Nico, 1988 di Susanna Nicchiarelli. A Glitter Sweet Symphony.


Un  film vive negli occhi di chi lo guarda. Se questo è vero, il film ha la nazionalità, la lingua, le emozioni di chi lo guarda. Non esistono pertanto dicotomie tra film nazionali e film stranieri, l’immaginario dello spettatore è cosmopolita e non conosce confini. Questa è la mia professione di fede. Confesso tuttavia che mi approccio al cinema italiano con curiosità morbosa, lo guardo come guarderei un feto deforme conservato sotto vetro in formaldeide. A volte prevale l’orrore, altre la meraviglia. Nico 1988, di Susanna Nicchiarelli.

Regista che credevo di non conoscere, salvo scoprire ex post, grazie a wikipedia, che era stata l’autrice di almeno un film da me consapevolmente trascurato. A suo sfavore deponeva la vicinanza a Moretti, su di lei pendeva il mio pregiudizio di essere l’ennesima epigone del veltronismo decadente. Per intenderci, non emetto giudizio sommari su Moretti, è solo che le sue più recenti derive cinematografiche mi hanno estenuato. Su Veltroni invece emetto giudizi, anzi, sputo sentenze, e sono disposto a sostenerle in tutte le sedi che riteniate opportune. Nicchiarelli tuttavia dimostra di non avere stigma, né lettera scarlatta. Con Nico, 1988 confeziona un film imprevedibile, un salto all’indietro nel buio, un epicedio dolorosissimo. La protagonista è una stella cadente, 40 something sul finire degli anni 80 e della propria celebrità, fissata come una pin-up dalla cultura pop/rock per le frequentazioni in odore di santità laica (Velvet Underground, Jim Morrison, …). Una donna di mezza età, eroinomane, per la quale l’eroina è un assoluto bisogno fisiologico, essenziale e naturale come una pisciata (è, il bagno, il luogo delle iniezione, per converso alle usuali escrezioni). Personalmente, era dai tempi del trapassato Heath Ledger – Paradiso+Inferno – che non vedevo buchi e siringhe al centro di un film: in più, qui l’eroina è compagna di vita intera, non solo di gioventù, e l’effetto è devastante. Nico,1988 è un film italiano che si affranca dagli stereotipi: niente province meccaniche, pubblicitari infoiati, psichiatri repressi. L’occhio della camera guarda una donna (s)fatta di carne e ossa, bella e brutta, tossica, tabagista, poeta, irrisolta. Nico è un’icona? Non direi. Nico è una storia piuttosto, vera o verosimile non importa. Da più parti è stata fatta rilevare, opportunamente, la bravura dell’attrice, capace di preformare nel canto e nella recitazione. Soprattutto, Trine Dyrholm colpisce perché è un corpo che si  rimette totalmente al volere della regista: mai un ammiccamento pietistico, mai un cenno di falso pudore, mai un gesto di contrizione pudica, mai un’ostentazione di charme. Nico è quello che sente dentro di sé, Nico è quello che fa sentire, cantando. Nico è magnetismo animale e vocale, Nico è l’oscenita di un limoncello bevuto su un piatto di spaghetti al pomodoro.

Il film è un viaggio attorno a Nico, che viaggia in tournèe sempre più sgangherate, alternando performance di piazza, di balera e di rivolta. Lei, in quanto artista, è guardata a la Jarmusch, anche a la Wes Anderson, a volte biascica e sermoneggia come Bill Murray. Lei, in quanto donna, è invece guardata con occhio Dolaniano, le dinamiche relazionali con il figlio, aspirante suicida, rievocano immediatamente i patemi di Mommy. Con questi riferimenti illustri e cinematograficamente così vitali, pare evidente che ci si trovi davanti ad uno delle migliori opere del 2017, espressione di un’autrice matura e consapevole. Con tutta la benevolenza che ha saputo conquistarsi, devo chiedere a Nicchiarelli un’ulteriore sforzo, in ottica migliorativa. Servirebbe un ulteriore lavoro sul suono e sui doppiaggi: purtroppo le parlate di alcune personaggi, cadenzate in modo grottesco, si affrancano sì dal romanaccio imperante, ma risultano troppo artificiose per essere vere, troppo cadenzate per essere umane.

Dispiace, inoltre, che sui bellissimi manifesti compaia, virgolettato, il seguente epitaffio da La Repubblica: “il ritratto di una generazione, un attimo prima che tutto cambi”. Il film non è assolutamente questo, non vuole esserlo, non è generazionale ma particolare, e non assume significati ideologici pertinenti alla caduta del Muro di Berlino, posto che l’attimo repubblicano si riferisca a questo. Andate a guardarlo senza timore: è un film italiano, ma parla di vita e di libertà.

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