Thor: Ragnarock. Waititi e lo spettacolo del Tiki-Taika


Ho fatto il liceo nel pieno fulgore degli anni 80, circondato da paninari e nerd, postpunk e neodark. Due le parole d’ordine di quell’epoca così strana: glasnost e pèrestrojka. Trasparenza e nuovo corso. Ricordo che i nostri rappresentanti d’istituto, indomiti reduci del 68 e del 77, anagraficamente obsoleti, ideologicamente ignari dell’apocalisse imminente, organizzavano assemblee per elogiare l’URSS ed il socialismo reale, in quanto sistema politico capace di autocorrezione. Credevano, o davano ad intendere, che il nuovo corso di Gorbaciov avrebbe preservato il mondo oltre cortina, che Gorbaciov quindi fosse  il profeta di una vittoriosa e pacifica Rivoluzione Russa 2.0,. Avevano azzeccato solo lo zero, nel senso di anno zero, ground zero: la distruzione, e poi il nulla. Ho pensato a loro guardando il magnifico Thor: Ragnarock.

Il film mi consente di parlare, decisamente, di una perestroika della Marvel, per certi versi davvero imprevedibilie. Sembra infatti che la multinazionale del supereroe abbia deciso di cambiare verso e non solo multiverso, di orientarsi alla leggerezza come fattore chiave per perpetuare il sempiterno successo commerciale. Successo commerciale che non è mai stato in discussione, poiché lo strapotere della major sul mercato, il controllo militare di produzione, distribuzione, licensing, merchandising, joint venturing globali, ha come logica e deterministica conseguenza incassi assicurati, nell’ordine delle centinaia di milioni di dollari, in caso di flop, o di bilioni di dollari in caso di top. Ancor più ammirevole quindi è la bonaria indulgenza da pater familias, con la quale gli allegri compari capitalisti giocano a mettersi in gioco, strizzano l’occhio alle più recenti ricerche di mercato, e sfornano un prodotto nuovo. Gigione. Visionario. Fantascientifico. Retrofuturistico. Dissacrante. Cinefilo.

Tutto questo è Thor: Ragnarock. Una tappa fondamentale di un processo, non certo la prima tappa. Si inserisce infatti nel solco già tracciato da Dr.Strange, Ant-Man, Guardiani della Galassia, Spiderman: Homecoming. Un percorso iconoclastico, di abbattimento di statue e mausolei, dove la risata facile o meno facile è considerata di importanza pari alla meraviglia, o al timore reverenziale. La Marvel sta desacralizzando il suo pantheon. La desacralizzazione è certo più facile e digeribile ove riguardi personaggi minori o meno noti, mentre è assai critica quando lambisce i mostri sacri (appunto). In  quest’ottica, SpiderMan: Homecoming è un esperimento riuscito in parte gradevole ma, per molti aspetti, timido. Thor: Ragnarock invece è prometeico, audacissimo, prende l’unico superoe dai connotati divini, l’unico dio, e lo desacralizza. Di più, lo devirilizza, gli sbriciola il martellone e tutti i simboli fallici ad esso connessi, lo precipita in un altro mondo. In altri mondi, una successione ininterrotta di galassie implausibili, popolate da creature multiformi, organiche o inorganiche, da ologrammi a grandezza innaturale e astronavi, da valchirie, orchi e avanzi di mitologia norrena. Al suono dei sintetizzatori o dell’hard rock più ruffiano, si assiste ad uno spettacolo che ricorda da vicino, da vicinissimo, i recenti fasti del Valerian di Besson: una visione di frenate ed accellerate, di inesausta propulsione in longitudine e latitudine, ad alto tasso di imprevedibilità. Fa specie trovare Thor in una discarica, alle prese con una gang di homeless cannibali degni di Mad Max, e poi ritrovarlo, qualche mondo dopo, al comando di un’astronave che spara fuochi d’artificio. Allo stesso modo, impressiona la maestosità di un Hulk completamente, betamente lobotomizzato, un minus habens verdone non solo devirilizzato, ma addirittura denudato! Accanto a sti due fenomeni, finalmente, una galleria di figurine di contorno ben riuscite, umanissime, e questo è un paradosso per una storia che si dipana lontano dal complicato mondo degli umani: menzione d’onore per il Korg di pietra decomponentesi, ingenuo rivoluzionario che cerca un leader per mari e per cosmi. Si pugna e si muore ovunque, massacri al’arma bianca e distruzione ogni tre per due: si raffigura il Maligno in svariate forme, si compie allegramente blasfemia quando si raffigurano Thor e Odino, in afresco simil Cappella Sistima, dotati di cristiana aureola, gli occhi beati in espressione stolidamente angelicata. Tutto sembra (il)lecito in questa parte di multiverso, addirittura si fa fatica a credere ai propri occhi quando lui, il dio del tuono, lo zio del tuono, rimane orbato a causa dell’ira della negletta sorella. Thor, come One-Eye di Refn, verso il Valhalla.

Il film, nonostante sia, passatemi il termine, caleidoscopico, è forte di una struttura narrativa solida e coerente, sembra un’allucinazione a tema, un delirio orentato e mai sbracato. La critica e  parte del pubblico (quella consapevole), ha tributato lodi e gloria a Taika Waititi, l’homo novus, coluis che è entrato nel’universo Marvel in punta di piedi neozelandesi, per portare scompiglio e palingenesi. Sbagliato. Waikiki ha dei meriti, certo, ancora troppo pochi per uno che ha costruito il suo successo sul plagio (What We Do in the Shadows come copiatura pedissequa del Vampires di Lanoo). Lodi e gloria, amici miei, vanno in toto alla Marvel, ed alla factory di sceneggiatori cui nel 2015 fu affidato il commitment del film, come potete leggere qui.

C’è poco ancora da dire: la Marvel è in piena perestrojka. Il conto alla rovescia per la sua distruzione è iniziato.

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