L’isola degli uomini pesce, di Sergio Martino


Germinale. Ci sia consentito usare ancora l’aggettivo, abusato ma non troppo, in relazione a questo film, perché da una piccola storia ne sono scaturite infinite altre, qualcuna delle quali andiamo a eviscerare. C’è il titolo, L’Isola degli Uomini Pesce, che non ha trovato requie, mutando secondo i capricci della distribuzione ed il mercato di riferimento. Cioè, L’Isola degli Uomini Pesce (1979) valeva per la distribuzione italiana; per l’autore, in patria, sarebbe stato L’Isola del Dio Vulcano. Island of Fishmen per gli Inglesi, con gli Spagnoli e i Francesi ad allinearsi, ma in Albione valeva anche Island of Mutation, poi eccoli là, i Crucchi, con l’Isola dei Nuovi Mostri, per finire con la proverbiale creatività yankee, Something Waits in The Dark – simile a millanta titoli di film horror degli ultimi 40 anni, alla faccia del marketing -, e, udite udite, Screamers! Che poi sarebbe stato più corretto chiamarlo Scream Her, perché ad urlare è solo una, la protagonista Barbara Bach: quasi ininterrottamente nei primi 12 minuti di film, poi digradando in corso d’opera.

Quei 12 minuti inziali sono essi stessi un’altra storia interessante, perché apocrifi, asseritamente girati dal Maestro Roger Corman per la versione del film uscita negli USA. O ri-uscita, a seguito di bassi incassi e grosse dispute distributive. Corman, ad onor del vero, aleggiava come un satanasso sull’idea stessa alla base dell’opera: come non pensare a Corman al cospetto di una produzione così avventurosamente cinefila, nel senso di anacronistica ed evocativa, ma al contempo scalcagnata e sconnessa? Si parte quindi: 1891, somewhere in the Caribbean Sea. Una spedizione lobbistico-scientifica naufraga su un’isola, i superstiti vengono falcidiati da manone unghiute e deformi, una sola, la bellissima Amanda, pare salvarsi. Flash forward, si passa al naufragio di una galera, si salvano 3 galeotti ed il medico di bordo, accolti sull’isola da un sedicente lord paraguru con velleità da despota assoluto. Costui, Joseph Cotten, tiene sotto il gioco la bella di cui sopra, ed intrattiene proficue relazioni di potere con una sacerdotessa voodoo, Shakira si chiama, abile a zombificare i mandingos locali. Il piano del tiranno è di appropriarsi del tesoro del Continente sommerso – Atlantis, il nome dell’isola –, per farlo usa alcuni indigeni mutati in orripilanti anfibi, tanti Mostri della Laguna Nera che si immergono e recuperano monili e manufatti, in cambio di una droga chimica che viene loro somministrata dalla solita bellona. Si scopre che il responsabile delle mutazioni è il padre segregato della stessa Amanda, scienziato alla Stuart Gordon, che viene ucciso dal duce all’apice della sua avidità.

La situazione volge al peggio, quando d’un tratto, fulminea come un’eiaculazione precoce, comincia l’eruzione del vulcano dell’isola: nella foga della fuga Amanda ed il medico scoprono che tra loro è questione di feeling e si coalizzano contro l’oppressore, ma nulla potrebbero senza la rivolta dei mutati, che concorrono ad annientarlo, poi…Big Bang! Fine, e lui e lei, happily ever after, su una zattera improvvisata ad aspettare i soccorsi. Scorrono i titoli di coda, la sensazione di deja vu è palpabile come una schifosa mucosa verde: tra zombie e voodoo, si pensa al White Zombie del 1932, forse ci ha pensato anche un altro cinearcheologo, Joe Dante, che compare come produttore esecutivo nella versione cormaniana del film, Bizzarria per bizzarria, tra i mutanti dell’isola è mutata pure la colonna sonora, con inserti del 1981 firmati Sandy Berman sul tema originale di Luciano Michelini. Fuori di aneddotica, L’Isola degli Uomini Pesce, secondo capitolo della trilogia martiniana dell’avventura (dopo La Montagna del Dio Cannibale e prima de Il Fiume del Grande Caimano) si connota per la maestria delle scene girate in subacquea, con i costumi dei mostri che sono capolavori sartoriali, dei veri scafandri contenenti pure bombole e respiratori. Martino piazza una stoccata vincente con la suggestione visuale, sublime, del batiscafo, tutto oblo e bulloni e carrucole, che sale e scende negli abissi come fosse una macchina del tempo attraverso i racconti d’avventura. Quanto alla scena yuzniana di cui si favoleggia da più fonti, con un cadavere rivoltato da dentro a fuori in favore di macchina da presa, nulla è dato vedere, se ne conosce l’esistenza ma si ignora se ve ne siano tracce in qualche montaggio provvisorio. Sceneggiatura, zoppa, di Frugoni-Donati-S.Martino, scenografia di Massimo Antonello Geleng, che costruisce in mezzo al nulla una magione bilivello con annessi servizi e laboratori segreti, allegoria in muratura dell’intera isola, che vive tra la sommità del vulcano, la foresta semprevergine, gli antri infernali e la liquida profondità del mondo sommerso.

L’Isola è imperdibile – anche in assenza di ostensione di seni –, a differenza del seguito, o del reboot, La Regina degli Uomini Pesce, che sposta l’azione in un futuro apocalittico e postatomico, rivelando involontariamente la metafora che sottendeva il delirio di potere del pesronaggio di Cotten e l’eruzione del vulcano. Girato da Martino nel 1995, La Regina degli Uomini Pesce restò invisibile fino al 2008, quando fu trasmesso su Iris e poi su Italia 1, con Ramona Badescu indegna nelle vesti che furono della Koch.

[anche in Tutti i Colori del Nero, guida al cinema giallo e fantastico di Sergio martino, Nocturno n.175 in edicola]

 

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