Valerian e la Città dei Mille Pianeti. Luc in the sky with diamonds


Crack! Flop! Crash! Sboom! Sigh! Sob! Sniff!  Leggete le critiche, quelle americane soprattutto. Un delirio di onomatopee, tentativi stentati di condensare il dissenso, anzi, il ribrezzo, nella parola scritta. Una caciara canagliesca, un rumoraccio di fondo per allontanare grandi e piccini, per uccidere la curiosità quando ancora è in embrione. Uno strepitare così convincente, da costringere pure l’icaresco regista a tapparsi le orecchie e a rivolgere il suo sguardo al suolo. Valerian e la città dei mille pianeti, di Luc Besson.

Che roboava, eccome se roboava, sin dalle fasi di progettazione. L’indie film più costoso della storia del cinema, definizione non mia, dove per indie, curiosamente, si intende ciò che è allogeno agli Usa e ciò che non dipende da major, come se le major, per natura intrinseca multinazionali, limitino invece la propria egemonia entro le coste del Nord America. 200 milioni di dollari dunque per questo indie film, che porta sullo schermo storie tratte da fumetti francesi di culto e datati, credo 1967 o giù di lì. Valerian nasce come trasposizione cinematografica di un immaginario vecchio di 50 anni. Il che non è un difetto, se si pensa allo smarrimento delle visioni futuribili che sarebbe avvenuta anni dopo, conseguente ala perdita di futuri possibili, a sua volta determinata da alcuni eventi storici di peso, come ad esempio il crollo del muro di Berlino, il crollo delle Torri Gemelle, il crollo della Borsa, e via crollando. Nel 1967 invece l’immaginazione era un valore assoluto, e i Francesi ci davano dentro da par loro. Besson se ne è ricordato e si è messo all’opera, alcuni hanno detto che sul set – quello reale, quello virtuale – sembrava Michael Cimino con la tuta da astronauta, gonfio di cupio dissolvi, orgoglioso di dirigere il suo personale I Cancelli dei Cieli. Bando alle ciance, prendo posto in sala, mi accomopagna D., mio figlio di 7 anni: il rating di Valerian è boh per l’Italia, PG-13 per gli USA, dove scrivono che il film contiene scene di sesso implicito, di violenza esplicita e più di un riferimento al meretricio. Che sarà mai, per infanti che crescono a facezie da basso gangsta rap?

Valerian comincia, incipit, CGI. Ho la prima allucinazione, guardo la spiaggia di questa meravigliosa Shangri-La, popolata da creature asessuate, o plurisessuali, e mi si spalanca nella mente il baratro di Dunkirk, un’altra spiaggia, un altro nulla, la tragedia incombente. E tragedia, infatti, è. Il conflitto, il caos come generatore di eventi, come moltiplicatore di visioni. Due sono i vettori che Besson sceglie per tirarmi dietro di lui, un ragazzetto ed una ragazzetta, bellissima lei, belloccio lui, ma, soprattutto, impertinenti, temerari, minimalisticamente audaci. Un’audacia introflessa, che strizza l’occhio al narcisismo, alla seduzione, e ignora epica e titanismo. C’è, in questi protagonisti bessoniani, un affrancamento dalla emo culture che ancora pervade le grandi produzioni giovanilistiche attuali . vedasi gli ultimi Star Wars, o Hunger Games -, un recupero della leggerezza della gioventù, libera da colpa e da sofferenza. I due collaborano, coesistono, si cercano, si amano, evolvono nel carattere e nei sentimenti: la crescita avviene per addizione, invece che per privazione, e ciò è sovversivo rispetto ai bildungsroman filmici degli ultimi anni. Attorno a loro tutto scorre: vortici di mondi, di dimensioni spaziotemporali, di scenari, di specie, di personaggi. Il movimento è continuo, pare impossibile che gli occhi riescano a contenerlo tutto, ma il risultato è un magma di visioni perfettamente memorizzabili, lampi che restano impressi sulla retina e generano beneficio a rilascio prolungato. Il titolo del film impone di non focalizare l’attenzione solo sul protagonista umano, ma sulla concezione di questa fantomatica città dei mille pianeti.

Con grande sorpresa – mia, che ignoravo il materiale fumettistico di provenienza – la città non è un agglomerato di edifici irti come pinnacoli, proiezione dickiana delle megalopoli americane, e non rispecchia l’usuale suddivisione verticale del censo e degli stati sociali, con i più ricchi su ed i più poveri giù, No, la citta dei mille pianeti è un grappolo, un coagulo provvisorio e perennemente cangiante di popoli e architetture, senza capo né coda, dove ogni luogo è agli antipodi di se stesso, dove l’oceano più che sommerso è sotterraneo. Proiezione di un universo in cui le dimensioni coesistono, un brodo avanguardistico, rappresentabile da differenti punti di vista e di visore 3D. Questo spazio, questi mondi sembrano governati da un liberismo cosmico, da un mercantilismo estremo garantito da truppe di miliziani ariani. C’è dell’ideologico in tutto ciò, ma anche del contraddittorio, perchè se è vero che i due ragazzi rompono le regole e si cercano per amore, è pur vero che il colore bianco regna, domina trame e sottotrame, lasciando agli altri colori ed alle altre razze – umane e non – ruoli di assoluto gregariato. E’ un paradosso, incarnato dai 10 minuti in cui Valerian smette di essere film e diventa culto: la perfformance di Rihanna, glampod da sogno, che si cimenta in una pole dance metamorfica, rappresentando progressivamente il pantheon dei sogni erotici maschili. Una parodia della mercificazione femminile, che diventa lezioncina moralista quando la stessa sexy lady, congenitamente schiava, in punto di morte recita parole ruffiane di desolazione e rimprovero alle genti libere (gli Occidentali?).

Si potrebbe pensare quindi ad una sorta di neocolonialismo paternalista, ed anche sciovinista, da parte di Besson, ma alla resa dei conti si scopre che questo non è importante, perchè non gli preme rappresentare una guerra dei mondi, quanto, piuttosto, le vicissitudini astrali di una love story: Besson cerca l’intimismo dei due cuori e una navicella, abbozzando solo visioni cruente negli scontri tra umani, inscenando nel dettaglio la morte per squartamento solo quando, a morire, sono creature videoludiche, come in un videogame. L’assenza della morte, il flirt, i colori fluo, i colori pastello, le playlist, le canzoni vintage. Ce n’è abbastanza per fare di Valerian una visione entusiasmante per un target di bambinoni cresciuti male (me medesimo), di adolescenti, di preadolescenti e di prepreadolescenti. Ce n’è abbastanza, insomma, per giocare sullo stesso terreno dei Guardiani della Galassia, solo che molti marveliosi  non lo capiscono e continueranno a non capirlo, assordati dalle onomatopee di cui all’inizio. Il botteghino italiano, una volta tanto, sembra mostrare maturità, ed il passaparola della rete sembra risucire a contrastare la disinformatia. Vi diranno che Valerian è sgangherato, caotico, eccessivo, sfilacciato: credeteci, sono questi i motivi per cui vi piacerà da impazzire.

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...