The Square, di Ruben Ostlund. Svezia, né inferno né paradiso


Stai portando in giro un passeggino, con un bimbo dentro. Ti vien voglia di un caffè ed entri in un bar. Lasci il passeggino fuori e ti fermi al bancone a gustare tranquillamente il caffè. Lo fai a Roma, New York, Londra? Sei pazza/o. In Svezia no. E’ una cosa normale. I bimbi non si rubano, in Scandinavia hanno la socialdemocrazia nel cervello. Ma se nel passeggino ci lasci il portafoglio o la borsa, allora sei stupida/o, perfino in Svezia. Christian non è così stupido: subisce il furto di portafoglio e cellulare in una piazza centrale e affollata, resta vittima di uno scippo che è anche una messinscena efficace e ingegnosa, emozionante come il buon cinema, il buon teatro, o una performance di arte contemporanea. Una truffa che pungola e stimola il suo (voler) essere maschio e altruista, uomo forte e pronto a difendere i più deboli: una ragazza che urla terrorizzata “vuole uccidermi!” e un uomo che arriva di corsa apparentemente malintenzionato. Christian si mette di mezzo, l’impatto fisico non è violentissimo, giusto il tanto che basta per infilargli le mani nelle tasche. L’aggressore batte in ritirata, la ragazza è salva. Prima di accorgersi del furto Christian è eccitatissimo, ha le palpitazioni, ed è contento di aver fatto la cosa giusta. Dopo, niente sarà più come prima.

Christian è il curatore di un museo di arte moderna a Stoccolma, un uomo affascinante e di successo, padre divorziato, vita agiata da alto-borghese e parole di sinistra: un radical-chic umano, troppo umano, figura familiare anche da queste parti. Nel 2017 anzi è ormai una figura universale, emblema della crisi esistenziale dell’uomo d’occidente. E bersaglio/mezzo ideale per una critica alla società contemporanea che è tanto semplice quanto efficace. Il cinema di Ruben Östlund continua a viaggiare sulle stesse coordinate del precedente Forza Maggiore, raccontando le contraddizioni del protagonista – che sono ovviamente anche le nostre – con toni esilaranti e feroci: Palma d’Oro a Cannes, ed è impossibile non sghignazzare pensando alla composizione umana e sociale delle platee festivaliere che lo hanno premiato…

Personaggi realistici in situazioni grottesche, una sceneggiatura curatissima, intelligente e sicuramente faticosa da mettere insieme: a tratti sembra improvvisare ma è capace di mantenere la rotta grazie a diverse bussole programmatiche, la più importante delle quali è il conflitto tra l’istinto e le convenzioni sociali, la violenza bruta e la raffinatezza elegante. E poi la capacità di colpire nel segno, sempre, ogni volta che decide di affondare il colpo: Östlund lo fa in soggettiva, o con primissimi piani, o semplicemente non distoglie lo sguardo, mostrando tutti i segni della sconfitta, della rabbia, della paura e della violenza. Con echi di Von Trier, Bunuel, Hitchcock. E siparietti divertenti e sorprendentemente vicini a Totò e Peppino (!).

Certo, è facile satireggiare sull’arte moderna, criticarne la perdita di ogni contatto con la vita reale, e la distanza siderale tra gli appassionati d’arte e la strada: ma noi vogliamo proprio questo. Non è un caso se la scena migliore del film riguarda un’aggressione fisica agli invitati di un raffinatissimo pranzo elitario organizzato dal museo di Christian. Eppure non è quello il core business di The Square. Il film parla di di cose semplici semplici, argomenti “vecchi” ma evergreen: la lotta di classe. Il razzismo più odioso, quello de “gli zingari son tutti ladri”. E l’indignazione social da tastiera. Siamo messi male, molto male, sempre peggio.

Eppure, dopo un film come questo, chissà perchè, mi sento meglio.

 

 

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