Mother! Credo in un solo Darren, (D)io onnipotente.


La creazione è un atto di fede. La creatività, un atto di ingegno. La distruzione, un atto di volontà. Mi ritorna in mente la lectio magistralis di Drew Barrymore as a teacher, in quel di Donnie Darko: brandendo i Destructors di Graham Greene, enunciava che la distruzione è un atto creativo. Ecco allora che si compone una nuova santissima trinità, o una trimurti, tutta fuoco e sangue, e stupore e tremori. Creazione, creatività, distruzione. Mother!, di Darren Aronofsky.

Il punto esclamativo nel titolo, quello che era stato negato a Get Out da una produzione orba e poco colta, viene invece consentito a Darren. Un segno di interpunzione che richiama una specifica tradizione: il cinema grindhouse, gli horror di serie b. Per inciso, in un cinema grindhouse e in quanto horror di serie b vide la luce Eraserhead di Lynch, ma quelli erano altri tempi, altri mondi ed altri gusti. All’oggi si può ben dire che sono cresciuti gli schermi e si sono rimpicciolite le visioni, nell’infinita potenziale policromia c’è poco spazio per i colori più vivi, il rosso sangue, il rosso fuoco, il rosa carne, così accade pure per i suoni, ovatta al posto del fragore, con l’eccezione di qualche palloncino scoppiato per tenere sveglio il cinespettatore, così, a mò di jump scare. Un compromesso tra chi vende il prodotto e chi lo guarda, avallato da chi giudica o pretende di giudicare. Una pax filmica, mandata allegramente in vacca da Darren Aronofsky, uno che ha mille idee, ma strane e diffuse. Qui Darren si nasconde dietro la pazzia dei suoi top players: c’è Bardem, il morto vivente Salazar dei Pirati dei Caraibi, ma anche il santero furioso, indimenticabile, di Perdita Durango. Jennifer Lawrence, amazzone puerile in Hunger Games, che è versatile ed anche privatamente eccessiva, se mi è consentito ammettere di averne guardato le fotoleaks. Ed Harris, un mostro (sacro) del cinema. Michelle Pfeiffer, virago vittoriosa e mai più vittima sacrificale.

Tutti dentro una casa che non è posseduta, è un microcosmo, quindi, coerentemente, un macrocaos. Pulsa, respira, sanguina, feconda, si ingravida. Contiene, soprattutto: tutta la Bibbia a prima vista, dal Vecchio al Nuovo Testamento, da Caino e Abele all’Immacolata Concezione, dalle fiamme dell’Inferno al miracolo dell’Eucaristia. Solo che è una Bibbia pagana, pare scritta da Mel Gibson, perché il filo conduttore non sembra essere l’allegoria, o gli oscuri significati dietro ogni minima metafora. Il filo è la rappresentazione carnascialesca, nei limiti della casa ma fuori dai limiti del senso comune. Mother! Sarebbe un home invasion che diventa un woman invasion, la donna è il fano selettivamente permeabile che viene violato ad ondate progressive. It’s just an intrusion. Uno tsunami che monta, preceduto ed accompagnato da suoni tellurici, che spalanca le porte (di casa) al delirio. Una rissa mortale tra consanguinei, processioni di adoratori del Verbo, cerimonie sataniche, tumulti di piazza in sala mensa, esecuzioni sommarie in anticamera, cecchini, colpi di mortaio, virus, contagio, fuoco che distrugge, fuoco che crea. Follia, come un uovo di cristallo estratto da un cuore pulsante.

 

Mentre si fa fatica a comprendere tutto ciò che è rappresentato, l’ossimoro tra l’intimità del privato e l’oscenità del pubblico si dilata a dismisura, esplode in millanta bachi del sistema: capita che qualche sconosciuto imbianchi casa mentre altri la distruggono, o che qualcuno muri l’ingresso ad una stanza con chiodi e martello, mentre dei vicini invadenti invasori fanno sesso in un’alcova improvvisata. La cifra di questa rappresentazione, coerente con il macrocaos rappresentato, è l’imprevedibilità: i miei occhi hanno compreso a stento, incapaci di  associare una reazione a ciascuna azione. E questa, per rimanere in tema, è cosa buona e giusta, la cosa più buona e più giusta che il cinema possa fare per me: stordirmi, annichilirmi, essere dio come Bardem, il dio del mio mondo. A caldo, quando ancora il fuoco di Jennifer Lawrence bruciava, ho scritto: sono stravolto, non comprendo e non contemplo reazioni diverse dalla commozione, dallo stupore, dall’ammirazione. Mother! è un film unico, insperato. è un delirio, è il flusso della mia incoscienza offerto in comunione e condivisione a chiunque lo guardi. Fuori i mercanti dal tempio, quegli stessi mercanti che guardarono una piovra congiungersi con una donna, e gridarono al miracolo della settima arte, ed oggi sono ciechi davanti a quello che Darren Aronofsky ha fatto accadere.

Visioni oniriche, immagini eretiche.

Corpi esibiti, dilaniati, divorati.

Spari, botte che spezzano le ossa.

Lacrime, amori impossibili.

Risate liberatorie, risate iconoclaste.

Sia lodato il dio del cinema, sempre sia lodato.

 

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