El Bar. Ci meritiamo de la Iglesia, ancora e per sempre.


Tanto tanto tempo fa, nel 2002, un gruppo di sedicenti terroristi sedicenti ceceni assaltò il teatro Dubrovka, prendendo in ostaggio 850 spettatori. Il sequestro durò 3 giorni e finì in un massacro, con tutti i sedicenti terroristi, più una grossa parte degli ostaggi, uccisi da una miscela di gas nervino, fentanyl e un altro misterioso agente chimico, un cocktail somministrato dalle forze speciali russe nel sistema di areazione dello stabile. Il premier Putin si dichiarò all’oscuro di tutto e la stampa internazionale, più o meno prona, lo assecondò nell’opera di rimozione e cancellazione della memoria. Lo fece anche con Beslan, poco tempo dopo, ma questa è un’altra triste storia. Io mi ricordavo del Teatro Dubrovka, voi?  Non temete, se soffrite di amnesia, o di amnistia, il rimedio c’è, si chiama Alex De La Iglesia, che cita quella strage di Stato nel suo ultimo, strepitoso film, El Bar.

Siamo dicotomici e militanti, faziosi senza tema, e Alex è sangue del nostro sangue. Dopo tanto peregrinare, in giro attraverso la Storia, i Continenti, i mass media, Alex non è ancora stanco, si mette a camminare di buon’ora nel centro di Madrid e porta i suoi personaggi a far colazione in un bar. Un luogo per definizione aperto al pubblico, che diventa teatro delle vicende a seguire. Teatro, come il Dubrovka. Dal bancone, dai tavoli, avventori e personale servente assistono – spettatori loro malgrado – al massacro di due di loro, colpevoli solo di essere usciti in strada. Il pericolo è fuori quindi, la minaccia di un cecchino parrebbe, solo che la tv nel bar/teatro non trasmette il tempo reale, le solite soap scorrono senza interruzione. L’improvvisa segregazione costringe gli astanti ad organizzarsi, meglio, a cercare invano di organizzare una resistenza, perchè ovviamente ognuno pensa per sé, violenza e prepotenza e prevaricazione sono le modalità della relazione sociale.

Tra tutti, il più subdolo sembra un hipster barbuto, uguale a quei millanta bambascioni barbascioni che spuntano in ogni dove perché così è la moda: costui, pubblicitario rampante, occulta borsa e PC per fini professionali, convinto che ad essere vincente sia la segretezza, non la trasparenza. Equivoci e percosse, strategie e contestazioni e secessioni, poi i reclusi scoprono che la minaccia è dentro e non fuori, ha le adipose sformate fattezze di un panzone che muore al loro cospetto, ricoperto di orride pustole. La paura si trasforma, il virus è il babau, non il terrorismo, quindi i forti – intatti, perché non hanno toccato il morto -, costringono i deboli – tocca a chi ha toccato – alla ulteriore segregazione nella cantina, cadavere incluso.

Ambiente ristretto, gruppo ristretto, stesse dinamiche di sopraffazione. Anche la strada verso la fuga si restringe, un blitz incendiario delle forze dell’ordine azzera il bar in superficie, restano le fogne, solo un tombino per scivolarci dentro, stretto come un buco di culo, e una volta deiettati lì, tanta acqua merdosa, e gallerie, e topi. L’homo homini lupus è tema caro ad Alex, che lo ha già sviscerato nel multilevel di un condominio o di un centro commerciale, ma la riflessione cinica diventa in El Bar sconsolata e desolante, perché la cloaca sembra il non plus infra dello scontro sociale. Non più lotta di classe, o di generazione, o di potere, ma lotta per la sopravvivenza, 5 persone a contendersi 4 dosi di antidoto. Non esiste antidoto, nel senso che è un pretesto, si combatte da primati per il primato, morte chiama morte e follia chiama follia. Esemplare è la parabola degradante del mendicante, reietto della società e a prima vista (visione) suscettibile di misericordia, che si trasforma in un villain fanatico, psicopatico e nichilista come fosse un capitalista finanziario. Grazie alla lordura di pensieri e azioni di costui, il film – una “commedia del terrore”, a detta di Alex – compie la sua mutazione definitiva, immerso negli inferi del genere diventa uno slasher, necessitando quindi di una final girl come si deve, o come si dovrebbe. E no, amici miei, lei c’è, ma purtroppo non è Carolina Bang, la musa-moglie, la Sheri Moon di Alex; è altra attrice di buona avvenenza, consegnata alla nostra feticistica memoria allorquando si cosparge di lube per discendere dalla cantina alle fogne, mal coperta da un bizzoso baby doll. Lei è il cinema che vive e sopravvive, in questo ubiquo teatro dell’orrido, lei è la final girl, oppure è la mantide, la femme fatal per un’umanità che anela e merita solo oblio.

Oblio, come quello che è toccato alla storia del Dubrovka. Sia lodato De La Iglesia, sempre sia lodato.

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