Capitan Mutanda, di David Soren. Conoscerete la loro velocità.


E in corso una rivoluzione e me la stavo perdendo. Parlo del tempo, anzi, dei tempi, i tempi del racconto animato. Alla cadenza calma e sedativa, propria dell’affabulazione tradizionale monocentrica, si va infatti affiancando una narrazione policentrica, che vive su accelerazioni repentine, rallentamenti bruschissimi, cambi di genere, cambi di umore, sovversione dei consueti didascalismi. L’esperienza visiva mi confonde, ho 44 anni e perdo gradualmente in flessibilità mentale, ma con qualche sforzo credo di riuscire a comprenderla e a farla mia. Potete rintracciare questa nuova era in alcuni dei cartoni animati di cui è prodiga la tv digitale, dico ad esempio Teen Titans, Adventure Time, Phineas e Pherb, Uncle Grandpa; al cinema, invece, solo nei lungometraggi di SpongeBob, oppure in questo nuovo Capitan Mutanda, di David Soren.

David è stato il regista di Turbo, titolo e soggetto rivelatore della sua propensione alla propulsione, ma il film sulla lumaca con la marmitta modificata era una tappa intermedia, zeppo di luoghi comuni e di pregiudizi più ancora che buoni sentimenti. Capitan Mutanda invece è un punto di arrivo e di ripartenza: va in scena la lotta di classe, intesa come classe scolastica e come classe anagrafica. Protagonisti sono due bambini interracial che pascono e si beano della loro amicizia, prendendo in giro tutto e tutti: questo il primo strappo alla regola canonica, perché lo zeitgeist attuale vorrebbe che sti due monelli venissero subito etichettati ed esecrati come bulli, invece no. Sono/sembrano degli spiriti liberi, dai gusti forse troppo smaccatamente retrò – i fumetti disegnati insieme, la casa sull’albero – , ma dalla capacità iconoclastica devastante. Vivono un fisiologico conflitto con l’istituzione in cui sono costretti,  la scuola appunto, e con il suo più (in)degno rappresentante, un preside burbero, rancoroso ed evidentemente privo di autorevolezza.

Apprendo dal web che Capitan Mutanda è l’eponimo di una serie di libri ideati da Dav Pilkey, bannati ed osteggiati in tutto il mondo da comitati di genitori in ansia ed educatori in delirio (leggete qui). Molti mi dicono che la mancanza di autorevolezza degli adulti sia uno dei pericoli più gravi per la crescita sana ed equilibrata dei bambini, e probabilmente hanno ragione. Io continuo a languire nell’errore, e credo che sul riconoscimento dell’incomunicabilità debba basarsi il patto tra generazioni. Nello specifico del film, il preside è antagonista come un vero villain, sembra il cattivo di turno, anche se le sue ragioni sono oggettive e condivisibili. Splendido allora è il colpo di teatro, la trasformazione dello stesso in uno sgangherato eroe in mutandoni, sotto ipnosi controllata e benintenzionata dai due combina guai. I bambini, cioè, immaginando, conferiscono all’adulto poteri straordinari, e in questa bolla di illusione riescono ad accettarlo e a meglio collocarsi nel loro proprio contesto. La narrazione però è policentrica, dicevamo, dunque ad un certo punto arriva il villain vero, un professore che nella versione italiana è crucco e fa esperimenti sui bambini – rappresentazione politicamente scorretta dai contorni chiaramente nazisti – e vive con l’obiettivo di annientare il sorriso, cioè la reazione emotiva, cioè la pulsione caratteriale. Ha un‘arma il professore pazzo, un raggio ingranditore/rimpicciolente, che altera imprevedibilmente e grottescamente  le coordinate degli oggetti rappresentati.

L’incantesimo sul preside era nato da una paura concreta dei due, quella di essere messi in due classi separate – la paura del distacco, la paura dell’abbandono -, la guerra contro lo scienziato pazzo invece è tutta una questione di linguaggio: si scopre infatti che costui ha un cognome più che ridicolo, che gli è trauma e lettera scarlatta. La parola non si può cancellare, nemmeno le reazioni che suscita, perché sono spontanee e fisiologiche come un bisogno primario, come mangiare, come digerire, come fare pupù. L’agone diventa in toto scatologico, la scatologia che è cifra semantica dell’infanzia: rutti, peti, fascinazione per il wc, uso improprio della carta igienica. Non è un caso che il pazzoide si trovi ad utilizzare un megagabinetto a mò di golem, controllandolo attraverso il cervello di un bimbo che ha lobotomizzato, ma che già veniva percepito come lobotomizato dai suoi coetanei, in quanto prono all’ordine costituito.

La vittoria, se di vittoria si può parlare, passerà attraverso un processo di razionalizzazone, quindi di crescita, di accettazione: del sè, degli amici, degli altri. Soprattutto, occorrerà capire che dietro ogni ruolo, sociale e istituzionale, si cela una persona, che deve riscoprire la libertà del poter essere leggera, libera. Capitan Mutanda è un’ode colorata, tonitruante, anarchica, puerile, sfacciata alla bambinanza di oggi e di ieri, perchè essere fuori controllo, a volte, è un atto politico, come un peto sganciato in ascensore.

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