It. Forse l’ho letto. Forse l’ho visto. (Prima puntata)


Non avete mai visto la serie televisiva? Non avete mai letto il libro? Non sapete nulla del travaglio che precede la realizzazione del film? No? Davvero? No? Non temete! Scusate, voglio dire: non abbiate paura di andare al cinema! A grande richiesta, ecco per voi il dossierone su It, lo speciale che abbiamo  redatto per Nocturno, in edicola nel mese in corso: un trattato minienciclopedico, un bignami di tutto ciò che si dovrebbe sapere, prima che si spengano le luci ed inizi il film. Leggetelo, così anche voi, ignari e incosapevoli che non siete altro, potrete dire: that’s It!

Il Re dei perdenti

Sono i vincitori a scrivere la Storia. Che si parli di Greci o di Latini, Maya o Egiziani, Cristiani o Musulmani, sembra che la memoria, quella conservata e tramandata, coincida con la vittoria, con la conquista del potere. Chi vince ha il potere o il dovere di ricordare, per essere quindi ricordato. Vale così, urbi et orbi, meno che negli Stati Uniti d’America. Solo qui, in questo mondo senza passato, sono i perdenti a scrivere la Storia, per il tramite di uno scrittore di genere, e che genere: It, di Stephen King. Lo Zio, il Re, dall’alto di una inesausta fecondità, vive nell’oggi il suo periodo di massima fama, celebrato da masse di analfabeti funzionali, sdoganato da pletore di critici farisaici, osannato da guarnigioni di produttori famelici. Chi lo propone per il Nobel, chi gli chiede una discesa in campo contro Trump, chi gli riconosce virtù medianiche e tragicamente preveggenti. Lui, dal profondo antro del suo Maine, ha un sorriso buono per tutti, solo che bisogna guardare bene, il suo non è un sorriso, è un ghigno. Diabolico.

Autodafé

Prima di procedere, sento il dovere di esibirvi la mia patente di kinghiano della prim’ora: ho 44 anni, ho conosciuto King a 15. Il primo romanzo che ho letto è stato Carrie. Tra i 15 ed i 18 anni ho sbranato, in successione compulsiva: Cujo, Le Notti di Salem, L’Incendiaria, Unico Indizio La Luna Piena, Christine, Shining, Pet Sematary, La Zona Morta, Ossessione, La Lunga Marcia, Scheletri, Gli Occhi del Drago, Stagioni Diverse, Uscita per l’Inferno, L’Occhio del Male, il Talismano. Per me Stephen King è stato l’orrore e la seduzione perversa dell’adolescenza, l’ho amato e poi ripudiato quando, in mezzo a mille fallimenti, sono diventato altro da me, alla fine del liceo. L’ho sepolto, l’ho rimosso. Ho continuato a leggere tantissimo, evitando il suo nome e le sue copertine. Ho peccato anche di delazione, quando mi sono vantato di aver letto le sole opere scritte autenticamente di suo pugno, asserendo che tutte le altre, così voluminose, così numerose fossero prodotte da un kinghificio, una fucina di zelanti ghost writer pagati per scrivere storie clonate.

Un giorno, nella stramba estate del 2016, tutto è cambiato. Ho guardato uno scaffale, ho cercato il conforto di un vecchio amico, ho acquistato 22.11.63. Ho pianto mentre leggevo, ho pianto quando l’ho terminato, ho liberato la tenia che era in me, tutti i ricordi di un ragazzino morto e sepolto. Ho fatto i conti con la mia kinghitudine, fino a capire di essere un uomo felice. Perdente, mutilato, irrisolto, ma felice. Con questo spirito, tra il maggio ed il giugno del 2017, ho letto It. Per la prima volta. A 44 anni suonati.

 

American Gods, and Demons

It è un prodigio, oppure un maleficio. E’la ricerca del tempo perduto, travestita da romanzo di formazione. E’una cosmogonia complessa, nelle forme della iconografia popolare. E’ un racconto sospeso, in equilibrio instabile su millanta centri di gravità. Qualche tempo fa, incautamente, ho commentato un post di un kinghofilo di chiara fama, definendo It un grande romanzo americano, ma alcuni Rothiani mi hanno lapidato, e giustamente, perché non avrei potuto essere più banale. It non è un grande romanzo americano, ma un testo sacro americano. Nei testi sacri non esiste confine tra l’ordinario e lo straordinario, così come continue sono le incursioni del metafisico nel quotidiano. Ogni testo sacro è il frutto (proibito) di una società che riflette sulle sue origini, mitopoieticamente. Quanto alla verità rivelata, in questo senso i testi sacri, al pari di qualsiasi racconto scritto, orale o per immagini, chiedono la sospensione dell’incredulità, e la fiducia totale, immersiva nella narrazione.

 

In principio fu…

Il terrore. Queste la parola che apre It. Terrore, non orrore né paura: uno stato dell’animo continuativo, o ricorrente che nell’etimo latino contempla l’idea di un movimento, di uno scuotimento, e che King quindi associa al celeberrimo ultimo viaggio della barchetta di carta, tra i minimi marosi delle strade di Derry, fino all’abisso sotto il marciapiede. Il terrore è quindi subito annunciato, come una professione di fede, una dichiarazione di intenti, prima ancora di introdurre i luoghi ed i protagonisti, che dal terrore scaturiscono e dal terrore sono, fatalisticamente, marchiati. Attenzione alle parole, King le adopera come un demiurgo: It è il nome del terrore, ed è un nome generico, il più generico possibile, come, a ben pensare, il nome “dio” che i cristiani attribuiscono al loro creatore: il riconoscimento di un’entità, trascendente ed immanente, che non si può circoscrivere in nome proprio né in intervallo, fuori dal tempo ma presente nello spazio umano.

 

C’è del marcio a Derry

Spazio umano che è Derry, una cittadina come tante nel Maine, liquida come i corsi d’acqua su cui sorge e perciò instabile, precaria, sormontante un labirinto di fogne e canali di deflusso, inquinati, miasmatici. Derry è un luogo circoscritto e occluso da discariche, l’unico moto che consente (il terrore contempla un movimento) è quello verticale, dall’alto verso il basso, verso i suoi canali (i Barren) e ancora più giù, verso l’inferno. E’ uno sprofondo, uno scivolare più che uno scavare, alle radici del male, come di un trauma inconscio, rimosso però sempre latente. Derry è un piccolo pezzo di America, rappresentata in due epoche differenti senza che emergano connotazioni positive. Un microcosmo umano in cui gli adulti sono frustrati, violenti, ben che vada assenti o anonimi, ed i bambini sono bulli o bullizzati, carnefici o vittime. In rappresentanza di tale umanità sconfitta ecco i Perdenti, come vengono appellati i 7 protagonisti che in due stagioni successive, da preadolescenti e da adulti, combattono contro il Male. Sfigati e sbarbatelli  al crepuscolo dell’era Eisenhower, vincenti e transfughi da Derry negli anni dell’edonismo reaganiano; sindromi infantili viventi – balbuzie, Tourette, asma, obesità – che si trasformano in maschere di yuppie bianchi, senza passato e senza memoria. Almeno 6 di loro, perché il settimo, l’unico nero, è una vestale: resta a Derry, pronto a chiamare al “nostos” ed alle armi i confratelli , quando It, allo scadere inesorabile del ventisetttesimo anno, ripete l’orrido pasto. Il nero, Mike Hanlon, il bibliotecario, il testimone della storia di Derry attraverso cui si dipana la storia americana: razzismo, crisi sociali e disastri economici, massacri in nome della legge, brutalità familiari, serialkillerismo, pedofilia. Digressioni che innervano il romanzo, documenti, foto, ricordi in cui It non è il mostro che sgranocchia mocciosi, ma un folle nume ispiratore. It come cattiva coscienza, come totem di sangue e di follia di un Paese maledetto, contrapposto a ridicole figure benevole, quali la statua in plastica di Paul Bunyan, leggendario boscaiolo wasp del 700, che troneggia nella Derry kinghiana in tutta la sua oscenità (“repellente, di pessimo gusto, assolutamente intollerabile”)

 

He-it, or She-It?

Nella vulgata dominante, It coincide con la sua epifania prevalente, con il pagliaccio brutto di nome Pennywise, tutto dentoni e pon pon e palloncini, che a intervalli regolari blandisce le sue giovani prede per farne un sol boccone. Anche King, benigno (?), sollecitato dichiara il suo approccio clown-centrico. Il pagliaccio invece è una maschera, solo chi affronta le sue paure può vedere: “face your fears”, infatti, è lo slogan del film di Muschietti. It è un lupo mannaro, un lebbroso, una mummia. un uccello preistorico, un vermaccio, una voce interiore. Un alieno, una divinità. Non è propriamente di genere maschile, e non è propriamente di genere femminile: è un He-It, ma anche una She-it. Questa pansessualità, onnipresente nel romanzo, invero necessaria ed essenziale, viene obliata, rimossa da critica e seguaci, tanto che IT è costantemente oggetto di revisionismo e mascolinizzazione. A King si perdona tutto, fuorché  l’aver mischiato – confuso –  dolore e sessi, sangue e desiderio, narrando di bambini. Addirittura, in occasione dell’uscita del film, gli si è chiesto di abiurare il finale della sua opera, intollerabile sarebbe la trasmutazione dell’entità in aracnoide,  osceno il sesso  omosessuale abbozzato nella gang di Bowers, ancora più osceno il sesso rituale – un’orgia da cloaca, una gangbang barely not legal – che unisce per sempre i 7 Perdenti, 6 maschi poco più che undicenni che si congiungono all’unica femmina, vergine, coetanea. Troppa libertà, troppo terrore per le povere menti dei nostri giorni. Sornione, King ha abbozzato, affermando che It è opera pensata a partire dal 1978, frutto di una sensibilità diversa, è che il sesso nel romanzo è un connettore, un ponte tra l’infanzia e l’età adulta. Solo che sotto quel ponte abita un troll, cui si deve il seme del romanzo. King racconta infatti che tutto scaturì da The Three Billy-Goats Gruff, una indisponente filastrocca anglosassone derivante da un’antichissima filastrocca norvegese, su un troll infastidito dal rumore di zoccoli caprini scalpiccianti sopra la sua testa. Si parte con la mitologia norrena, si passa attraverso cristianesimo e sciamanesimo, si arriva ad una sorta di gnosticismo, con il mondo creato da un’entità benigna ora dormiente (un dio buono, come una tartaruga) e mosso – terrorizzato – da un’entità maligna che, di fatto, determina e impera. In questo approdo, ma anche nella ricorrenza di ambientazioni legate a liquami, reflui e rifiuti, King si avvicina pericolosamente a Philip K.Dick, quello di Noi Marziani e della Trilogia di Valis, ma questa è un’altra storia.

One-Man-TV-Show

It è la ventiduesima opera scritta da King, contando i romanzi  a suo nome, quelli sotto pseudonimo, i racconti ed i saggi. La sua lunghezza supera di gran lunga le opere precedenti, dell’autore e degli altri scrittori di genere, essendo più consona alle saghe sci-fy o fantasy – Herbert, Tolkien – che ai racconti di paura e suspense. Il fatto è che It viene commissionato a King come prodotto crossmediale, da editare come romanzo e da distribuire, pressoché contemporaneamente, come serie tv per il network ABC. A lavorare sullo script viene  chiamato Larry Cohen, sceneggiatore di Carrie per Brian De Palma, per la regia invece si pensa al top player, a George Romero, già autore con King dei fortunatissimi Creepshow. L’idea però è presto abortita ed a Romero si finisce col preferire Tommy Lee Wallace, la cui carriera, cominciata dietro la maschera di Michael Myers – attore non accreditato e production designer per l’Halloween di Carpenter -, si è poi orientata alla tv mainstream. I ripensamenti della ABC paiono dettati dalla piega particolarmente scabrosa e cruenta presa in itinere da It, in special modo, come già detto, perché narra di morte cruenta e paura in età infantile.  Sembra troppo per il piccolo schermo alla fine del decennio glitterato, e troppo pericoloso sembra anche lo sviluppo di una miniserie, di 4 puntate di 2 ore ciascuna. Dalle 8 previste si passa a 4, da 4 si taglia e riedita fino ad un corpus di poco più di 3 ore, come è stato tramandato. Alla fine, nel 1990, ne esce una visione a brandelli, pedissequa nel riproporre scene e dialoghi dal romanzo, ma totalmente naif nella sequenza temporale o nella causalità degli eventi. Tra tanti tempi morti – i Perdenti che si incontrano da adulti, come una sezione degli Alcolisti Anonimi -, accelerate ultraweird alla Stuart Gordon – -. i palloncini che schizzano sangue, la testa parlante nel frigo, i biscotti della fortuna dal contenuto mostruoso -, escamotage stracult – l’orgia prepuberale sostituita da una carezza della perdente Beverly a ciascuno dei suoi maschietti – ,  It la serie sarà sempiternamente ricordata per la caratterizzazione di Pennywise, ruolo affidato a Tim “Rocky Horror Picture Show” Curry. Il suo clown, con salopette e naso finto scarlatto, è, come da romanzo, totalmente made in USA: un po’ Bozo, un po’ Clarabelle, un po’ Ronald Mac Donald. Ciò che atterrisce davvero non è il costume ma la pantomima di Curry, i suoi movimenti istintivi,  grotteschi e psicotici, i guizzi diabolici degli occhi, pozzi di fiamme e disperazione in mezzo al bianco marcio del cerone facciale. Il pennywise di Curry è un babau senza tempo, ironico come uno scherzo del destino, criminale come e più dei villain degli slasher movie a lui coevi. Fuor di Curry, tra le metamorfosi che assume It in tv, tutte dettate dalla parola scritta, fa eccezione il mostro come fascio di luce e rumore nei tubi della fogna, licenza poetica di Wallace ispirata al suo passato carpenteriano.

It, di Cary Fukunaga e Chase Palmer: il film che non vedrete mai

Arriviamo all’apoteosi cinematografica: It the Movie è nelle sale italiane, con 40 giorni di ritardo sul resto del mondo abitato. Un film mormorato, discusso, pre-visto da mesi, grazie ad una campagna di lancio a lungo termine ed ai meme incessanti sui social. Guardando a caso i trailer, rilasciati nel corso dell’estate, spiccano le immagini segnaletiche dei minori scomparsi a Derry. Missing Poster, come i manifesti 6X3 che facevano da sfondo ai pensieri di Marty e Rust, erranti sulle strade della Louisiana. C’è un ponte tra True Detective e It, sotto ci abita un troll di nome Cary Fukunaga, acclamato regista della prima stagione di TD, cui nel 2014 è stata affidata scrittura e regia del film da King. A seguito di contrasti insanabili, Fukunaga ha abbandonato polemicamente  il progetto, ma il suo script è rimasto ed è l’impalcatura del film di Muschietti.  La sceneggiatura di Fukunaga, asseritamente rubata, è apparsa in rete da qualche tempo, ed è una lettura rivelatrice, perché interpreta, più che trasporre, il romanzo di origine. Fukunaga spezza in due il racconto, elide l’età adulta ed ambienta le vicende dei giovani Perdenti negli anni 80. 1988, estate, da giugno a settembre: è questa l’epoca storica di partenza, come se gli Stati Uniti non potessero produrre, agli occhi del mondo attuale, un immaginario più remoto. Per converso, retrodata l’outfit di Pennywise, scrivendo: “non come Bozo o Ron McDonald, ma qualcosa di più antico, più inquietante, come i costumi degli acrobati del XIX secolo. Pennywise deve essere calvo, snodato, quasi infantile”.  E palesemente brutale, così lo vuole, come quando sbatacchia il corpo di Georgie come una bambola di pezza, per strapparne la carne. Attraverso le esplicite parole del Perdente Richie, in corso d’opera, Fukunaga mostra poi di aver pensato ad un Pennywise simile al Joker del fumetto Dark Knight, uscito del 1986, rendendo indiretto omaggio all’interpretazione cinematografica di Heath Ledger. Non solo l’ambientazione, anche i protagonisti cambiano età, e da preadolescenti diventano adolescenti. Questo è rivelatore di come la scoperta della sessualità è, sarebbe stata, un filo conduttore del film. Sessualità come ordine naturale delle cose: ecco Beverly, la Perdente. Pare la nemesi della Carrie di King, capace di affrontare le sue paure, di liberarsi per via naturale di orchi domestici e mostri dall’altro mondo. A metà della suo script, descrivendo il bagno (rituale) dei Perdenti nell’acqua dei Barren, Fukunaga scrive: “Bev si toglie il vestito rapidamente, resta in biancheria intima, fa un balzo e si tuffa nell’acqua. Boom. Cannonball!”. Come una giovane lady in the water: per converso, It si mostra come una una living-dead-lady  in the water, apparendo femmina a Stan Uris, nuda, marcescente, scabrosa, nella piscina consacrata della sinagoga. Rivelatorio è che Bev venga erudita da una madre paranoica su insidie e imbarazzi delle prime mestruazioni. Il ciclo, il sangue che scorre, così come, ogni 27 anni, il sangue scorre ad opera di Pennywise.  Nella similitudine sulla periodicità dei cicli, Fukunaga indica la via al suo determinismo nichilistico, la visione di un mondo in costante entropia. It è la natura stessa, la sua immanenza è il corso delle cose. Appare in forme umanoidi, mai però assume le vesti metacinematografiche care a King (la mummia, il lupo mannaro): si esprime attraverso un gatto che mangia avidamente, un volo di corvi, un brulicare orrido di ragni; ha le sembianze di una piovra, o di una stella marina. Agisce direttamente e indirettamente: Fukunaga scrive che Pennywise “orchestra, controlla” l’operato degli abitanti di Derry. Fa, insomma la Storia. Storia americana, che è presente nel film sotto mentite spoglie: il padre di Henry Bowers, il villain psicotico che perseguita i perdenti, viene presentato come un poliziotto razzista e brutale, mentre nell’opera kinghiana è solo un rozzo redneck bifolco. E ancora: It, ferito dai perdenti in un attacco a colpi di mortaretti, svanisce dissolvendosi in fumo arancione, come l’Agente Orange di viet-tragica memoria. C’è poi stato lo spazio per un importante flashback nel film immaginato da Fukunaga: la visione dell’incendio al Punto Nero, con il massacro razzista perpetrato dai suprematisti bianchi – agiti da It – negli anni del secondo dopoguerra. La visione scaturisce dalle parole del padre di Mike Hanlon, malato terminale di cancro. La malattia del secolo non sarebbe che un’altra forma di It, che infatti appare a Mike in un’allucinazione da obitorio, e gli svela: “(il cancro) sta uccidendo tuo padre, lo mangia da dentro, come il verme dentro una mela bacata. Tutti noi siamo mele, Mikey. Tutti noi.” Se It è il male, allora è l’occhio del male, come l’occhio di Sauron, è metafisica della morte. Nel delirante finale dell’opera di Fukunaga, nel più profondo dei gironi infernali sotto Derry, It si trasfigura in un occhio gigantesco, “il confine verso lo spazio infinito”, un vortice liquido  in cui confluiscono 7 cascate, 7 come i perdenti, che scorrono dal basso verso l’alto. E in questo amnio primordiale che avviene lo scontro all’arma bianca, è in questa pozzo di deprivazione sensoriale (rsvp Stranger Things) che i Perdenti vincono la battaglia, perdendo per sempre l’innocenza, il terrore dell’infanzia. Tutto questo e molto di più sarebbe stato It, secondo Cary Fukunaga: un pensiero effimero, fluttuante nel vento, come un palloncino.

 

 

 

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