Brutti e Cattivi, di Cosimo Gomez. Brutto si, cattivo manco de striscio


E’ proprio vero: il cinema italiano serio (che per noi significa cinema di genere ma non solo) sta tornando ad infettare finalmente gli schermi nazionali assopiti da decenni di visioni da TSO. Negli ultimi quattro/cinque anni sono nati The Butterfly Room, Tulpa, Oltre Il Guado, Perez, Il Ragazzo Invisibile, Song’e Napule, Belluscone, Non Essere Cattivo, Il Racconto dei Racconti, Suburra, Lo Chiamavano Jeeg Robot, Pericle Il Nero, Veloce Come Il Vento. (E chiedo scusa ai titoli che sto dimenticando.) Si scrivono storie di qualità, i produttori – non sempre, almeno non in tutti i titoli citati – osano investire qualche spicciolo, il pubblico quasi sempre premia il coraggio. Certo, non è la new wave coreana, ma una piccola onda fresca e pulita si. E’ inevitabile, però, che l’onda finisca per portarsi dietro detriti di provenienza incerta, truccati e coloratissimi, sporchi di sangue finto. Ed è proprio finto la parola chiave: Brutti e Cattivi, di Cosimo Gomez.

Una storia vecchissima cucita meccanicamente studiando modelli lontani, che alla fine dei titoli di coda si allontanano mille volte di più. Guy Ritchie, Alex De La Iglesia, Robert Rodriguez sono i nomi che vengono in mente durante la visione, tutti però preceduti da un “wanna be”. Se l’intento era quello di realizzare un film che non sembrasse italiano, il risultato è l’esatto contrario: Brutti e Cattivi è un film italianissimo, nell’accezione peggiore del termine. Voice-over onnipresente ed utilizzata per colmare una piccola parte delle tante lacune, l’uso dei generi (heist, black comedy, noir, action… oddio, gli inseguimenti più brutti del secolo!) come espedienti per portare a casa un risultato, colori ipersaturi e ritmo pop frenetico per rivestire di modernità un plot degno di un Totò di sessant’anni fa, e il peggio del peggio, ovvero l’ostentazione di immagini, suoni, parole e colpi di scena che urlano alla folla la loro presunta natura trasgressiva, cinica, oscura e scorretta. Che invece provano a nascondere, senza nemmeno riuscirci, la solita vecchissima morale buonista del volemose bene.

E per fortuna nella sala eravamo solo in quattro, altrimenti il coltello si sarebbe avvitato nella piaga, con le inevitabili ovazioni sguaiate che avrebbero accompagnato la gag più banale (e ripetuta fino alla nausea) del film, ma talmente banale che nemmeno ve la raccontiamo. C’è chi ha descritto questo film come “sperimentale” e addirittura chi ha affermato che il paragone con il cinema di De La Iglesia sarebbe calzante. Roba da legarli ad una sedia, obbligarli alla visione di Azione Mutante e poi giocare a “trova le differenze” con una bella frusta in mano.

 

 

 

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