed altre superpotenze imperialiste cominciavano a sbriciolare il colonialismo tradizionale britannico. Da subito, nel corso della visione, concentro occhi e orecchie sul titano protagonista, Percy Fawcett, interpretato da Charlie Hunnam. Mi stuisco che in quel ruolo non ci sia Tom Hardy: Tom è l’Inghilterra come io la vedo e la percepisco, la belva cieca furiosa al guinzaglio della Regina, l’istinto omicida represso dalle sbornie e da mille costrizioni sociali. Il riferimento a Tom, del tutto soggettivo, è acuito dalle scelte di Gray, che gira in luce naturale gli interni ed i tantissimi esterni ambientali, penso al Revenant di Inarritu, che il dio del cinema abbia pietà di me. Lo stile, in questo film conta lo stile, la luce naturale come marchio per classicizzare l’opera, più dei costumi e dei dialoghi.

E’ nella luce che va percepita la rappresentazione della decadenza, della fine di un’era, è la luce la sottila linea rossa che unisce le vicende del protagonista. Lui Hunnam Fawcett, è un Ulisse bipolare, ritorna sempre a casa, ma lo fa per ripartire. Il suo è un nostos atipico, un eterna ripartenza, una partenza ripetuta. Il nostos, che diventa loop, circolo vizioso che si ripete e continuamente si alimenta. Nell’alternanza, irrisolta ma cadenzata, tra origine e destinazione, Gray ci vede il trascendente, lo ha detto lui stesso, l’uomo che ama la famiglia ma ne fugge, cerca la civilità perduta senza requie e senza speme, fino all’esiziale: qui è lo iato della visione. La componente materica, il crepuscolo britannico, ha una massa critica troppo fisica, pare incapace di diventare metafisica. Mai l’individuo sembra liberarsi della sua funzione d’uso, egli è padre, marito, militare, esploratore, mai cane sciolto, monade impazzita, non è capace di assurgere e deviare dai suoi passi. Gray gli ha costruito un percorso obbligato, che ha un inizio ed una fine, così antropocentrico da sembrare una camicia di forza. Tutto è bidimensionale attorno a lui: la famiglia, il green inferno del Sud America, i compagni di viaggio, i commilitoni di trincea, i selvaggi buoni e meno buoni. Solo in un momento, uno soltanto, si percepisce un detour, la possibilità di una deviazione, ed è nella concitata ed urlata disputa presso la Società Geografica, riunita in seduta plenaria, per discutere di missioni obiettivi e fondi: la rappresentazione si fa teatrale più che filmica, la narrazione si fa centripeta. Quel momento resta tuttavia come avulso dal contesto, lo spettacolo deve continuare, e lo fa sempre, fino al parossismo, con gli occhi malinconici ed inquieti di Fawcett, lo spettatore vede solo quello che lui vuole vedere, anche quando è bendato.

Faulkner diceva, su per giù, che i personaggi dei romanzi sono dei poveri prigionieri, costretti per sempre alla coerenza, proni ai valori o ai disvalori per i quali sono stati pensati e scritti. é la dittatura dell’autore, e mi viene in mente pensando a Gray, e guardando questo film come altri suoi precedenti: guardo la costrizione, la percepisco, la visione resta altra da me. Laicamente, tuttavia, ammetto che The Lost city of Z è ottimo cinema, e ravviso la trascendenza nelle intenzioni dell’autore, più che nella resa della sua opera.

 

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