Il culto di Chucky. A Natale regala anche tu una bambola assassina!


Di plastica o di gomma? Di gomma, senza dubbio. E’ lui stesso a chiarirlo, a saga inoltrata: prima dell’accoppiamento, alla pupa che gli chiede di proteggersi per prevenire orridi concepimenti, risponde che non c’è alcun rischio, di gomma è il suo corpo per intero, membro e membra. Gomma e sangue per la precisione, perché questa è una nuova carne all’inverso, da artificiale diventa organica, da immortale diventa mortale, in itinere. Lui è sua bassezza Chucky, conosciuto dal pubblico italiano come la bambola assassina, il serial killer più esiziale, esilarante, estemporaneo che il cinema degli anni 80 ci abbia regalato. Hey, do you wanna play?

Blood Buddy
E’ il 1988 quando Don Mancini, promettente studente di cinema, si mette in testa un’idea meravigliosa: fare un film su un ragazzino e sul suo bambolotto, che si anima e massacra tutto il massacrabile. Blood Buddy è il titolo del progetto, si sviluppa su schizzi di onanismo intellettuale tipicamente studentesco, tra riferimenti spinti alla psicanalisi e omaggi reiterati al maestro Hitchcock. Mancini ha in mente di dissacrare il consumismo gaudente e imperante, puntando dritto al cuore ed alla giugulare dei big spender, dei ragazzini americani. Pensa ad un giocattolo bruttissimo, la bambola Cabbage Patch Kid, stravenduto ovunque, e si scervella per trasformarlo in uno strumento di morte e risate. Blood Buddy comincia il solito iter tra sceneggiatori e produttori, poi fortunatamente finisce nelle mani giuste: quelle di David Kirschner, già produttore di Spielberg, e dello sceneggiatore John Lafia. Kirschner è incuriosito dal grande potenziale di intrattenimento di un bambolotto psicopatico, opportunamente depurato di substrati troppo complessi: lo vuole motherfucker, più badass e meno freudiano. Lafia lo segue e decide di arrangiare Blood Buddy pensando a Poltergeist, ma anche a Terminator.  Dove Mancini vedeva Hitchcock, Lafia vede Frankenstein, in crogiuolo tra  l’elettricità vivificatrice di Mary Shelley e un brodo di riti animistici voodoo, assai cari al cinema di quel decennio. E’ fatta: con la regia di Tom Holland, il film è bell’e pronto, ad eccezione del titolo.

Batteries not included
Batteries not included, pensa la triade Kirschner-Lafia-Holland, ma c’è un problema, questo è il titolo che Spielberg ha già adoperato per un suo film dell’anno prima (Miracolo sull’8° strada, nella versione italiana). I tre optano allora per un titolo più generico, ecco quindi A Child’s Play. E’ la storia di Chucky, un bambolotto gommoso in cui un’omicida seriale, prima di morire ammazzato, trasferisce l’anima, compiendo un antico rito caraibico. L’obiettivo a tendere del redivivo è ritrasferirsi in forma umana, nello specifico prendendo possesso del ragazzino con cui ha il primo contatto nella sua nuova forma. La formula per la trasmigrazione dell’anima è un mantra sgarrupato, diventato celebre come il “klaatu varada nicto” raimiano: “Ade due damballa! Give me the power, I beg of you!”. Chucky è il nick di Charles Lee Ray, nome del criminale defunto, che era strangolatore e che per contrappasso si trova ridotto in un corpicino a mobilità ridotta. Il suo aspetto segue rigorosamente quanto scritto da Mancini in Blood Buddy, per quanto Mancini non sia mai coinvolto nelle riprese e nello sviluppo del film: Chucky è “alto due piedi, ha i capelli rossi, gli occhi azzurri, le lentiggini. Indossa una salopette jeans ed una maglietta a righe orizzontali”. Sa inoltre fingere di essere inanimato e farsi sbatacchiare come tale, e questa finzione/funzione d’uso, di cui lo spettatore è subito consapevole, ne caratterizza il fascino e la pericolosità.

Le dimensioni contano
Per renderlo filmicamente vivo, plausibilmente dinamico, la produzione ricorre a tutti gli artefici disponibili, dalla tecnica animatronic all’uso di burattini di scena, ma nulla risulta più efficace dell’umano. E’un attore nano, già utilizzato per Howard the Duck, a impersonare Chucky nei momenti critici. Al nano, alto sei piedi, vengono adattate le proporzioni del set, con oggetti e mobili che vengono ingranditi di un buon 30% rispetto al normale, creando quel senso di straniamento nello spettatore che, ironia della sorte, è lo stesso ipotizzato in una celebre lectio hitchcockiana. Spicca, inoltre, la scelta frequente di inquadrare le scene dal punto di vista, in miniatura, della bambola, come in un rudimentale POV, un “toy POV”: all’uopo viene utilizzato una speciale camera montata su uno skateboard, e l’espediente si rivela così efficace da essere impiegato nei film successivi.

A Child’s Play
Più ancora che crudele, Chucky agisce come un ingegnere del crimine, organizzando trabocchetti letali o piani di morte sanguinosamente spassosi. Tutte le volte che il pupazzo riesce a metter le mani sul ragazzino comincia a recitare la formula diabolica, ma sempre interviene un evento che lo spiazza; sempre la reincarnazione resta incompiuta, come un coitus interruptus. Il pubblico empatizza con i folli piani del toy boy: A Child’s Play incassa quasi 50 milioni di dollari. Il film corre veloce sull’arco dei 90 minuti, una durata religiosamente rispettata dai sei capitoli successivi. Spicca, anzi, serpeggia, come nei più riusciti film di genere, la satira sociale che non ti aspetti. Come uno stigma, Chucky piomba nella vita di una famiglia imperfetta, con una madre vedova che lavora sempre, ed un figlio che spesso è lasciato a se stesso. A far da cornice, uno spaccato della Chicago di quegli anni, percorsa in lungo e in largo dai barboni, dagli homeless, il rovescio della medaglia degli yuppies e del luccicante edonismo reaganiano.

Per quanto affrancato e svezzato dall’iniziale scrittura di Mancini, Chucky conserva il suo imprinting psicanalitico. Il bambolotto in cui si reincarna si chiama Good Guy – tipo Bello, nella versione italiana –  ed è un giocattolo per maschietti, sebbene di fattezze neutre con tendenza al femmineo. A scorrere i cataloghi di giocattoli più in voga in quegli anni, non si trova in commercio un analogo prodotto, e anche l’idea di riferimento, la Gabbage Patch Kid, era una bambola per femminucce. Questa ambiguità sessuale di fondo sembra il motivo per cui i successivi film della saga si riempiono di final girls e fatal ladies, quasi come una inversione di rotta rispetto all’originario detour.

La fabbrica dei mostri
A Child’s Play 2 è il secondo film, uscito a pochi mesi dal primo, sull’onda del botteghino e di una montante Chuckymania. Dirige Lafia, che conserva la location di Chicago, ma triplica i luoghi per le scene del delitto. C’è la casa di una famiglia adottiva, dove Andy, il ragazzino perseguitato, si illude di trovare requie, e la casa-famiglia, in cui Chucky imperversa massacrando assistenti sociali e addetti ai lavori. C’è, soprattutto, la fabbrica delle bambole, lo stabilimento fordista che sforna i Good Boys da spedire per il mondo.  E’ qui dentro che il film raggiunge il suo zenit e si consegna alla memoria: come in un cartone animato di Hanna e Barbera, oppure in un film di Charlie Chaplin, la fabbrica è il teatro per una lotta all’ultimo sangue, Chucky da una parte, Andy e la sorellastra dall’altra. Catene di montaggio che diventano trappole, plastica (gomma) liquida che diventa strumento di tortura, componenti meccaniche che vanno in corto circuito ed uccidono. La fabbrica è il grembo impazzito della nuova carne, determinista ma dotata anch’essa di un’anima, crudele, inesorabile, orientata alla produzione seriale come Chucky è orientato all’omicidio seriale. Il male, tutto da ridere, è nel consumismo come idea, prima che come  prodotto.

Chucky alle grandi manovre
Il secondo capitolo incassa meno, ma la fanzine resta forte e appassionata. Passano 2 anni, poi nel 1991 esce A Child’s Play 3, per la regia di Jack Bender, ed è un altro colpo (di coltello) al cuore. Stavolta il luogo dei delitti è un campus militare, un’accademia dove gli adolescenti dell’elite wasp americana – tra essi Andy, oramai cresciuto – imparano a servire la patria e la bandiera. Un bambolotto sterminatore, giocattolo alfa tra ragazzotti che giocano a fare i soldatini: Chucky, all’apice del suo istrionismo, trova terreno fertile tra nonnismo e cameratismo, tra cimeli, corvè e war-role-playing, riuscendo a ribadire la legge della (sua) arma bianca anche nel regno delle armi da fuoco. Prova anche, sterilmente, a trasmigrare nell’anima di un ragazzino nero, mosca bianca tra gli aspiranti militi. Tanti gli omicidi cult, tra tutti lo sgozzamento del colonello barbiere, spauracchio delle creste dei giovani cadetti, che cade sotto i colpi del suo stesso rasoio mentre attenta alla famigerata capigliatura rossa di Chucky. Spicca anche qui l’efficacia orrorifica di un’allegoria: il redde rationem tra Andy, la final girl sua amica e Chucky avviene in un luna park limitrofo all’accademia, dove nel tunnel dell’orrore il bambolotto va incontro a morte cruenta per smembramento. Il Luna Park come l’accademia militare, non luoghi di vita  ed ideologia posticcia.

Tre film in 3 anni, 100 milioni di incasso mondiale: la mucca sembra spremuta, gli slasher segnano il passo, e Chucky finisce nella scatola dei vecchi eroi dimenticati. Urge un vernissage, che arriva nel 1998, a 10 anni dal primo film: ecco La Sposa di Chucky.

Il Road-doll movie
L’atmosfera si fa pesante come il metallo: heavy metal è la colonna sonora, con pezzi di Rob Zombie, White Zombies, Slayer e Blondie. Sceneggia Mancini, dirige Ronny Yu, a segnare la transizione definitiva: va in scena la burrosissima Jennifer Tilly, dark sexy lady, mentre le vittime designate alla transostanziazione diventano varie ed eventuali. La Sposa di Chucky è un tributo goliardico alla Sposa di Frankenstein, i cui fotogrammi accompagnano alcune scene salienti. Tiffany, psicopatica amante di Charles quando era umano, si ritrova pupazza suo malgrado e parimenti criminale. Chuck e Tiffany, unnatural born killers,  seminano il terrore in un road movie costellato di tappe splatterissime. Una su tutte, al love hotel: i killer toys fanno piombare uno specchio da soffitto su una coppia in amplesso, i corpi si tranciano ed il materasso ad acqua esplode, un trionfo di orgasmiche goccioline. MiniBonnie e MiniClyde scopano anche, senza precauzioni, nulla sembra fermarli. Ci pensa il romanticismo, con Tiffany che si immola per salvare i due giovani scelti per il sacrificio: lei, con il suo sogno d’amore, perisce al pari di lui, con il suo sogno di morte. 60 milioni incassati, premi prestigiosi, metacinema a gogo: La Sposa di Chucky incassa 60 milioni, dopo il primo capitolo è il più visto della saga, ma non finisce qui.

I figli so’piezze e’gomma
E’ il 2004, e al cinema imperversa il new gothic a la Tim Burton. Nelle sale esce Seed of Chucky, il figlio di Chucky. Mancini dirige e sceneggia, in pieno delirio di onnipotenza: crea un marmocchio di lattice ibrido, Glen/Glenda, in omaggio al re Ed Wood. Lo descrive nel suo tormento etico e sessuale, fino a farne un Norman Bates grottesco e sanguinario, che compie la sua nemesi accettando la sua diversità criminale ed accettando, a colpi di accetta, papà Chucky. Il film è una commedia di grana più grossa degli altri, per la prima volta nella saga si vedono anche tette e culi veri: segna il più basso incasso della saga, la condanna del franchise al direct to home video.

La carozzella! L’occhio della madre!
Libero da vincoli di incasso, Mancini ha carta bianca, per un film dove esprimere il suo amore maniacale per Hitchcock: dirige e sceneggia La Maledizione di Chucky. Protagonista è una disabile in carrozzella, la cui famiglia viene sterminata pezzo pezzo. Chucky ha lineamenti più accentuati e stravolti del consueto, sembra botox quello che copre le cicatrici delle ferite infertegli nei precedenti capitoli: infatti, alla fine di ogni episodio gli tocca farsi ammazzare, ora bruciato, ora crivellato di colpi, ora variamente smembrato, e anche i giocattoli sono sottoposti all’usura da morte violenta! Curse of Chucky è un film girato molto bene, una home invasion infarcito degli stilemi più cari a Maestro del Brivido. Suspense e inquadrature fighe abbondano, a scarseggiare è l’ironia e l’empatia verso un Chucky che sembra la brutta copia di sé. Il film piace a Kirschner, che decide quindi di rinnovare la fiducia a Mancini, pur con un budget ridotto, comunque lontano da 10-15 milioni di dollari della originale trilogia. Eccoci dunque a Cult of Chucky, disponibile in home video e sulla piattaforma Netflix.

Nuovo capitolo, nuovo cult. Cult of Chucky
Diretta filiazione de La Maledizione, il film segue ancora le peripezie della disabile Nica, costretta al manicomio criminale (“il nido del cuculo”, sarcasmeggia Chucky) perché accusata delle nefandezze compiute dal caro nostro. La casa di cura è un microcosmo di freaks grotteschi, c’è lo schizoide dalle personalità VIP multiple (Michael Jackson, Mark Zuckerberg,…), la mamma figlicida, c’è un primario laido che usa l’ipnosi per abusare di Nica. Nella clausura claustrofobica dei corridoi e delle stanze, nell’irrealtà delle pareti bianche e della luce al neon, il bambolotto imperversa come ai vecchi tempi, servendosi di lame, trapani e tanto ingegno. Un omicidio in particolare va menzionato: Chucky infrange un lucernario, le schegge di vetro piombano sull’immobilizzata paziente sottostante, la decapitano e la squartano in una pioggia di sangue e cristalli. Il lucernario è l’elemento archetipico che congiunge questo con il primo film, quando Charles Lee Ray trasmigrò nella bambola sotto la cupola in vetro di un negozio di giocattoli. Chucky qui non trasmigra, ma da uno diventa trino, moltiplica il sé clonando la sua personalità in altri mostri coi capelli rossi e gli occhi blu, fino a cambiare non solo forma, ma genere. La possessione di Nica, che dalla carrozzina si alza e cammina su tacchi rossi ultrafetish, compie la realizzazione del sogno di Mancini, Chucky in Nica come un novello Norman Bates. La svolta saffica tra Nica e la rediviva Jennifer Tilly, sotto gli occhi compiaciuti della bambola Tiffany (agghindata che pare La Sposa Cadavere di Burton!), segna la via di un menage a trois del tutto imprevisto, e, forse, apre la strada ad ulteriori capitoli. Quel che è certo è che Cult of Chucky è uno “one doll show”, uno sfoggio di cinismo omicida e di battute irresistibili, un gioco al  massacro che rinnova i fasti del franchise ed entusiama nuovi e vecchi fan. Chucky è il nostro migliore amico, fino alla fine, come dice lui ghignando, e noi vogliamo continuare a giocare con lui. Ehi, do you wanna play?

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