La montagna del dio cannibale, di Sergio Martino


Pensiamo al 1978 come all’anno tombale di un’epoca oscurantista, appena rischiarata dagli abbaglianti di una Giulietta Alfa Romeo, invece no. Nel 1978 usciva nella sale italiane La Montagna del Dio Cannibale, di Sergio Martino. Il pubblico nostrano lo accolse tiepidamente, l’incasso fu dignitoso ma non entusiasmante, alla fine dell’anno risultò 78mo al box office, in una classifica dominata da Grease con 8 miliardi di vecchie lire. Qui sorge il primo dilemma, perché Marco Giusti, in una pubblicazione Stracult, parla di un incasso di un miliardo e mezzo di lire per La Montagna, il che non sembra attendibile proporzionalmente al posto in graduatoria: mistero. Forte di un cast internazionale, il film fu ben distribuito ed apprezzato anche all’estero, con il suo titolo originale o con la variante Slave of the Cannibal God, ad evidenziarne l’indole pruriginosa.

C’è che quest’opera di Martino, a dispetto dell’antropofagia esibita, non è né carne né pesce, è un gran bollito di generi e spunti con guizzi di autentica naïveté visionaria. A dispetto dell’inquadramento postumo nel filone italico dei cannibal movie, Martino dichiarò di essersi ispirato a Le Nevi del Kilimangiaro, quindi ad un grande film di avventura con riferimenti classici. Ci sono degli occidentali biondi, biondissimi, ariani persino, che partono alla pretestuosa ricerca di un uomo, in realtà cercano la ricchezza dell’uranio (o un MacGuffin qualsiasi) e si addentrano in una giungla misteriosa, una giungla verde, un green inferno, passando attraverso mille peripezie. La spedizione è a sangue misto, indigeni assortiti accompagnano i nostri (anti)eroi, ma questi nativi sono destinati a morte certa, traumatica anziché accidentale, tanto che, mutuando un motto antisbirro molto in voga nel 1978, verrebbe da dire che un indigeno buono è un indigeno morto. Non è comunque il caso di affondare la lama, non c’è fascismo latente, al più colonialismo rinculante.

Per la sceneggiatura, Martino si avvale di Roberto Frugoni, già uncredited per Cani Arrabbiati di Bava e poi collaboratore di Luciano Martino e Tonino Cervi. Seguendo Lo Spunto de Le Nevi del Kilimagiaro, Frugoni imbastisce una storia semplice, un tantino claudicante, incentrata su una moglie totemica che deve affrancarsi dai legami di sangue (un fratello vizioso ed odiosissimo), di affari e di matrimonio, per arrivare ad una palingenesi dolorosa quanto salvifica. Ciò che conta è l’anabasi, il percorso di ascensione alla montagna, collocata in una Nuova Guinea immaginaria: La troupe di Martino, poche risorse, tanto mestiere e tantissimo pragmatismo, si trovò a girare in tempi critici ed in condizioni estreme, tra Sri Lanka e Borneo. Un ambiente ostile, reso visivamente da inquadrature di animali esotici perniciosissimi, con l’orrore impresso negli asettici occhi da rettile. Memorabile è la scena in cui un pitone divora una scimmietta dopo averla proditoriamente aggredita: va tutto in scena, le fauci del rettile che si stringono inesorabili al cranio del primate, le zampe di questo che lottano sempre più debolmente, la stasi finale. Caccia costruita mettendo insieme per forza, in favore di macchina da presa, un predatore ed una preda, scena da snuff, politicamente scorretta nondimeno deflagrante. Un lampo che ravviva la prima metà del film, per il resto preparatorio, perché il vero inizio è al minuto 41, quando, al calor di una capanna, appare agli spettatori frementi un seno florido, naturale, arcadico. Appartiene ad Ursula Andress, la Bond(age) Girl, ed è meritatamente il più grande motivo di richiamo, nazionale d internazionale. Dopo l’ostensione di cotali mammelle il film cambia verso, si accende in un crescendo di nudità e priapismo, titilla l’appetito fino all’atteso, agognato, orrido banchetto. I cannibali catturano i tre superstiti esploratori. Uno, il fratello di Ursula, vene subito ucciso e cotto e mangiato, lei invece viene riconosciuta dai cannibali grazie ad una foto in mano al marito defunto crocifisso, adorato e saponificato. I primitivi decidono allora di farne la loro dea delle poppe, le danno in pasto un trancio eucaristico di fratello e la legano ai pali – non la impalano, Martino non è mica Deodato –, guest star di un baccanale clamoroso, con scene di ingroppamento uomo-donna e uomo-scrofa, fino allo zoom ginecologico e tricologico su una straordinaria masturbazione femminile. Il corpo di Ursula, morbido, umido, scatena voglie bipartisan, ne fa le spese un cannibale tentato stupratore, colto sul fatto ed evirato in pen che non si dica.

Malgrado tutto, malgrado la dea nuda e avida meriti sorte infausta, Martino le riserva un’imprevista salvezza, per mano del terzo esploratore catturato, puro di spirito, lancillotto nell’animo,  il quale riuscirà ad uccidere un nano indio, a sciogliere i suoi ed i lei legacci ed a condurla in salvo tra le acque rutilanti di un torrente, in groppa ad un grosso, allusivo tronco di sequoia. Musiche dei fratelli De Angelis, aka Oliver Onions, e gran lavoro di scenografia di Massimo Antonello Geleng, già collaboratore di Fellini, che sta al cinema italiano come Greg Nicotero sta a quello americano. La Montagna del Dio Cannibale non è diamante, non è oro, ma buon argento sì.

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[anche in Tutti i Colori del Nero, guida al cinema giallo e fantastico di Sergio Martino, Nocturno n.175 in edicola]

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